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Pier Ludovico Occhini

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Pier Ludovico Occhini

Pier Ludovico Occhini (1874 – 1941), giornalista, scrittore e politico italiano.

Citazioni di Pier Ludovico Occhini

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  • Come tutti sanno, il programma agrario dei socialisti può esser riassunto in questa formula: la socializzazione delle terre. Soltanto con la socializzazione delle terre, vale a dire soltanto con la trasformazione della proprietà privata in proprietà collettiva, e quindi con l'abolizione di ogni forma capitalistica, può essere possibile, secondo i socialisti, di ridare al contadino un vero affetto al lavoro.
    Ma per quanto il partito socialista abbia ormai largo seguito nelle nostre campagne, si può nettamente affermare che la quasi totalità dei nostri contadini non è socialista, e che se i socialisti parlassero ai contadini con più chiarezza e loro dicessero che la terra deve tutta divenire proprietà indivisa e inalienabile dello Stato; che essi, a qualunque tendenza appartengano, si propongono di tener in vita il regime del salariato – perché, in sostanza, il comunismo stesso non può risolversi che in un salariato universale –, nessuno li ascolterebbe e li seguirebbe più.[1]

Valle Tiberina

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  • San Francesco fu a Montauto nel settembre del 1224. Tornava dalla Verna «il crudo sasso infra Tevere ed Arno» ove «da Cristo prese l'ultimo sigillo». Era stanco, estenuato. Il conte Alberto di Ranieri Barbolani l'accolse, gli offrì cibo e ricovero, e poi, avendo appreso che il santo era stato avvertito da Dio di prepararsi a morire, e che appunto per questo si dirigeva a Santa Maria degli Angeli dove intendeva di terminare i suoi giorni, lo pregò che, prima di allontanarsi, gli lasciasse un ricordo.
    San Francesco, grato dell'ospitalità ricevuta, non avendo altro, si tolse l'abito, quello stesso col quale aveva ricevuto le stimate, e glielo diede. (p. 20)
  • Anghiari sorge su un colle posto in mezzo alle valli della Sovara e del Tevere. Piccolo castello triangolare nel 1104, quando Bernardino di Sidonia conte di Galbino lo donò al priore di Camaldoli, si aumentò a poco a poco. Ora si compone di due parti: il vecchio paese entro la cinta del castello e il borgo nuovo.
    Questo è traversato dall'ampia e caratteristica strada disegnata da Pier Saccone Tarlati[2], la quale dalla punta più elevata del colle corre diritta, quasi freccia, al piano, e quindi continua fino a raggiungere il Tevere; e ha una piazza che è come un delizioso balcone su la pianura. Ma le case linde, con le persiane grigie o verdi, e le facciate intonacate e imbiancate, e tutte più o meno simili fra di loro, gli danno un aspetto esteticamente poco piacevole. (p. 29)
  • Anghiari vecchio, invece, è in sommo grado pittoresco. Qui le viuzze sono straordinariamente ripide, tortuose e strette. Le case sono alte e, disordinatamente pigiate l'una all'altra, sembrano ansiose, come nel tempo in cui spesseggiavano i pericoli, di stringersi alle compagne. E gli usci tarlati, le finestre munite di grosse inferriate, le ripide scale sporgenti, i ballatoi, le mensole delle travi, le serrature, i martelli delle porte, tutte queste cose annerite o arrugginite dal tempo, artista inimitabile, tra le quali timidamente qua e là apparisce e sorride qualche delicata invenzione del Rinascimento, ci danno la visione sintetica della vita nel Medio Evo. (p. 30)
  • Anghiari, secondo il Taglieschi, fu fondato nell'anno 384 dopo Cristo.
    Un tal Anglo Bernardino di Lucio dei re di Angheria avrebbe fondato questo castello «che, dal nome della sua patria e per memoria dell'antica Ara di Giano eretta quivi, nominò Anghiari».
    Il Taglieschi assicura di aver attinto questa notizia da certe «Relazioni del regno della Lombardia» di Giovanni Vuetertese da Tortona, cronista fiorito nel settimo secolo. Ma il documento più vecchio a noi pervenuto, nel quale ricorre per la prima volta il nome di Anghiari, è una pergamena ingiallita dell'anno 1048, la quale si trova a Città di Castello. (pp. 45-46)
  • [...] a Caprese, tra l'erbe alte e le macerie, sorge un edificio dove nacque un possente, una delle più grandi anime umane, il divino Michelangelo. E si girano i suoi dintorni, sedotti dal fascino, dal profumo di santità che posseggono tutti i luoghi che serbano qualche memoria di San Francesco.
    San Francesco fu, difatti, così dicono, tre volte in questi luoghi: forse nel 1214 e nel 1218, certo nel settembre del 1224. (p. 68)
  • [...] ecco sotto i nostri occhi la Pieve, adagiata mollemente in una conca verde tra i monti.
    Nulla di più leggiadro che questo piccolo borgo, cinto dai monti come da una aureola.
    Pieve S. Stefano apparisce ai nostri occhi, come si è detto, in un bacino verde.
    E i boschi e i floridi campi che la circondano, l'aere purissimo e le acque del Tevere le danno un aspetto di freschezza e di giovinezza. (pp. 91-94)

Viaggi

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I. Una gita nell'Eritrea

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  • [...] straordinariamente ospitale è oggi, nella gran maggioranza, la popolazione di Asmara, quantunque convenga aggiungere che proprio questa città, per dieci lunghi anni, fu abitata e dominata da un uomo che certo d'ospitalità ben poco s'intese e fu nostro nemico implacabile.
    Parlo, s'intende, di ras Alula. (cap. III, p. 61)
  • Certo è che ras Alula non fu uomo comune. Nessuno nega che nella profondità della sua anima vi fu qualche cosa di misterioso. Tutti concordano che è vero ch'egli si sottoponeva a rigorosi digiuni, a lunghe preghiere. Che è vero che quando gli giunse l'annunzio della morte della sorella scoppiò in lagrime, proruppe in dirotto pianto come un fanciullo, e voleva chiudersi in un convento.
    E nessuno nega che quest'uomo ora chiuso, assorto, malinconico, ora irruente e fervido, dové in certi istanti credere di avere una missione: la missione di spazzar via gl'invasori [italiani] che si erano impadroniti o minacciavano d'impadronirsi del suolo che apparteneva al suo Re, ed impedivano l'attuazione del sogno di Re Giovanni di ricostituire su solide basi il vecchio impero etiopico, fra il Nilo e il mare. (cap. III, pp. 62-63)
  • Io ho sentito in Egitto e a Aden parlare più volte dell'Asmara, e sempre con sentimento d'invidia. Si considera l'Asmara come la capitale di una vera Svizzera africana. Lassù difatti il calore accasciante di Aden, e il caldo dell'Egitto che, tolto i mesi d'inverno, è davvero penoso, non esistono. Siamo all'altezza di 2347 metri sul livello del mare. Talché gl'italiani che vi si sono stabiliti pensano che, un giorno, rese più facili le comunicazioni con Massaua, la loro città potrà[3] divenire una stazione climatica, un soggiorno incantevole, un delizioso rifugio per gli europei che, per ragioni di ufficio o di commercio, devono vivere lungo il Mar Rosso e desiderano sfuggirne i quaranta e i cinquanta centigradi dei mesi estivi. (cap. III, pp. 68-69)
  • Tutto accenna all'Asmara a uno sviluppo progressivo. Lassù le case si fabbricano e non si demoliscono come a Massaua. Si aprono i negozi e non si chiudono come a Massaua. Ci sentiamo in un ambiente di giovinezza e di vita. E l'energia è nell'aria perché, fatte poche eccezioni, tutti sono fervidi di speranza. (cap. III, p. 69)
  • Cheren, capoluogo dei Bogos[4], non merita il nome di città che, con insulto alla nomenclatura geografica, le viene attribuito. Conta infatti non più di 3600 abitanti, dei quali appena 250 sono europei. Non ha costruzioni importanti come Massaua; non ha stabilimenti industriali come l'Asmara. Si compone di poche casette e di due villaggi – l'uno posto sotto il monte Sevan in prossimità della Missione, e l'altro sotto l'altura coronata dal forte – e questi due villaggi, come del resto tutti i villaggi indigeni della colonia, si potrebbero più propriamente dire due grandi mucchi di povere e luride capanne dalle pareti cilindriche coperte da tetti conici di paglia putrida. (cap. VII, p. 151)
  • Tuttociò che Cheren ha di notevole si riduce a una moschea, ai fabbricati della Missione cattolica, e a una palazzina discretamente elegante situata nel forte, e che fu costruita al tempo dell'occupazione egiziana.
    Oltre questo, Cheren non ha altro degno di nota.
    Eppure pochi luoghi in colonia[5] mi fecero un'impressione più viva e deliziosa.
    Io ricordava, avvicinandomi a Cheren, che vive a Cheren Sidi Giafar Morgani discendente da una figliuola di Maometto, e veramente Cheren mi parve l'ideale soggiorno per una bella principessa, una di quelle sultane dagli occhi pensosi e languidi dei racconti e delle canzoni arabe. (cap. VII, p. 152)
  • Mi dissero che, quando le piogge cadono, la campagna di Cheren muta improvvisamente di aspetto, la vita in poche ore risuscita, e molta parte del suolo si copre di uno smalto verde intarsiato di fiori splendidi.
    Ciò è certamente vero. Da tutti si sa che la stagione delle piogge è la primavera della colonia. Ma Cheren ha un solo periodo di piogge[6] su la fine dell'estate, mentre in aprile si scatena solo, di quando in quando, qualche acquazzone torrenziale. Terminato tale periodo la natura ricade in un sonno letargico; e quindi, necessariamente, il lieto spettacolo della terra in festa vi è molto breve.
    Pure, se questo spettacolo è breve non può esservi dubbio circa la fertilità della campagna di Cheren e le sue attitudini a coltivazioni di largo e sicuro reddito. (cap. VII, pp. 161-162)
  • [...] a un tratto, in vicinanza di Assàb, il paesaggio muta e diviene assai meno, inospitale.
    La cittadina che apparisce lontano col candido palazzo del residente, i caseggiati candidi a forma di dado e le baracche e le casupole indigene, è circondata da macchie folte di palme dum; e adagiata su le rive del mare, sopra uno spianato ondeggiante di terra flava, fa l'impressione leggiadra di una stazione di bagni dell'Adriatico. (cap. IX, pp. 190-191)
  • [...] Assàb, tanto nella stampa che nel parlamento [italiano], restò, per lunghi anni un tema di discussioni e di polemiche, finché avvenuta l'occupazione di Massaua e allargatosi il nostro dominio coloniale, perse ogni importanza, ed è oggi difficile che si parli di essa, come è molto difficile che un italiano andando in colonia [eritrea] senta il bisogno di visitare quello che fu il nostro primo possedimento. (cap. IX, p. 204)
  • I dancali sono turbolenti e fanatici. Rubare e anticipare la morte del prossimo per loro non è un delitto. Uno di essi diceva: L'acqua è strettamente divisa tra gli abitanti del nostro paese. E noi morremmo di sete e morremmo di fame se il nostro numero si accrescesse. Come vuoi dunque ch'io prenda moglie e metta al mondo un figliuolo se prima, uccidendo un altro uomo, non gli ho preparato il posto?
    E così in base a simili massime agiscono. (cap. IX, pp. 212-213)
  • In tanti anni di occupazione noi [italiani] non abbiamo istituito in Assàb né una scuola, né uno spedale, né un'opera di assistenza qualsiasi, mezzi questi che sono certamente i più idonei per influire su l'animo delle popolazioni indigene e per condurle a una lenta ma costante e graduale evoluzione verso forme più civili di vita.
    Nessun luogo della colonia [eritrea] è stato, in una parola, più trascurato. (cap. IX, pp. 217-218)

II. Ricordi dell'Italia irredenta

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  • Seppi a Zara che mentre anni fa i dalmati avevano come rappresentanti nel Parlamento a Vienna nove deputati italiani, adesso i deputati dalmati sono tutti slavi. I contadini slavi, guidati dai fanatici preti slavi e sostenuti dalla polizia, sono i peggiori nemici del nostro nome.
    Mentre tutti i municipii della Dalmazia sono caduti in mano degli slavi, Zara ancora vittoriosamente resiste e ha una amministrazione civica italiana. (cap. XII, p. 263)
  • All'Hôtel Imperial avendo domandato alla proprietaria perché mentre Pola parla l'italiano nel suo albergo non si parlasse che il tedesco, ho sentito rispondermi con un sorrisetto di pessimo gusto: Perché Pola è nostra. (cap. XII, p. 271)
  • A Pola la città è piena di ufficiali marinai e soldati austriaci. E fa pena. Colossali rovine e splendidi monumenti romani sono sparsi da per tutto. Il tempio di Augusto e di Roma con le sue grandiose colonne corintie, la maravigliosa Arena la cui costruzione risale all'epoca degli Antonini, sono documenti che richiamano alla memoria le pagine più gloriose della nostra storia. Il golfo è magnifico col suo mare azzurro e profondo. (cap. XII, p. 272)
  • Come a Zara, a Spalato, a Ragusa e altrove, anche a Pola mi fu detto che tutti gli spiriti più alti, tutti i più forti intelletti del partito liberale sono costretti ad esulare per non subire le persecuzioni della polizia. Come a Zara, a Spalato, a Ragusa e altrove, anche a Pola la lotta contro tanti nemici capitanati dalle attivissime associazioni tedesche e più dalle slave si fa per i nostri ogni giorno più difficile.
    Gli slavi lo dicono: vogliono sommergere gli italiani nell'Adriatico. E sono audaci e risoluti. Essi sentono, si chiamino serbi, croati o sloveni, un'avversione profonda contro di noi. Un tale bruciò la Divina Commedia! (cap. XII, p. 273)
  • Sullo stemma di Zara, che è veramente la cittadella della italianità nella Dalmazia, figura il santo cavaliere Grisogono che galoppa contro il nemico con la lancia in resta.
    Io ho visto con commozione questo antico stemma su le verdeggianti e massiccie mura venete della città accanto al fiero leone alato di San Marco.
    Ma il tempo ha deteriorato lo scudo e spuntata la lancia del cavaliere.
    Conviene che gl'italiani lo sappiano e che ci pensino. (cap. XII, p. 276)

Note

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  1. La crisi agraria in Italia, Vallecchi editore, Firenze, 1921, cap. VII, p. 111.
  2. Pietro Tarlati da Pietramala, detto Pier Saccone Tarlati (1261-1356), condottiero e capitano di ventura italiano.
  3. Nel testo "pottrà".
  4. Popolo bogos o bilen, gruppo etnico residente in Eritrea.
  5. Colonia eritrea, prima colonia del Regno d'Italia in Africa.
  6. Nel testo "pioggie".

Bibliografia

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Altri progetti

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