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Michele Faloci Pulignani

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Michele Faloci Pulignani (1856 – 1940), presbitero, bibliotecario e storico italiano.

Foligno

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FOLIGNO, città in perfetta pianura, non ha panorama, né può averlo; ma una volta le molte torri poteano dargli un'apparenza più frastagliata, che oggi le cupole e i campanili non riescono a supplire. Un codice del conte di Campello di Spoleto, che contiene delle cronache medievali, presenta uno schizzo a penna della città, dove è facilmente riconoscibile la cerchia delle mura e delle torri, il Duomo col fenestrone circolare della facciata maggiore, e poscia altre torri e case e campanili.

Citazioni

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  • L'arte in Foligno ha tradizioni antichissime, e sebbene la città non sia grande, e la sua storia non sia molto conosciuta, nondimeno, se si parla di cose artistiche, essa, anche nelle epoche meno propizie, può presentare ricordi e monumenti degni di città molto più importanti. (p. 10)
  • [...] ricordi dì arte remota veggonsi in S. Maria Infra-portas, basilica mezzo longobarda e mezzo romanica, ma oggi tutta manomessa, sebbene molto celebrata, perché pietose leggende affermano che in una cappella di essa, a sinistra dell'ingresso, abbia celebrato i sacri riti S. Pietro, primo papa. Cinquanta anni fa quella cappella era sovracarica di stucchi e di baroccume, e dalle affumicate pareti pendevano a centinaia i doni votivi dei fedeli, che si recavano a venerarvi la memoria di S. Pietro. Il popolo credeva al racconto, ma i critici tacevano, mancando di documenti, fu allora che il sacerdote B. Bartoloni Bocci, canonico di quella chiesa, persuase i colleghi a far rimuovere dalle pareti quell'inutile ingombro di stucco e di calce, per far rivivere la veneranda antichità delle mura nascoste. Il felice pensiero fu coronato dal più felice successo. Risultò bensì che la cappella non era costruzione romana, ma la vecchia cortina, le rozze bifore, le preziose pitture e l'antico altare, che vennero a luce, avendo indicata l'opera e l'epoca di maestri greci, documentarono con rispettabili testimonianze una tradizione, che fino allora era campata unicamente su racconti leggendari senza fondamento. (pp. 21-22)
  • L'Alunno alle sue figure (che fra grandi e piccole, sono migliaia) impresse l'anima sua, che è qualche cosa fra il severo e l'addolorato, poiché egli, non senza ragione, fu chiamato il poeta del dolore, e il Wiseman lo chiamò pittore elegiaco, e il Vasari, che non fu molto tenero dei pittori umbri, affermò che due Angeli piangenti, da lui dipinti nel Duomo di Foligno, erano insuperabili da qualunque pittore. (p. 78)
  • L'Alunno [...] fu cittadino integerrimo, anzi per le sue virtù venerato, e negli atti del Comune [di Foligno] si dice meritevole di qualunque riguardo. I cittadini gli affidarono incarichi e missioni, e le città vicine e lontane fecero a gara per avere qualche cosa di suo. Non vi è pittore che come l'Alunno abbia lasciato dipinti in tanti luoghi. (p. 81)
  • Tracce profonde come altrove, anche in Foligno lasciarono il sei e il settecento, sì per quello che costrussero sì per quello che demolirono. Tutte le volte che nei magazzini delle chiese, nei canti delle strade, nei soffitti delle case, si trova qualche rimasuglio di arte medievale o del rinascimento, si può esser sicuri che ivi si commise un vandalismo. Le nostre parrocchie, le nostre chiese, oggi così esuberanti di stucchi, di marmi, di festoni, di statue, di putti, affastellati a piene mani, non videro sorgere tante cose se non col sacrificio, principalmente di antichi affreschi, o abrasi o coperti dalla calce. (pp. 125-126)
  • Strano periodo questo settecento. Esso ci abbaglia, è vero, colla ricchezza turbolenta della sua fecondità, ma, siamo giusti, ci lasciò anche opere così mirabili, che per quanto possano dispiacere ai puristi, sono sempre eccellenti produzioni dell'arte. (pp. 129-130)
  • I folignati – si è visto cento volte – erano assai devoti del loro santo patrono S. Feliciano. A lui avevano eretto un tempio, forse superiore alle forze; lui celebravano negli atti civili, nelle forme esterne, negli statuti del Comune, perfino nei conî dalle monete, ma aveano di lui un simbolo troppo modesto, una statua mediocre scolpita in legno nel XVI secolo, che, per quanto venerata, non era pari al concetto che avevano di lui. Vollero innalzargli una statua, ma di argento, grande due volte al vero, e la vollero così bella e ricca, che nell'Umbria nessuno ne dovesse avere una eguale. Usarono poi, per trovare i denari, un mezzo ingegnosissimo. Fondarono una banca con grosse azioni infruttifere, destinandone gli utili per commettere questa statua ai primi orefici di Roma; sicché, quando questi utili giunsero alla somma voluta, ritirarono le azioni versate, e sciolsero la banca. (pp. 130-133)

Bibliografia

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  • Michele Faloci Pulignani, Foligno, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1907.

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