Malala Yousafzai

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Medaglia del Premio Nobel
Per la pace (2014)
Malala Yousafzai nel 2014

Malala Yousafzai (1997 – vivente), studentessa e attivista pakistana.

Citazioni di Malala Yousafzai[modifica]

  • Non possiamo avere tutti successo se la metà di noi è oppressa.[1]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Sono convinta che il socialismo sia l'unica risposta e sprono tutti i compagni a combattere questa battaglia fino a una conclusione vittoriosa. Solo questo potrà liberarci dalle catene del bigottismo e dello sfruttamento.
I am convinced Socialism is the only answer and I urge all comrades to take this struggle to a victorious conclusion. Only this will free us from the chains of bigotry and exploitation.[2]
  • Noi dobbiamo capire una cosa: queste persone che fuggono dalla Siria e dagli altri paesi lo fanno perché ci sono guerra e sofferenza. Io posso ben capire quanto è difficile per loro partire. E come la vita e l'educazione dei bambini sia a rischio. Noi dovremmo aprire le nostre porte e i nostri cuori. Perché una cosa come questa domani potrebbe accadere a ciascuno di noi. E come vorremmo essere trattati, se fossimo noi a soffrire? Queste persone non possono più vivere nel loro paese e tutti stanno chiudendo loro le porte in faccia. E' profondamente ingiusto.[3]
  • Voglio che ogni bambino pachistano possa andare a scuola. Ho pensato che il modo migliore per farlo fosse diventare il premier del mio paese. Ma dipenderà dal voto della gente.[3]
  • Mi si spezza il cuore nel vedere che l'America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore.[4]
  • [Sulla persecuzione dei Rohingya] Negli ultimi anni ho più volte condannato questo trattamento tragico e vergognoso. Sto ancora aspettando che la mia compagna di Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi faccia lo stesso.[5]
  • [Sulla persecuzione dei Rohingya] Ogni volta che guardo le notizie mi si spezza il cuore per le sofferenze di quel popolo. Chiedo che si fermi la violenza. Oggi abbiamo visto le foto di bambini uccisi dalle forze di sicurezza del Myanmar. Questi bambini non hanno fatto male a nessuno, eppure le loro case sono state incendiate e rase al suolo.[5]
  • [Sulla persecuzione dei Rohingya] Se casa loro non è il Myanmar, dove hanno vissuto per generazioni, allora dov'è? Il popolo Rohingya dovrebbe ricevere la cittadinanza in Myanmar, nel Paese dove è nato. E altri Stati come il mio Pakistan dovrebbero seguire l'esempio del Bangladesh e offrire cibo, riparo e accesso all'educazione alle famiglie Rohingya in fuga dalla violenza e dal terrore.[5]

Dal discorso all'Onu, 12 luglio 2013

Riportato in Malala all'Onu: "Pace e scuole", Famigliacristiana.it, 13 luglio 2013.

  • Oggi è un onore per me tornare a parlare dopo un lungo periodo di tempo. Essere qui con persone così illustri è un grande momento nella mia vita ed è un onore per me che oggi sto indossando uno scialle della defunta Benazir Bhutto.
  • Non riesco a credere quanto amore le persone mi hanno dimostrato. Ho ricevuto migliaia di cartoline di auguri e regali da tutto il mondo. Grazie a tutti. Grazie ai bambini le cui parole innocenti mi hanno incoraggiato. Grazie ai miei anziani le cui preghiere mi hanno rafforzato. E grazie agli infermieri, ai medici e al personale degli ospedali in Pakistan e nel Regno Unito e il governo degli Emirati Arabi Uniti che mi hanno aiutato a stare meglio e a riprendere le forze.
  • Cari fratelli e sorelle, ricordiamo una cosa: il Malala Day non è il mio giorno. Oggi è il giorno di ogni donna, ogni ragazzo e ogni ragazza che hanno alzato la voce per i loro diritti.
  • Io non parlo per me stesso, ma per dare una voce a coloro che meritano di essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti. Per il loro diritto a vivere in pace. Per il loro diritto a essere trattati con dignità. Per il loro diritto alle pari opportunità. Per il loro diritto all'istruzione.
  • Cari amici, il 9 ottobre 2012, i talebani mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato ai miei amici, anche. Pensavano che i proiettili ci avrebbero messi a tacere, ma hanno fallito. Anzi, dal silenzio sono spuntate migliaia di voci. I terroristi pensavano di cambiare i miei obiettivi e fermare le mie ambizioni. Ma nulla è cambiato nella mia vita, tranne questo: debolezza, paura e disperazione sono morte; forza, energia e coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Le mie speranze sono le stesse. E i miei sogni sono gli stessi.
  • Anche se avessi una pistola in mano e lui fosse in piedi di fronte a me, non gli sparerei. Questa è il sentimento di compassione che ho imparato da Maometto, il profeta della misericordia, da Gesù Cristo e Buddha. Questa è la spinta al cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King, Nelson Mandela e Mohammed Ali Jinnah. Questa è la filosofia della non violenza che ho imparato da Gandhi, Bacha Khan e Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre. Questo è ciò che la mia anima mi dice: stai in pace e ama tutti.
  • Il saggio proverbio "La penna è più potente della spada" dice la verità. Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell'educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Questo è il motivo per cui hanno ucciso 14 studenti innocenti nel recente attentato a Quetta. Ed è per questo uccidono le insegnanti donne. Questo è il motivo per cui ogni giorno fanno saltare le scuole: perché hanno paura del cambiamento e dell'uguaglianza che porteremo nella nostra società.
  • Loro pensano che Dio sia un piccolo esseruccio conservatore che punterebbe la pistola alla testa delle persone solo per il fatto che vanno a scuola. Questi terroristi sfruttano il nome dell'islam per i propri interessi. Il Pakistan è un Paese democratico, amante della pace. I Pashtun vogliono educazione per i loro figli e figlie. L'Islam è una religione di pace, umanità e fratellanza. Che dice: è un preciso dovere quello di dare un'educazione a ogni bambino.
  • Oggi, mi concentro sui diritti delle donne e sull'istruzione delle ragazze, perché sono quelle che soffrono di più. C'è stato un tempo in cui le donne hanno chiesto agli uomini a difendere i loro diritti. Ma questa volta lo faremo da sole.
  • Facciamo appello a tutti i governi affinché garantiscano un'istruzione gratuita e obbligatoria in tutto il mondo per ogni bambino.
  • Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. [...] Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.

Dal discorso ad Oslo durante la cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace, 10 dicembre 2014

Riportato in Il commovente discorso di Malala a difesa dell’Istruzione, Corriereuniv.it, 11 dicembre 2014.

  • Sono davvero orgogliosa di essere la prima Pashtun, la prima Pakistana e la prima ragazza a ricevere questo premio. Sono abbastanza certa di essere anche il primo Nobel per la Pace che sta ancora lottando insieme ai suoi giovani fratelli. Vorrei fossero tutti in pace, ma i miei fratelli ed io stiamo ancora lottando per questo.
  • Cari fratelli e sorella, i mio nome "Malalai of Maiwand" viene dall'ispirazione Pashtun di Giovanna D'Arco. La parola Malala significa "forte dolore", "triste", ma per rendermi felice mio nonno usava chiamarmi solo Malala, che vuol dire "la ragazza più felice del mondo". E oggi sono davvero felice di essere qui insieme a voi per questa importante causa.
  • Non è più tempo di provare pietà. È tempo di agire in modo che sia l'ultima volta che vediamo un bambino privato di'Istruzione.
  • L'Istruzione è una delle benedizioni della vita, ed una sua necessità.
  • Cosa ho imparato dai primi due capitoli del Corano è la parola Iqra, che significa "leggi", e la parola nun wal-qalam, che significa "con la penna"? Come ho detto anche l'anno scorso alle Nazioni Unite, "Una ragazzo, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo".
  • Proprio nel 2014 ci viene ricordato che è passato un secolo dall'inizio della Prima Guerra Mondiale, ma non abbiamo ancora imparato la lezione dopo la perdita di milioni di vite. Ci sono ancora conflitti in cui centinaia di migliaia di innocenti perdono la vita. Molte famiglie sono rifugiate in Siria, a Gaza, in Iraq. Ci sono ancora ragazze che non possono andare a scuola nel Nord della Nigeria. In Pakistan e Afghanistan ci sono innocenti uccisi in attacchi suicidi e attentati.
  • Perché i Paesi che noi chiamiamo "forti" sono così potenti nel combattere guerre e non nel portare la pace? Perché dare armi è così facile e dare libri ai bambini è così difficile? Perché fare carri armati è così facile mentre costruire scuole è così difficile?

Da "Serve più impegno per salvare le studentesse rapite"

la Repubblica, 10 febbraio 2015.

  • Se queste ragazze fossero le figlie di famiglie potenti a livello politico o finanziario, si farebbe molto di più per loro. Ma provengono da una zona povera a Nord-Est della Nigeria, e purtroppo la situazione non è molto cambiata da quando sono state rapite.
  • Queste giovani donne hanno rischiato tutto per un'istruzione che per la maggior parte di noi è scontata. Non dimenticherò le mie sorelle. Non possiamo dimenticarle. Dobbiamo chiedere la loro libertà finché non si ricongiungano alle proprie famiglie e tornino a scuola, per fruire dell'istruzione che desiderano ardentemente.
  • Continuerò a perorare la loro causa con le più alte sfere, e sosterrò la società civile per assicurare a tutti i bambini la possibilità di accedere all'istruzione primaria e secondaria. Questa è la nostra missione.

Dal discorso ad Ottawa alla ricevuta della cittadinanza onoraria canadese, 12 aprile 2017

Riportato in Malala: «La risposta ai problemi del mondo sono le ragazze», Vanityfair.it, 14 aprile 2017.

  • Ho viaggiato in molti paesi e ho conosciuto molte persone diverse. Ho visto i grandi problemi che il mondo affronta in questi giorni: guerra, instabilità economica, crisi sanitari, cambiamenti climatici. Io vi dico che la risposta sono le ragazze.
  • Se tutte le ragazze andassero a scuola per 12 anni, i paesi medio poveri aggiungerebbero 92 miliardi di dollari l'anno alle loro economie. Le ragazze che hanno avuto una scolarizzazione hanno più opportunità di avere figli con la possibilità di andare a scuola, non si sposano da giovani e sono meno soggetto a contrarre l'HIV. I paesi che educano le donne hanno la metà delle possibilità di un rischio guerra e, secondo la Brookings Institution, la scuola secondaria per le donne è il miglior investimento contro i cambiamenti climatici.
  • L'educazione è vitale per la sicurezza perché gli estremismi nascono dove non c'è uguaglianza, dove le persone sentono di non avere voce, opportunità, speranze.
  • Il mondo ha bisogno di una leadership basata sull'umanità, non sulle armi. E il Canada in questo senso può guidare il mondo.
  • Il nostro mondo ha molti problemi, ma non dobbiamo cercare una soluzione perché l'abbiamo già. Questa soluzione vive in un campo profughi in Giordania. Cammina per cinque chilometri al giorno per andare a scuola in Guatemala. Cuce palloni da calcio in India. È ogni bambino che oggi non può andare a scuola. [...] Facciamo in modo che le future generazioni dicano che noi siamo quelli che si sono alzati in piedi, quelli che per primi hanno vissuto in un mondo in cui le donne potevano imparare ed essere leader senza paura.

Io sono Malala[modifica]

Incipit[modifica]

È trascorso un anno dall'uscita del mio libro e due da quella mattina di ottobre in cui i talebani mi spararono, mentre tornavo a casa dalle lezioni su un autobus. La mia famiglia ha affrontato molti cambiamenti. Siamo stati prelevati dalla nostra vallata di montagna nel distretto dello Swat, in Pakistan, e trasportati in una casa di mattoni a Birmingham, la seconda città dell'Inghilterra. A volte sembra così incredibile che mi viene voglia di darmi un pizzicotto.

Citazioni[modifica]

  • Quando abbiamo ricevuto l'invito alla Casa Bianca, abbiamo detto che l'avremmo accettato a una condizione. Non volevamo andare solo per un servizio fotografico, ma saremmo andati se Obama avesse davvero ascoltato quello che ci stava a cuore. Il messaggio di risposta fu: sarai libera di dire tutto ciò che desideri. E così è stato! È stata una riunione molto seria, in cui abbiamo parlato dell'importanza dell'istruzione. Abbiamo affrontato il ruolo degli Stati Uniti nel sostenere certe dittature e le incursioni dei droni in paesi come il Pakistan. Ho detto al presidente che invece di cercare di sradicare il terrorismo con la guerra, avrebbe dovuto cercare di farlo con l'istruzione. (dalla prefazione della quattordicesima edizione; p. V)
  • Mi sono recata al confine siriano e ho assistito all'arrivo di ondate di sfollati in fuga verso la Giordania. Per arrivare fin lì avevano attraversato il deserto a piedi senza nient'altro che i vestiti che indossavano. Molti bambini erano senza scarpe. Sono scoppiata a piangere nell'assistere alle loro sofferenze. Nei campi profughi la maggior parte dei bambini non andava a scuola. A volte la scuola non c'era. A volte andare a scuola era pericoloso. E a volte i bambini lavoravano invece di ricevere un'istruzione, perché il padre era stato ucciso. Ho visto tanti bambini lungo la strada, in un clima torrido, in cerca di lavori pesanti come il trasporto di pietre per poter nutrire la loro famiglia.
    Il mio cuore era pieno di dolore. Qual è il loro peccato? Che cos'hanno fatto di male per dover emigrare? Perché questi bambini innocenti devono sopportare tali avversità? Perché vengono privati della scuola e di un ambiente pacifico? (dalla prefazione della quattordicesima edizione; p. VI)
  • Come dice mio padre, siamo gli esuli trattati meglio al mondo, in una bella casa, con tutto ciò di cui abbiamo bisogno, eppure daremmo qualsiasi cosa per la nostra patria. Nell'ultimo anno sono cambiate tante cose, ma in realtà io sono ancora quella Malala che andava a scuola nello Swat. La mia vita è cambiata, ma io no. (dalla prefazione della quattordicesima edizione; p. VI)
  • Sono nata in un paese creato a mezzanotte. Quando sono quasi morta era appena suonato mezzogiorno.
    Un anno fa sono uscita di casa per andare a scuola, e non ci sono mai più ritornata. Sono stata colpita da una pallottola talebana e mentre mi portavano lontano dal Pakistan non ero cosciente. Qualcuno dice che non rivedrò più la mia casa, nel villaggio della valle dello Swat, ma io voglio credere con tutta me stessa che invece ci tornerò. Essere strappati dal paese che si ama è qualcosa che non auguro a nessuno. (p. 9)
  • Nella nostra società è difficile che a una ragazza sia permesso di diventare qualcosa di diverso da un'insegnante o una dottoressa, ammesso che possa lavorare. Io però ero diversa: non avevo mai nascosto i miei veri desideri, da quando avevo cambiato idea e avevo deciso che non sarei diventata un medico ma che volevo fare l'inventore o entrare in politica. (p. 12)
  • Quando nacqui, la gente del mio villaggio commisero mia madre e nessuno si congratulò con mio padre. Ero venuto al mondo all'alba, nel momento in cui l'ultima stella sfarfalla ancora una volta per poi spegnersi, cosa che noi pashtun siamo abituati a considerare di buon auspicio. Mio padre non aveva i soldi per pagare l'ospedale o la levatrice, per cui ad aiutare mia madre c'era solo una vicina di casa; diversamente dalla prima figlia dei miei genitori, che era nata morta, io schizzai fuori urlando e scalciando. Ma ero una bambina, venuta alla luce in un paese in cui, quando nasce un maschio, tutti escono in strada e sparano in aria, mentre le femmine vengono nascoste dietro una tenda, perché già si sa che nella vita il loro ruolo sarà semplicemente quello di far da mangiare e mettere al mondo figli.
    Per molti pashtun, quello in cui nasce una femmina è un giorno triste. (p. 17)
  • La vergogna è una cosa terribile per un pashtun. Abbiamo un detto: «Senza l'onore, il mondo vale zero». (p. 18)
  • [Su Miangul Jahan Zeb] Mio padre dice sempre che «se Badshah Sahib portò la pace, suo figlio portò la prosperità». Tutti noi pensiamo al regno di Jehanzeb come al periodo d'oro della nostra storia. (p. 27)
  • Il mio paese esiste solo da pochi decenni ma purtroppo ha già una lunga storia di colpi di stato militari. (p. 31)
  • Ancora oggi tutti parlano di Ali Bhutto come di un uomo dal grande carisma. Si dice che sia stato il primo leader pakistano a prendersi a cuore i diritti della gente comune pur essendo lui stesso un signore feudale con grandi tenute e piantagioni di mango. La sua esecuzione fu un terribile shock per tutti e mise in cattiva luce il Pakistan di fronte al mondo. (p. 31)
  • Per conquistarsi il sostegno della popolazione, il generale Zia lanciò una campagna di «islamizzazione» che avrebbe dovuto fare di noi un «vero» paese musulmano, con l'esercito come difensore delle frontiere sia geografiche sia ideologiche. La sua convinzione era che il popolo avrebbe dovuto obbedirgli perché con lui si sarebbero applicati i veri principi dell'Islam. (p. 31)
  • Sotto il regime di Zia la condizione di noi donne pakistane cominciò a comportare sempre più limitazioni. Il nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, diceva sempre: «Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n'è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne.»
    Il generale Zia varò delle leggi che riducevano il valore della testimonianza di una donna in tribunale alla metà di quella di un uomo. Le nostre prigioni cominciarono a riempirsi di casi come quello di una tredicenne, stuprata e rimasta incinta, condannata al carcere per adulterio perché non aveva potuto produrre a suo favore quattro testimonianze maschili.
    Una donna non poteva più nemmeno aprire un conto in banca senza il permesso di un uomo. Il nostro paese ha sempre avuto forti squadre di hockey, ma Zia costrinse le giocatrici di hockey a indossare dei pantaloni lunghi e larghi e proibì del tutto alle donne di praticare altri sport. (p. 32)
  • Il primo ministro Bhutto aveva nominato comandante in capo dell'esercito il generale Zia perché pensava che non fosse molto intelligente e dunque che non costituisse una minaccia. Lo chiamava la sua «scimmia». (p. 33)
  • I pashtun vivono sparsi fra Pakistan e Afghanistan e non riconoscono fino in fondo il confine di stato tracciato dagli inglesi. (p. 33)
  • Fu sotto il governo di Zia che il jihad diventò il sesto pilastro della nostra religione, andandosi a sommare ai cinque che tutti impariamo a conoscere fin da bambini: la fede in un solo Dio; la preghiera cinque volte al giorno (namaz); l'elemosina (zakat); il digiuno dall'alba al tramonto durante il mese di Ramadan; e il pellegrinaggio alla Mecca (haj) che ogni buon musulmano dovrebbe compiere almeno una volta nella vita. (pp. 33-34)
  • Benazir fu la prima donna eletta primo ministro del Pakistan e di tutto il mondo islamico. Improvvisamente tutti sembravano ottimisti riguardo il futuro. (p. 44)
  • Noi pashtun non possiamo evitare i parenti o gli amici, per quanto possano crearci fastidio: devono essere sempre accolti bene. Da noi non si rispetta la privacy, e non esiste niente di simile a un appuntamento. Le persone possono presentarsi a casa d'altri quando hanno voglia e verranno ospitate fintanto che vorranno trattenersi. Un vero incubo per chi nel frattempo è impegnato ad avviare un'impresa! (p. 47)
  • Lo Swat non aveva avuto che sofferenze da quando era divenuto parte del Pakistan. (p. 53)
  • [Sugli Attentati dell'11 settembre 2001] Io avevo solo quattro anni, ed ero troppo piccola per capire. Ma anche per gli adulti era un a cosa difficile da immaginare: nello Swat gli edifici più alti sono gli ospedali e gli alberghi, che hanno due o tre piani. Sembrava un evento molto lontano da noi. Io non sapevo neppure dove fossero New York e l'America. La scuola era il mio mondo, e il mio mondo era la scuola. In quel momento non ci rendevamo conto che l'ii settembre avrebbe cambiato per sempre anche il nostro mondo e che un giorno avrebbe portato la guerra nella nostra valle. (p. 54)
  • Papà diceva sempre che se il nostro governo non avesse speso tanto per la bomba atomica, ci sarebbero stati abbastanza soldi per le scuole. (p. 56)
  • Io sono orgogliosa di essere una pashtun, ma a volte penso che il nostro codice di condotta non sia proprio il massimo, soprattutto per quanto riguarda il trattamento riservato alle donne. (p. 62)
  • In classe avevamo letto la storia del nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, che da ragazzo, a Karachi, aveva studiato alla luce dei lampioni stradali perché a casa sua non c'era l'elettricità. E aveva invitato gli altri ragazzi a smettere di giocare con le biglie nella polvere e a giocare piuttosto a cricket, in modo da non sporcarsi. (p. 66)
  • Nella nostra cultura ci si aspetta che una persona si vendichi dei torti subiti, ma in questo modo dove si va a finire? Se un uomo appartenente a una cera famiglia viene ferito o ucciso da un altro uomo, bisogna che ci sia vendetta per restaurare il nang, l'onore. Vale a dire che la famiglia dell'ucciso deve uccidere un qualsiasi altro membro maschio della famiglia dell'uccisore. Che a sua volta poi si dovrà vendicare. E così via.
    Non c'è limite. Abbiamo un detto: «Il pashtun si vendicò dopo vent'anni e un altro disse che era troppo presto». (p. 67)
  • Nella nostra tradizione di solito i discorsi vengono scritti dal padre, da uno zio o da un insegnante. E generalmente sono in inglese o in urdu, mai nella nostra lingua, il pashtu. Sembrava che tutti pensassero che parlare in inglese significasse essere più intelligenti. Ma ovviamente sbagliavano. Non importa tanto la lingua che usi, quanto le parole che scegli per esprimere ciò che vuoi dire. (p. 71)
  • In Pakistan c'era ancora una dittatura, ma gli Stati Uniti avevano bisogno del nostro aiuto, come era negli anni Ottanta quando i nemici erano i russi. Così come l'invasione sovietica dell'Afghanistan aveva cambiato tutto per il generale Zia, grazie all'attentato alle Torri gemelle il generale Musharraf si trasformò da pecora nera internazionale a leader richiesto da tutti: fu invitato alla Casa Bianca da George W. Bush e a Downing Street da Tony Blair.
    Ma c'era un altro problema, ancora più grande. I talebani erano una creatura dei nostri servizi segreti. Molti funzionari dell'ISI erano vicini ai loro leader in quanto li conoscevano da anni e condividevano in parte le loro posizioni. (pp. 77-78)
  • Chiunque poteva rendersi conto che Musharraf stava facendo il doppio gioco con gli americani, prendendo i loro soldi con una mano e aiutando con l'altra i jihadisti, che i nostri servizi segreti definiscono «risorsa strategica». Gli Stati Uniti dicono di averci dato miliardi di dollari perché collaborassimo alla loro campagna contro al Qaeda, ma noi non abbiamo visto neanche un centesimo. In compenso Musharraf si fece costruire una villa a Islamabad, sulle rive del lago Rawal, e comprò un appartamento a Londra. (pp. 79-80)
  • Io sono orgogliosa che il nostro paese sia stato creato per essere la prima nazione musulmana al mondo, ma penso che ancora non ci siamo messi d'accordo sul significato di tale espressione. Il Corano ci insegna il sabor, cioè la pazienza, ma spesso sembriamo aver dimenticato questa parola e pensiamo che Islam significhi solo che le donne stanno a case nascoste secondo il purdah o indossano il burqa, mentre gli uomini fanno il jihad. Ma in Pakistan ci sono molte correnti islamiche. Il nostro padre fondatore, Mohammad Ali Jinnah, ha lottato per l'indipendenza e per la nascita di un nuovo paese, il Pakistan, separato dall'India, dove la maggioranza è invece di religione indù. Voleva che i diritti dei musulmani fossero riconosciuti. Per lui era come quando due fratelli litigano e decidono di sanare le loro dispute andando a vivere in due case diverse.
    E così, alla mezzanotte del 14 agosto 1947 l'India fu divisa e tutti noi diventammo musulmani indipendenti nel Pakistan. Non avrebbe potuto essere un inizio più sanguinoso. Milioni di musulmani attraversarono il confine tra l'India e il Pakistan, e altrettanti indù lo fecero nella direzione opposta. Quasi due milioni di persone furono uccise durante queste migrazioni. Molti vennero sgozzati sui treni, che arrivarono a Delhi e a Lahore pieni di cadaveri insanguinati. (p. 83)
  • Mio padre dice che il problema è che Mohammad Ali Jinnah trattò per noi una questione di territorio, ma non ebbe la possibilità di trasformarlo in un vero stato. Morì di tubercolosi appena un anno dopo la creazione del Pakistan e da allora non abbiamo smesso di combattere. Abbiamo avuto tre guerre contro l'India e una serie infinita di uccisioni nel nostro stesso paese. (p. 83)
  • Noi pakistani siamo divisi tra sunniti e sciiti: condividiamo le stesse credenze di base e lo stesso santo libro del Corano, ma non siamo d'accordo su chi fosse la persona giusta per guidare i musulmani dopo la morte del Profesta, PBSL, nel VII secolo. L'uomo scelto per assumere questo ruolo, ossia per diventare califfo, era Hazrat Abu Bakr, amico intimo e consigliere del Profeta, PBSL, nonche la persona che lui stesso aveva scelto per guidare la preghiera mentre giaceva sul letto di morte. La parola «sunnita» viene dall'arabo e significa «colui che segue le tradizioni del Profeta, PBSL». Ma un piccolo gruppo era convinto che la leadership dovesse restare all'interno della famiglia del Profeta, PBSL, e che toccasse a suo genero e cugino Hazrat Ali succedergli. Costoro divennero noti come sciiti, abbreviazione di Shia-t-Ali o «partito di Ali». (p. 84)
  • La maggioranza di noi pakistani è sunnita - più dell'ottanta per cento - anche se dentro questo gruppo principale ci sono ancora molti sottogruppi. Quello di gran lunga più numeroso è costituito dai barelvi, che prendono il nome da una madrasa del XIX secolo che sorgeva a Bareilly, nello stato indiano dell'Uttar Pradesh. Poi ci sono i deobandi, dal nome di un'altra famosa madrasa dell'Ottocento nell'Uttar Pradesh, stavolta nel villaggio di Deoband. È un gruppo molto conservatore, e la maggior parte delle nostre madrase appartiene a questa scuola. Infine ci sono gli ahl-e-hadith (gente del hadith), un gruppo salafita influenzato dal mondo arabo e ancor più conservatore o, come direbbero in Occidente, fondamentalista; loro non riconoscono i nostri santi né i nostri templi (molti pakistani sono mistici, e una gran folla accorre nei templi sufi per danzare e pregare). A loro volta questi filoni dell'Islam si dividono al loro interno in gruppi diversi. (p. 84)
  • Il generale Musharraf era diverso dal generale Zia sotto molti punti di vista. Anche se spesso si mostrava in uniforme, di tanto in tanto indossava anche abiti occidentali e si faceva chiamare «amministratore delegato» e non «amministratore in capo della legge marziale». Aveva dei cagnolini, che per noi musulmani sono animali impuri. Invece di proseguire l'islamizzazione del paese praticava quella che lui stesso definiva una «modernizzazione illuminata». Aveva aperto il settore dei media, autorizzando la messa in onda di nuovi canali televisivi privati, e tolto alcune restrizioni relative alla TV, come quella che riguardava la presenza in video di annunciatrici donne nei programmi di informazione oppure la programmazione di scene di danza, autorizzando al contempo alcune feste tipicamente occidentali come il giorno di San Valentino e Capodanno. Aveva addirittura permesso che una volta all'anno, la vigilia della festa dell'Indipendenza, si svolgesse un concerto pop che veniva trasmesso via radio in tutto il paese. E poi aveva fatto anche qualcosa che nessuno dei nostri governanti democratici aveva osato fare, nemmeno Benazir, e cioe aveva abolito la legge secondo cui una donna, per dimostrare di essere stata violentata, doveva produrre quattro testimoni maschi. Infine aveva nominato la prima donna governatore della banca di stato e le prime donne pilota di aerei di linea e guardia costiera. Annunciò anche che presto ci sarebbero state delle donne in divisa pure a guardia della tomba di Mohammad Ali Jinnah, a Karachi. (p. 87)
  • Nel Santo Corano non c'è scritto da nessuna parte che solo gli uomini possono andare fuori mentre le donne dovrebbero lavorare tutto il santo giorno in casa. Durante le ore di studi islamici, a scuola, ci capitava di scrivere temi intitolati «Come viveva il Profeta, PBSL». Avevamo imparato che la prima moglie del nostro Profeta, PBSL, era una donna d'affari, Hazrat Khadija, e aveva quarant'anni, quindici più di lui, eppure lui la volle sposare lo stesso. (p. 103)
  • Spesso i mullah interpretano male il Corano e gli hadith quando li insegnano nel nostro paese, approfittando del fatto che ben poche persone possono leggerli nell'arabo originario. (p. 103)
  • I talebani divennero nemici giurati delle arti, della cultura e della storia. Distrussero tutto ciò che era antico, e non lo sostituirono con niente di nuovo. (p. 110)
  • Sembrava che i talebani non volessero che facessimo niente. Avevano proibito addirittura uno dei nostri giochi da tavolo preferiti, che si gioca con dei gettoni su una tavola di legno. Sentimmo dire che avevano udito delle bambine ridere e fare rumore in una stanza ed erano entrati per distruggere la tavola. Pareva che vedessero noi donne come delle bamboline da controllare, a cui dire cosa fare e cosa non fare e come vestirsi. Ma io pensavo che si Dio ci avesse volute così non ci avrebbe fatto invece tanto diverse. (p. 110)
  • [Su Benazir Bhutto] Lei era il nostro modello. Simboleggiava la fine della dittatura e l'inizio della democrazia e mandava un messaggio di speranza e di forza a tutto il resto del mondo. Ma era anche l'unico leader politico pakistano a pronunciarsi chiaramente contro i militanti talebani e a offrirsi addirittura di aiutare le truppe americane a dare la caccia a bin Laden entro i confini del nostro paese. (p. 114)

Citazioni su Malala Yousafzai[modifica]

  • Ero a Dublino per Amnesty a introdurre Malala che doveva ricevere un premio. E dei ragazzi mi dissero: ‘Oh! Incontrerai Malala! È così cool!’. E ho pensato: ecco cosa sta facendo di noi l'occidente. Questa ragazza è diventata famosa perché si è beccata un proiettile, e i ragazzi pensano: figo! Diamo premi Nobel per la cultura ma priviamo i ragazzi della capacità di pensare. Dovremmo dire loro: se vi piace Malala, allora leggete! (Azar Nafisi)
  • L'ammiro. Ma più ancora ammiro suo padre. Fu lui a insegnarle a leggere e scrivere, lui a spingerla a studiare, lui a incoraggiarla. Lui a spingerla a tenere un diario sul web. Lui a metterla in contatto con la Bbc. Malala è la vittima di un delitto ma il vero eroe è il padre. Che è riuscito a crescere una ragazza così decisa, così forte, in una realtà difficilissima. Una città piccolissima dove i fondamentalisti dominavano tutto. Per quel padre sarebbe stato naturale, comodo, essere come tutti gli altri maschi. Invece non ha voluto. Ha voluto che la sua famiglia fosse diversa. Ecco l’eroismo: si è chiamato fuori. (Shirin Ebadi)
  • Malala è solo una ragazzina eppure il suo amore per i libri e la lettura ha messo a repentaglio la sua vita più volte. I tiranni odiano la conoscenza ma non scopriamo nulla di nuovo, del resto fin quando c'era la schiavitù sul suolo americano, agli schiavi era impedito di leggere e scrivere. La conoscenza è potere. Sempre. (Azar Nafisi)
  • Penso sia una giovane donna coraggiosa e che sa parlare in modo eloquente. Che sta "rompendo" una serie di tabù - età, genere, classe sociale. Non proviene da una delle venti famiglie che governano il Paese, non è un membro dell'élite che parla inglese (e ha dovuto fronteggiare molta ostilità da quell'elite che da 67 anni si è assicurata che la propria voce fosse quella più alta nel paese). Penso che il Pakistan ha il dovere di proteggerla e come la sua anche quella di molti più milioni di Malalas che esistono nel nostro paese. (Fatima Bhutto)

Note[modifica]

  1. Citato in AA.VV., Il libro del femminismo, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2019, p. 310. ISBN 9788858022900
  2. (EN) Durante il 32° congresso della sezione pakistana dell'IMT; citato in Historic 32nd congress of Pakistani section of IMT – First Day, Marxist.com, 10 marzo 2013.
  3. a b Dall'intervista di Arianna Finos, Il sogno di Malala Yousafzai: "L'Europa apra il suo cuore ai profughi", Repubblica.it, 31 ottobre 2015.
  4. Citato in Allarme Onu. Hollande: "L'Europa risponda a Trump". Appelli da Malala a Zuckerberg, Repubblica.it, 28 gennaio 2016.
  5. a b c Citato in Rohingya, Malala contro San Suu Kyi «Aspetto ancora che condanni», Corriere.it, 4 settembre 2017.

Bibliografia[modifica]

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