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Oreste Raggi

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Oreste Raggi (1812 – 1882), avvocato e saggista italiano.

I Colli Albani e Tusculani

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  • Questo suolo che in un dolce pendio scende dal monte Albano, a meriggio di Roma, ti apre vedute incantevoli della campagna, del mar Tirreno e delle colline del subappennino toscano fino alle isole Ponze presso Gaeta. Ora a questa sì vaga postura se noi aggiungiamo una soave aria e delle più salubri, un cielo dei più sereni, il vivo verdeggiare delle sue terre, la varietà dei luoghi, la prossimità di Roma, comprendiamo facilmente come gli antichi patrizi romani, e gli stessi imperatori vi profondessero tesori in ville e casini per loro diporto. (pp. 65-66)
  • [...] se piace conoscere la industria e i costumi dei Marinesi dirò che qui, come in quasi tutti i circostanti luoghi, cresce abbondante e rigogliosa la vite che dà vini squisitissimi. Come vi sovrabbondano e sono per la bontà loro ricercate in commercio, le cipolle: «Dà cipolle e buon vino.»
    Come si diano a coltivare le cipolle merita poi di conoscersi, essendo l'uso assai particolare: ai poveri che non hanno terreni propri il Comune assegna ogni anno un vasto campo che dicesi IL CIPOLLARO, e questo è diviso in tante parti, per distribuirlo ad altrettanti poveri padri di famiglia. Stabilito il giorno della partizione, si raccoglie sul terreno stesso gran numero del minuto popolo, che avendo seco gl'istrumenti rurali, attende che i maestrati estraggano a sorte il pezzo che toccherà a ciascuno. Ma non è a credere che la faccenda si passi sempre senza risse o ferimenti, ché questa è gente piuttosto fiera che no, rissosa, facile di venire alle mani ed al coltello. (pp. 231-232)
  • Rocca di Papa, che sorge sull'orlo meridionale del monte Albano, di tetro aspetto, come si vede anche da lungi, spesso nell' autunno ravvolta tra la nebbia, pare che scoscendendo precipiti giù per la china del monte. Antonio Nibby, che io ebbi a maestro nella nostra università romana, e che ricorderò sempre con affetto, così accurato ricercatore delle memorie antiche di Roma e della sua campagna, credeva che qui fosse la Città Fabia e che per corruzione di questa voce nel medio evo si dicesse Papia o Papa, aggiunto al nome di Rocca perché veramente una rocca era fabbricata in sull'alto, di cui veggonsi avanzi in alcuni grossi muri presso i Campi di Annibale. (p. 242)
  • [Rocca di Papa] Allorché la visitai la prima volta, sono molti anni, e la descrissi nelle mie Tusculane mi parve un generale porcile: case luride, sgretolate, annerite: tetti quasi tutti ricoperti di tavolette che queste genti si vanno tagliando nelle vicine macchie, e che tengono ferme con grossi sassi che poi cadono facilmente con grave pericolo dei passanti. Quest'uso peraltro allora comune, oggidì è diminuito assai, ed i tetti si ricuoprono di tegole. Anche il generale sudiciume è un po' minore, ma è sempre molto. (p. 244)
  • [Rocca di Papa] Ad eccezione di poche e distinte case, la maggior parte sono abitate da gente sudicia che non sai quando si pettini o si lavi, che convive con ogni generazione d'insetti o di schifosi animali, dei quali il più netto ò il porco: topi, bacherozzoli, cimici, mosche, pulci, t'infastidiscono talmente, che non sai come vivere. Eppure la moda porta molti villeggianti alla Rocca in grazia dell'aria e dell'acqua, che per dir vero non puoi desiderare migliori. Ma la bontà dell'aria viene corrotta dalle tristi esalazioni che emanano dalla maggior parte delle case e delle vie lorde da tanta immondizia. (p. 244)
  • Il maggior vanto [...] di Monte Compatri è Marco Mastrofini, filologo e scienziato di cui la celebrità va non solo fra gl'Italiani ma fra gli stranieri altresì. Il 25 di aprile del 1763 egli nacque in questa sua terra. All'età di dieci anni fu mandato per istudi in Roma e a dodici nel seminario di Frascati dove con molta lode li compì; finché a ventitré anni già vi era egli stesso maestro di filosofia e di matematica. E già della filosofia volgeva nell'animo di dare al pubblico un qualche saggio, e diede primo una dissertazione sulla esistenza di Dio stampata coi tipi del seminario. Le lodi che, segnatamente dal celebre cardinale Gerdil, trasse il Mastrofini per questo primo lavoro, lo animarono ad uno tanto maggiore che fu la metafisica sublimiore. Sappiano peraltro coloro i quali dispregiando le buone lettere perché le ignorano, malignamente proverbiano chi alla profondità di qualche scienza le ama pure congiunte, che anche il Mastrofini alla sodezza dei filosofici studi non volle discompagnata l'amenità delle stesse lettere, le quali coltivando si rese caro al Buonafede, al Monti, al De Rossi e ad altri chiarissimi. (pp. 483-484)
  • Nella prossima vallata di Rocca Priora sono i pozzi ossia le conserve della neve di cui facciamo uso in Roma, poiché in queste alture quasi non passa inverno che non vi cada in gran copia, ed il giorno che vi si raccoglie è giorno di festa popolare. Quando il tempo è opportuno le campane danno gli avvisi suonando a distesa. Allora uomini e donne, vecchi e fanciulli, potestà civili ed ecclesiastiche, tutte accorrono verso quelle conserve. Serrate le case, le botteghe, gli uffici, va il popolo a due, a tre, a quattro, a dieci, a frotte a quella volta. I ministri dello appaltatore commettono a ciascuno il lavoro, altri al lavoro sovrastanno; i maestrati vigilano al buon ordine, alla quiete pubblica. Subito vedete in mezzo a quel campo, tutto biancheggiante, un formicolare di gente di ogni età, di ogni sesso, un andare e venire da ogni parte: chi raccogliere con pale e con altri strumenti la neve, chi caricarla sui giumenti o sui cavalli, chi trasportarla colle carriole, donne recar pieni gli schifi, uomini a due a due portarne larghe tavole, che chiamano barelle, lunghe fila di essi andare carichi ai pozzi, altri tornarne vuoti e venir di nuovo a caricare. Ma siamo presso al tramonto, cessa il lavoro, tutti riedono festanti verso il paese cantando e danzando con ciuffoletti, cornamuse, tamburelli, e simili strumenti. (pp. 498-499)

Bibliografia

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