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Luigi Fumi

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Luigi Fumi (1849 – 1934), archivista, storico e nobile italiano.

Citazioni di Luigi Fumi

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  • Che fu di Orvieto sotto l'impero romano?
    Ardua domanda, che, fatta da vari secoli a questa parte, aspetta ancora da noi una risposta.
    Come le venne il nome romano di Urbs vetus, da cui per corruzione di suono si disse Orvieto? Chi la pensa in un modo, chi in un altro. C'è chi opina che derivasse questo nome dai veterani di Roma e fosse perciò un Urbs veterum, una città di vecchi, qua mandati a tranquillo riposo e a sollievo salutare per l'aere spirabile e puro.
    La Città d'Orvieto è alta e strana: | questa da Roman vecchi il nome prese. | Che andavan là, perché l'aer v'è sana.[1]
  • Il Duomo di Orvieto è, forse, l'unica opera che il secolo più glorioso per la storia italiana, il secolo della scienza di San Tommaso, della poesia di Dante, dell'arte di Arnolfo, di Giotto e di Lorenzo Maitani, additi come un poema di mirabile e perfetta armonia cristiana. Somigliante alla Divina Commedia con essa ha comuni i simboli, non essendo parte della chiesa che non riveli un significato e non annunzi una parola; una parola che suona nella mente, suona altro che pur voce umana.[2]
  • Raccoglimento, letizia, ispirazione, sono queste le prime sensazioni che si provano nel percorrere la grande nave [del duomo di Orvieto]. Essa invita, come una bella strada trionfale e la si percorre tutta senza arrestarsi, perché è là in fondo nell'abside o tribuna che una placida armonia attrae, come a centro delle aspirazioni dell'anima.
    Ivi la luce passando a traverso i vetri colorati «manda una litania senza fine alla vita gloriosa della Vergine». Gli smalti della grande vetrata, gli affreschi delle pareti ritraggono il poema sacro onde ha origine la vita nuova della civiltà cristiana in tanti quadri, l'uno sull'altro come la scala di Giacobbe, quanti sono i diversi momenti della dimora del Cristo sulla terra in compagnia della sua Madre. Alzando gli occhi in alto, ci vorrebbe la penna di uno scrittore poeta per descrivere come nei cieli delle volte a crociera nuotino i santi, i serafini battano le ali nella increata luce; e il Cristo seduto tra benedicente e grave, che indica il gran libro aperto della vita, e tutto l'etere degli spazi celesti che si riempie di beati e di angeli a cantare a coro inni e laudi eterne.[3]

Note

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  1. Da Orvieto: note storiche e biografiche, Tipografia dello stabilimento S. Lapi, Città di Castello, 1891, pp. 19-20.
  2. Da Il duomo di Orvieto e il simbolismo cristiano, Tipografia poliglotta della S. C. De Propaganda Fide, 1896, p. 3.
  3. Da Il duomo di Orvieto e i suoi restauri, La società laziale tipografico-editrice, Roma, 1891, p. 167.

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