Luigi Messedaglia
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Luigi Messedaglia (1874 – 1956), politico e medico italiano.
Alimentazione e pellagra
[modifica]- Anticamente, più per forza che per amore, le nostre popolazioni si cibavano di pane rozzissimo, di qualità spesso pessima. Si verifica, oggi, l'eccesso opposto. Si crede, erroneamente, che il pane, quanto più è bianco, tanto più sia sano; e il nostro popolo, anche delle campagne, preferisce il pane così detto raffinato. Il che, se non è un bene in linea economica, non lo è nemmeno in linea igienica. Non ha torto, per me, il Petella[1], per il quale «la migliore e più completa utilizzazione del frumento nella panificazione è data dalla molitura a macina di pietra, come facevano i nostri padri, quando la razza si conservava in forze e non aveva bisogno di iniezioni di bioplastina, né di glicerofosfati». Il regno, invece, è oggi dei molini a cilindri. E si fa, incautamente, e contro le più recenti conquiste della scienza, la guerra alla crusca. (p. 467)
- Immensa importanza ebbe sempre, per le nostre classi rurali, la polenta. Ma la polenta, si dirà, è l'arciconosciutissimo intriso di mais, e solo di mais; tant'è vero, che, in qualche dialetto, il mais si chiama addirittura, come nel Veronese, polenta. Si ritiene da molti, in altre parole, che la polenta sia nata in Italia, per così dire, col mais, e si cita dai letterati il suo primo cantore, Bernardino Baldi, che con evidenza realistica la descrisse in una delle migliori sue egloghe, Celeo o l'Orto. Ora, che la più elegante e veramente classica descrizione del modo di allestire la polenta ci sia data dal Baldi, siamo perfettamente d'accordo: purché, per altro, resti esclusa la polenta nostra, la polenta di mais. Infatti, «di Cerere il tesor... in bianca polve Ridotto», e il «bianco e molle corpo» della polenta di Celeo, che diventa, con la cottura, «pallido e duro», sono qualche cosa di molto diverso dalla nostra gialla polenta maidica. [...] La bianca e «purgata farina» di Celeo, il contadino del Baldi (che dimorò a lungo a Guastalla), è, verosimilmente, farina di miglio. (p. 469)
- [...] la polenta (che non deve essere identificata con la polenta dei Romani, come dottamente spiegava già, nel secolo XVI, Pier Andrea Mattioli), è in Italia alimento di antichità veneranda, le cui origini, senza esagerazione, risalgono ai tempi preistorici. Essa rappresenta, di fronte al pane, uno stadio ben più antico e assai meno evoluto di civiltà alimentare. Di una polenta di orzo di circa tremila anni fa, le cui tracce furono rinvenute a Fontanellato, scrisse Luigi Pigorini. La nostra polenta è, in sostanza, la puls dei Latini. Alla puls, di farro, o d'altre farine, vero piatto nazionale, rimasero sempre fedeli le popolazioni italiche, specialmente nelle campagne. (p. 469)
- Fisiologicamente incompleta, la alimentazione maidica ha bisogno di conveniente integrazione. Invece, il mais finisce con l'assicurarsi il più decisivo ed eccessivo dominio, mentre, sulla fine del secolo XVI e sull'inizio del XIX, durante l'epoca delle incessanti guerre e della meteora napoleonica, le condizioni dei lavoratori dei campi peggiorarono rapidamente, e ritornarono in iscena le paurose carestie. La carestia del 1817, l'anno della fame, è ancora ricordata con orrore dalle nostre popolazioni agricole. (p. 471)
- Il contadino mangia meglio: e la pellagra se ne va. Con il progresso dell'agricoltura, dell'igiene e della civiltà, si è verificato oggi grandiosamente, su vastissima scala, l'esperimento di cura della pellagra, che pochi generosi praticarono un tempo, fra la generale incomprensione: la cura del vitto buono, razionale ai contadini. Fra i quali generosi, che videro diritto, mentre i medici, trattando della pellagra, fantasticavano intorno alla flogosi, alla diatesi, allo stimolo e al controstimolo, e alle cure deprimenti, sia concesso a me, veronese, di ricordare come, a sue spese, guarisse i pellagrosi, un secolo fa, un gentiluomo di Verona, il marchese Bonifacio di Canossa. (p. 474)
- Un distinto fisiologo, il Camis, definiva l'anno scorso «un regime da disoccupati» il regime alimentare del popolo nostro. L'Italia, egli conclude, è un paese «appena tanto ricco da mantenere i suoi figli sul limite della miseria fisiologica alimentare». In confronto con gli Italiani, gli Americani degli Stati Uniti consumano una dieta dal punto di vista energetico più che doppia; e dal punto di vista qualitativo assai più ricca di sostanze proteiche. (p. 475)
- La relazione fra mais e pellagra, ammessa sin da secolo XVIII, è di una evidenza impressionante. Che, in un contadino miserabile, la alimentazione maidica predisponga alla pellagra, è fuori di dubbio. Ma risiede nel mais anche la causa specifica, scientificamente dimostrabile nel suo meccanismo d'azione, della pellagra?
La teoria, che la pleiade lombrosiana ama chiamare classica, attribuisce la patogenesi della pellagra all'azione sull'organismo di speciali sostanze velenose, tossiche, prodotte dalla vegetazione di microfiti diversi – ifomiceti, e specialmente pennicilli – sul mais male essiccato, o immaturo. Il mais guasto, usato dall'uomo, determina la pellagra. Per quanto, sulle prime, avversata e combattuta e derisa, la teoria del Lombroso finì con il diventare la teoria officiale, la teoria dominante, la teoria adottata dallo Stato per la sua lotta contro la malattia. Pochi anni fa, negli anni precedenti la guerra, il suo predominio era tuttavia presso che incontrastato: e i pochi, che, come chi ha l'onore di scrivere, si permettevano di elevare dei dubbi, erano minacciati di scomunica, e tenuti in disparte rigorosamente dai più accesi fra i discepoli del maestro. L'ipse dixit, in realtà, non è morto: e io non ho mai visto, nemmeno nel campo politico (che è tutto dire!), soggetti più intolleranti e fanatici di certi «positivisti» di marca lombrosiana, sempre pronti a dare dei reazionari, e, perché no?, dei forcaiuoli, a coloro, che perpetravano il delitto di non pensarla precisamente a modo loro. (p. 477)
- Ho detto, che la pellagra è diminuita anche per causa della guerra[2]. Per effetto della guerra – scrivono il Lustig ed il Franchetti, relatori della detta Commissione ministeriale, nominata nel 1910 da Luigi Luzzatti, allora presidente del Consiglio e ministro dell'Interno –, per effetto della guerra, «fra le condizioni di vita della popolazione nessuna è stata più profondamente modificata del regime alimentare. E parimente come nessuna classe sociale si è sottratta a tale profonda modificazione, così è noto che la classe lavoratrice rurale (che è quella che offre il substrato organico alla diffusione della pellagra), a differenza della popolazione urbana, sia per l'aumentato benessere economico, sia per l'arruolamento di grandi masse di contadini nell'esercito, sia per avere più a portata di mano molti prodotti (carne, latte, grassi, verdure, frutta, ecc.) che scarseggiavano nelle città, ha goduto di un miglioramento notevole della propria dieta, che si è fatta più ricca e svariata e che forzatamente ha diminuito molto, od anche eliminato del tutto il mais dalla propria composizione. Come dunque non stabilire un rapporto per questi quattro fattori: guerra, aumento di malattie infettive, migliorata alimentazione delle classi rurali, diminuzione della pellagra? E come non riconoscere una relazione di causa ed effetto fra i due ultimi termini di questo rapporto?». (pp. 478-479)
- I lattanti, osserva assai a proposito la Commissione [nominata da Luigi Luzzati], sono immuni: la pellagra li rispetta. Infatti, il latte è un alimento completo. Alimento incompleto è, per contro, il mais; e sono esposti al pericolo della pellagra i contadini, che usano abitualmente di solo, o quasi solo, mais: mais guasto, o mais sano: l'uno e l'altro sono pellagrogeni: e il primo sarebbe tale, più che per i suoi «veleni», perché, come il secondo, alimento insufficiente: e più che mai insufficiente, in quanto che, guasto com'è, contiene meno sostanze azotate e plastiche. (pp. 479-480)
Note
[modifica]- ↑ Giovanni Petella (1857-1935).
- ↑ Il riferimento è alla prima guerra mondiale.
Bibliografia
[modifica]- Luigi Messedaglia, Alimentazione e pellagra. Storie vecchie e fatti nuovi, in Nuova Antologia rivista di lettere, scienze ed arti, vol. 249, fascicolo 1310, 16 ottobre 1926, pp. 467-480.
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