Nino Longobardi (giornalista)
Nino Longobardi, propr. Gaetano Longobardi (1925 – 1996), giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano.
Il figlio del podestà
[modifica]«Zitto, tu, fascista!».
Fascista? A me? Io, fascista?
Alzai istintivamente gli occhi al cielo, nel timore che l'angelo, passando, potesse dire amen.
Avvertii un acre in bocca, sapore di zolfo a me noto e che veniva da lontano. Possibile, mi dissi, possibile che sia lui, il Vesuvio? Le pareti a me familiari, del giornale romano[1] nel quale ho lavorato per anni, vivendoci notte e giorno, da "speciale" inviato come in un albergo (ed infatti prima di ospitare un giornale, quel palazzo era un albergo) parvero restringersi. Tra quelle mura, al centro di Roma, come in un mio personale Colosseo aperto ai venti di ciò che accade, ho scritto per anni, una "colonna", illudendomi, facendo anche io spesso finta di crederci, che il Paese nel quale vivo si volesse dare, come dire, "un assetto democratico".
Citazioni
[modifica]- Mussolini assommava in sé molte personalità o dava ad intendere di assommarle. E in una regione come la Lombardia, ad esempio, si ammirava in lui il "realizzatore"; in Piemonte, il suo senso della storia; in Toscana, certe sue pose di principe rinascimentale; nel Veneto, il "defensor fidei".
Nel Napoletano, di Mussolini piaceva soprattutto l'attore, che autorizzava, nella imitazione dei suoi più teatrali atteggiamenti, una perenne Piedigrotta in nero. (cap. X, p. 144)
- Ci veniva inculcata un'immagine del duce superuomo, semidio, "inviato dalla Provvidenza". Per dogma, il duce era buono, leale, saggio, forte, coraggioso. E chi non era con lui, non soltanto era contro di lui, ma non era come lui, supremo modello da imitare. (cap. X, p. 147)
- Il duce era capace di tutto. Quando chiesi al professore di "Cultura fascista": «Vorrei sapere se il duce è più forte di Carnera...», quel professore, un centurione della Milizia che teneva le sue lezioni in impataccata divisa, così mi rispose: «Ecco una domanda intelligente e mi fa piacere che proprio tu me l'abbia posta...». E scandendo: «Il duce, Carnera lo butta giù con un dito solo...». (cap. X, p. 147)
- Si nasceva fascisti, ma si moriva anche col Suo[2] nome sulle labbra, chiedendo di indossare la camicia nera, prima di esalare l'ultimo respiro. La forma di rito per la quasi totalità degli annunci funebri che leggevo allora nel «Mattino» di Napoli, era questa: «Prima di morire ha chiesto di indossare la camicia nera». E anche se non era andata proprio così, i parenti del morto, per quieto vivere (quel "quieto vivere" che tanta parte ha nella nostra storia) adottavano quel necrologico formulario in nera armonia [...] con i tempi che incombevano.
Ci insegnavano a disprezzare gli agi, le mollezze, la nostra vita e quella altrui. «Ama il prossimo tuo, se è fascista». (cap. X, p. 148)
- Nella «Domenica del Corriere» le copertine scoraggiavano ogni curiosità sessuale. Il massimo che si poteva scorgere erano gambe nude di pastorelle rapite in volo da aquile gigantesche. Nelle pagine interne c'era, tuttavia, una pubblicità di certe pillole per rassodare il seno, pubblicità più che morigerata (il seno nudo era quello di non so più quale dea, roba classica) ma sulla quale feci più di un pensierino. (cap. XIII, p. 175)
- Un popolo di attori, che ha maschere per emblemi regionali, aveva trovato (o dette ad intendere di aver trovato, il che è lo stesso) un interprete d'eccezione nel Mussolini istrione, identificandosi con lui nella farsa e nella tragedia fascista. Caduto Mussolini, di nuovo si rifugiò in altre evasioni dalla realtà, tra cui la sua intramontabile arte recitativa, ma con questa differenza: ora si recitava a soggetto. L'antifascismo autentico, patrimonio di pochi, venne perdendo la forza della sua autenticità e si sciolse come un rivolo d'oro, tra il bronzo delle facce rese ancor più ipocrite dalle nuove finzioni. Perché sorprendersi tanto, se il passato, quel tipo di passato, minaccia di rifarsi vivo? (cap. XV, p. 213)
Note
[modifica]- ↑ Il Messaggero.
- ↑ di Mussolini.
Bibliografia
[modifica]- Nino Longobardi, Il figlio del podestà, Rusconi, Milano, 1976.
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