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Piero Bianconi

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Piero Bianconi (1899 – 1984), docente, scrittore e storico dell'arte svizzero.

Citazioni di Piero Bianconi

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  • A Riva San Vitale, quando il riflesso bruno e corroso delle case s'impiglia e perde nei canneti della riva, quando il lago lascia posto a un ispido corridoio verde e un po' squallido (abitato com'è da remote storie brigantesche), uno capisce che s'entra in una specie d'atrio o d'anticamera, avverte un mutamento nella luce.​[1]

Albero genealogico

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  • Camminiamo sulla diga [di Contra], grigio cemento con qualche ferro che sporge, sono le ossa di questo organismo che non è inerte e rigido, mi spiega Filippo, ma elastico, vibrante, insomma vivo. [...] Fermata dal muro prepotente l'acqua sale e pian piano inghiotte dirupi campi e stalle, sommerge un mondo di immemore fatica anonima per creare energia, calore, luce. [...] Considero l'acqua impassibile che sale, le nuvole che si specchiano nell'acqua sporca del lago, come vi si specchiano le case lontane di Vogorno, quelle che resteranno e quelle destinate a scomparire, la brezza increspa appena la superficie del lago, frantuma le bianche nuvole, le sparpaglia come in un dipinto impressionista.​ (pp. 9-10)
  • [Su Mergoscia] Quelle poche stalle superstiti sembrano bestie accosciate a bere sull'orlo dell'acqua, spalancano come un occhio spaventato l'unica finestrella orlata di bianco nel grigio del muro scabro. Sono i monumenti di quello che è stato il mondo dei miei vecchi, le macerie della stalla dove un secolo fa e passa è nata mia madre. (p. 11)
  • Per vedere bene Mergoscia bisogna andarci dalla strada sua, dalla strada che è soltanto e tutta sua e si ferma sul sacrato gentile: dalla strada il villaggio appare tutto spiegato nelle sparse frazioni, nei casolari dispersi: tutto un formicolio di case e stalle sventagliate e distese come un lenzuolo grigio macchiato di chiaro sulla spalla del monte; un formicolio di case e casette, logge e altane, e le finestrelle che guardano curiose, orlate di bianco sul grigio scabro dei muri a secco: un villaggio curioso e curiosamente occhiuto, da sentirsi quasi impacciati sotto tanti occhi. (p. 15)
  • ​Cammino solo verso Vogorno, sulla strada vecchia​ che domani sarà sott'acqua, non ci passeranno che le trote, forse un po' sbalordite dalla novità; mi fermo davanti al casolare di Tropino di là dall'acqua, un pugnello di stalle nere di tempo e di miseria [...]. Hanno scoperchiato le case che saranno sommerse, sono senza più quella bocca triangolare d'ombra sotto il tetto; hanno portato via la carpenteria perché non galleggino travi e travetti sull'acqua, bisogna continuamente far pulizia, due uomini in barca raccolgono la legna che galleggia, la portano sulla riva e la bruciano, c'è una colonna celestina di fumo giù nella luce che tra le due chine opposte sale su dal lago, da quello vero. (pp. 44-45)
  • Mia madre mi portava spesso nel parlatorio del convento di Santa Caterina dove stava la zia e dove studiavano le mie due sorelle; era una stanza scura, i muri e le piastrelle del pavimento trasudavano umidità, c'era una enorme grata di ferro, doppia, che teneva quasi tutta una parete e dietro si intravvedeva una monaca nera, come un fantasma: erano lunghe conversazioni bisbigliate fitte fitte, intramezzate di sospiri e giaculatorie, mia madre stanca su una seggiola e dietro la grata non si vedeva che il bianco del soggòlo e delle mani della monaca.
    Il portone dell'atrio non si apriva mai, si tirava un campanello e di lì a poco s'apriva lo sportello dietro un disco di latta a minuti forellini (come nei confessionali), dallo spioncino uscivano bisbigli e giaculatorie: «Sia lodato Gesù Cristo», diceva una voce attraverso i forellini; «E sempre sia lodato», rispondeva mia madre. Accanto alla porta c'era la ruota, un misterioso cilindro di legno lustro nel muro, girava su di sé, a un tratto s'apriva un vuoto, come un armadio scuro, se ne tiravano fuori maestà pagliettate d'oro, e agnus dei, e biscotti duri come sassi, pane di san Nicola; ma era più la roba che ci entrava, frutta per lo più, pesche e uva, il cilindro silenziosamente girava e la roba spariva, «Sia lodato Gesù Cristo...». (p. 95)
  • [Sulla propria casa natale] La casa era un casone vecchio e sgangherato e scomodo, scale scalette androni stanze stanzucce, gente e bestie, cantina tinaia e fienile, tutto ci trovava bene o male posto; e forse in mano a un uomo di fantasia ne poteva uscire una spassosa abitazione, un labirinto; il corpo centrale doveva essere il resto della villa padronale settecentesca, c'era una gran sala col camino e il soffitto a cassettoni: ma non l'ho mai vista vuota, era sempre ingombra fino in cima di fascine e di fieno (donde la sua denominazione: la fegnèra​).​ (pp. 102-103)
  • La strada di allora era una cosa assai diversa da quella d'oggi, sia come fondo che come traffico: i pesanti carri macinavano la ghiaia di calcare, la riducevano a una polvere bianchissima e sottile che infarinava erbe alberi e ogni cosa, metteva come un'aureola fosforescente ai margini della strada; e bastava poi un po' di pioggia a trasformarla in un letto fangoso. Polvere o fango, sempre riceveva docilmente le impronte dei passanti, ruote di carri o scarpe chiodate, ferri di cavallo o grandi orme di piedoni nudi.​ (pp. 125-126)
  • ​Ma il bello della Baronata era il parco sterminato, la vecchia villa disabitata con i suoi andirivieni, la libertà di scorrazzare per ogni dove, luogo incantato. (p. 130)
  • [Sull'Istituto Sant'Eugenio] Ma dei pochi ricordi di quello scuro e un po' tetro convento cappuccinesco, alcuni sono assai belli, ricordo con affetto l'insegnante di canto, si chiamava Gherardini, ci contagiava del suo generoso entusiasmo lirico, ci faceva cantare il Nabucco, diceva che bisognava tirar dentro un metro cubo d'aria per allungare al massimo il patire: «che ne infonda al patiiiiiire al patire virtù...»: e noi ce la mettevamo tutta, beati. E così vari altri insegnanti, laici o clericali, e le suore: delle quali meglio mi si impresse nella memoria la mastodontica cuoca, che in caso di bisogno ci somministrava l'olio di ricino, panacea di tutti i mali: con una autorità tale che non ci dava nemmeno il tempo di ribellarci... (p. 130)

C'è un solo villaggio nostro

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  • ​Nato e cresciuto a Minusio; però fuori, in una zona appartata, remota, in una splendida plaga dove le poche case sparpagliate nel verde allora si potevano contare tutte sulle dita d'una mano, in vista del lago: per intenderci, sull'insenatura o diciamo golfo in cima al lago, vicino a Mappo. Una zona deserta, riparata, tiepida, ho sentito ripetere spesso che i geografi la considerano il posto più caldo della Svizzera: e infatti si specchiano in quel golfo alcune ville signorili, la Verbanella, la Roccabella, la Baronata... (p. 30)
  • ​Nessuno allora abitava la Verbanella, coronata dai suoi merli neogotici e dall'arioso loggiato, come l'aveva fatta costruire Angelo Brofferio (in capo al lago mezzo elvetico mezzo piemontese); ma poi fu dissennatamente scoronata e dimezzata e ridotta a un mozzicone insignificante. Si guardava con un certo brivido un buco nel muro, a forma di cuore, che lasciava intravvedere la faccia dolente di una Madonna: si diceva che il muratore non era riuscito a turare quel buco, i mattoni cadevano sempre: tanto che l'aveva dovuto lasciare aperto. (p. 32) 
  • [Sulla Baronata] Ricordo che una ventina d'anni fa fu qui Riccardo Bacchelli per una conferenza; e volle vedere — non l'aveva mai visto, nemmeno in fotografia — quel parco e quella casa dove si svolge la prima parte del suo romanzo, «Il Diavolo al Pontelungo»: e andai io a fargli da guida. Girando per i viali e sotto i grandi alberi eravamo silenziosi e come sbigottiti tutti e due: lui di trovare così vasto dominio dove aveva immaginato cose assai più modeste; io di vedere quel parco, che nella memoria mi si era fatto sterminato, assai più ristretto nella realtà, ogni tanto si scorgeva tra il verde il muro che lo ricinge tutto: ingannati tutti e due, e delusi, lui dalla immaginazione, io dalla memoria: due «puissances trompeuses», a dirla con Pascal... (p. 33)

Croci e rascane

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  • Valle scabra e dura la Verzasca... E se volessimo paragonare il Ticino a un frutto succoso, la Verzasca uscirebbe scabra e dura dal paragone, perché di quel frutto sarebbe il nòcciolo. Infatti è chiusa proprio nel cuore del Ticino, tra confini ticinesi. Da tutte le altre valli nostrane toccate, di qua o di là, per questo o quel passo, terra forestiera, non ticinese; in Verzasca invece, scavalcate pure tutte le montagne, sempre vi affacciate a un'altra valle nostrana, la Valmaggia o la Lavizzara a ponente, la Riviera o la Leventina a levante o a settentrione. (p. 27)
  • Mergoscia: altro problema. In bilico anche lui, questo villaggio, se appartenga alla Verzasca oppure no... Ci si arriva per una strada tutta sua, altissima sulla destra del fiume, una strada pittoresca e ardita, sospesa su precipizi burroni e spaccature vertiginose, stretta nella montagna, incisa nella viva roccia. Tutta per Mergoscia: dove termina, su un sagrato che è una delle più care cose del nostro paese, così aperto intimo e solatio, d'una così piena e remota pace, d'una veduta così larga e raccolta! (p. 28)
  • Il campanile, – che portava, ancor non è molto, le bandiere della Svizzera e degli Stati Uniti, croce e stelle, a ricordare quanta gente è andata oltre Oceano a cercar fortuna – è legato alla chiesa [dei Santi Carpoforo e Gottardo] da un portichetto gentile, la piazzetta è chiusa a monte dalla facciata celeste della canonica: si direbbe che il mondo finisca qui, in una pace stanca e felice. (p. 28)
  • Ma proprio allora, dalla strada che scende un poco, verdolina e fresca, appare in alto Mergoscia: un formicolio di case e stalle sventagliato e disteso come un lenzuolo grigio macchiato sulla vasta spalla del monte: un formicolio di casette grige e bianche, logge e altane, e le finestrelle col collarino bianco che guardano curiose, la chiesa e la canonica celeste intorno al sagrato alto come un balcone al sole; e, dietro la chiesa, il camposanto anche più pieno di pace, di stanchezza che finalmente riposa sotto le umili croci sbilenche. Certo Mergoscia fa parte della Verzasca [...]. (p. 29)
  • Passato il ponte della Porta, di Vogorno non si vedono che poche case: il grosso è più in alto, sui terrazzi del monte. È il primo villaggio della valle, ed è rimasto il più arcaico, per via appunto della sua situazione, lontano dalla strada e da frequenti contatti; e del resto Vogorno è tutto impigliato, con le sue vaste frazioni, fra il fitto reticolato dei vigneti, tutto il piede del Pizzo di Vogorno è vestito di verde, di campetti sostenuti da muri a secco, patate, granturco fagiuoli e viti. (p. 32)
  • Da Vogorno si comincia a scorgere, in cima a un cono sulla destra del fiume, il più gentile villaggio della Verzasca, Corippo: una cascatella triangolare di gremitissime case grigie e di tetti neri addosso alla chiesa, che contiene l'urto mettendosi di traverso. (p. 33)
  • Poco dopo Corippo, la valle muta aspetto, fin lì il fiume è invisibile, celato nelle gole profonde, nella stretta spaccatura che incide profondamente il fondo della valle; il fiume non rappresenta nessuna parte nella vita dei paesani di Vogorno, contadini vignaiuoli ma non pescatori. Di qui innanzi invece il fiume affiora, s'accompagna alla strada, fruscia con le sue pulitissime acque sulla roccia pulita, scorre nelle lunghe cune parallele scavate nella vena della roccia che corre nel senso del fiume. Così lo si vede a Lavertezzo, sotto l'arco del vecchio ponte [...]. (p. 34)
  • Vinta la salita, appare Brione, alla confluenza dell'Osola con la Verzasca. Quello che subito colpisce è il bianco vasto greto del fiume: non più incanalato nella roccia, ma capriccioso e prepotente tra i candidi ciottoli levigati. Il villaggio è rannicchiato, coi suoi prati e campi, nel triangolo tra le due acque, sotto il monte ripidissimo che torreggia: come se cercasse scampo dal fiume insidioso. Il monte, lacerato ai piedi dalle vaste ferite delle cave di granito, è così erto che impressiona; e si dice che la domestica di un curato, venuta qui dalle facili colline del Mendrisiotto, non osava entrare nella canonica, non poteva persuadersi che fosse possibile dormire sotto così minaccioso strapiombo di roccia. (p. 35)
  • Bisogna salire sui monti e sugli alpi della Verzasca per sentire anche la più scabra forza e la solenne grandezza della valle: sull'alpe di Giove, sopra Brione, sul passo d'Eva che mette a Maggia (strana presenza di vallette mitologiche). Le vallette son chiuse da vasti sassosi anfiteatri, le cascatelle disegnan raggi concentrici, vene bianche disposte a stecche di ventaglio, un ventaglio d'avorio sulla nuda pietra. (p. 35)
  • Sotto il passo c'è il laghetto d'Eva, occhio celeste orlato di verde e di fiori, di grigi massi e di cascine simili ai massi, che ripete i lenti taciti giuochi delle nubi estive e dorme lunghi sonni appannati dal gelo invernale. (p. 35)
  • La Valmaggia è tra le più ampie valli del Ticino, come conferma una probabile etimologia, "valle maggiore". Una vallata che si ramifica e si divide e suddivide come una mano: val di Campo e val di Bosco, val Bavona, val Lavizzara e val di Peccia: una gran mano dalle dita strambe e contorte, corse dalle vene azzurre dell'acqua che nasce sotto i passi alpini e le montagne che delimitano esattamente la Valmaggia e la congiungono con le valli finitime: Onsernone, Formazza, Bedretto, Leventina e Verzasca. Un solo fiume, la Rovana, porta le sue infidissime acque d'oltre confine. (p. 39)
  • Esattamente chiusa nella sua vasta cerchia di alte montagne, la Valmaggia è chiusa anche allo sbocco: esce da una strozzatura fra due monti a Pontebrolla. Porta stretta, avara, tanto che appena vi passi la strada: il fiume è costretto a nascondersi ancora una volta entro profonde gole, che l'infinita pazienza delle acque ha corroso bucate levigate ridotte a spugne cavernose e lisce. Rocce pallide, rocce dorate come il miele, striate di rosso: l'acqua vi ritrova il verde e l'azzurro intensissimo, la vaga trasparenza della nascita. (p. 40)
  • Spettacolo che si gode, sempre nuovo, lungo tutta la valle. Chi voglia goderlo anche meglio, piuttosto che da Pontebrolla, entri in valle dal monte di Dunzio, al quale si giunge salendo dalle terre di Pedemonte: balcone che sporge sulla valle, di faccia ad Avegno e Gordevio, incantevole belvedere. È bellissimo monte, casette linde sotto neri castagni, viottole limitate da infiniti muretti, e vigneti dappertutto, a pergolati, a toppie sui tetti delle stalle, a filari sui pendii: su tutto una pace celeste, un silenzio da favola. (p. 43)
  • Anche il grotto Maimorire (bel nome per un posto così), ad Avegno, manda i suoi alberi fin sull'orlo della strada: in mezzo alle sue casupole, tra i tavoli, è venuto a piantarsi fieramente un macigno: l'han lasciato stare e gli han messo in groppo una cappellina deliziosa, tutta spirito e bei colori. (p. 46)
  • La Bavona è bellissima valle, che ripete in piccolo la Valmaggia: piatta e lunga come quella, tutta un succedersi di montagne disposte a quinte, e come quella sottomessa al fiume prepotente che scorrazza sul fondo seminato di sassi franati; e le ripide rupi inargentate di cascate e cascatelle: un alternarsi incessante di idilliaca pace e di spettacoli di violenza, col Basodino che sempre torreggia in fondo. (p. 47)
  • Sotto l'altissima assistenza del campanile d'Intragna, e con uno spettacoloso sfoggio di ponti, due fiumi alpestri di non grande conto e di non lungo corso, uniscono le loro acque: la Melezza che scende dalle Centovalli e l'Isorno che sbuca dall'Onsernone; e da quella confluenza che lo abbraccia da tre parti par che ripeta il nome il forte borgo asserragliato con le sue case intorno al campanile, alto nella luce in cima al greppo: Intragna da "inter amnia"... (p. 53)
  • Per convincere basta entrare in quella valle da Verdasio, per il passo della Segna: conservando negli occhi il carattere rupestre, da fortilizio, delle case di Verdasio, la visione dei tetti che si gode salendo, quei tetti chiari qua e là incupiti di muschi, gremitissimi e irti di comignoli, messi per diritto e per traverso: secondo un ordine segreto. (p. 62) 
  • [Su Terre di Pedemonte] Sotto quelle rupestri montagne, – che devon caricarsi di calore e poi irradiarlo, come radiatori – i tre villaggi, Tegna, Verscio Cavigliano, sono amorosamente disposti e adagiati, davanti alla fertilissima campagna rigata di diritte strade e di lunghi filari di vigna, campagna che fu detta "armidica" da una poetessa danese del Settecento, e che merita bene, per la dolcezza dei suoi fichi settembrini e la bontà del vino, il nome gemello a quello del Piemonte. (p. 63)
  • Il grosso villaggio di Losone è un bell'esempio di fedeltà alla tradizione: a pochi passi da Locarno, conserva imperterrito usi e costumi di un tempo [...]. È acquattato sotto una lunga corona di poggetti e di montagnole dai profili incostanti e asimmetrici; le sue campagne, che vanno sempre più guadagnando sulle sterili "gerre" del fiume, di primavera son velate dal rosa dei peschi: belle campagne placide, che conoscon presto l'umida frescure dell'autunno; e i tanti alberi lo nascondono alla vista, non fosse la punta rossa del campanile di San Lorenzo, che svetta gloriosa come una bandiera. (p. 65)
  • È recente (almeno per me, lo vedo stamattina per la prima volta) il delittuoso strazio di quello che, non soltanto a mio giudizio, era fino a ieri il più mirabile complesso di architettura rustica, spontanea, non soltanto della valle ma del Ticino: la frazione di Bignasco, Bignasco vecchio. Autentico gioiello di intelligenza, di sensibilità, di misura umana, miracolosamente preservato, remoto come è dalla strada maestra: un'isola di pace, fuori dal mondo. Ed eccolo qui, insensatamente dilaniato lacerato squarciato, antiche case e stalle atterrate dal bulldozer, per l'ambizione di chi vuol far posto alla dea del nostro tempo, all'automobile, alla quale non davan passo le strette viuzze che sbisciavano tra le case: con irreparabile danno per il nostro paese. (p. 144)
  • A proposito della sullodata commissione, bastano pochi passi per incontrare una veramente inaspettata belluria, nata con l'attivo suo consenso: il bocciodromo di Cavergno, lì candido e gonfio, come un paracadute venuto a posarsi accanto alle case con tutti i necessari crismi ufficiali. (p. 145)

Diario del rimorso

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  • ​Non muore Corippo, che di botto appare sciorinato al sole, lobbie balconi finestrelle e neri triangoli dei solai: di umile sapienza umana. Osteria accogliente – come sarebbe a Hombrechtikon, quanto a arredamento. [...] Il villaggio è davvero mirabile esempio di architettura organica, spontanea, le esigue viuzze sono cassa di risonanza per i gridi e le risate di ragazzone bionde dagli occhi cilestri, discinte e un tantino sfrontate. Eppure si respira un'aria quasi si direbbe di castità, di mente pulita: che poi si ritrova nel cimitero erboso e patetico, con un cespuglio di rose borraccine a far festa sul riposo dei morti. (p. 13)
  • ​Cosa rimane, di una sgambata in Verzasca, sotto il sole feroce di luglio? Oltre il senso quasi di paura che incutono le montagne con la loro terribilità, e a contrasto con quello, quasi un disgusto della troppa gente che non ha rapporto alcuno con il carattere della Verzasca; infinite auto, e ombrelloni, e carne, troppa carne esposta al sole: nei pochi prati, sotto boschetti ombrosi, sui nudi macigni del fiume, nella viva acqua verde. L'impressione che la pubblicità turistica stia guastando o forse ha già guastato la valle, quel sapore di rude e virile poesia che era tipico della scabra Verzasca. (pp. 13-14) 
  • Su a Dunzio, su quell'aprico balcone che domina la bassa Valmaggia: bellissimo posto, ma (strano!) acquitrinoso, non solo in questa stagione che la cosa che meno manca è l'acqua; tanto che i piedi poco stanno asciutti, dopo qualche incauto passo. (p. 67)

Gocce sui fili

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  • Io sono nato sulla strada maestra, fuori di paese, sulla strada ho vissuto parecchi anni, alla strada d'allora mi piace ogni tanto far memoria o parola. A quei tempi la strada era qualcosa di ben diverso da quello che è oggi. Ora la strada ignora il pedone, la fatica evidente: è la furia dell'automobile, disumana cosa sull'asfalto liscio, pericolo costante. Allora la strada era tutta di polvere o di fango, a seconda del tempo; polvere e fango erano incessantemente segnati di orme umane o animali, o dalla rotaia del greve carro, segni di una fatica che non conosceva soste; giorno e notte, per bello e per brutto, gente passava continuamente; e non troppa da perdecisi, né di furia, da confondercisi; ma sparsa, da poterla distinguere con ogni agio, come un film au ralenti, variatissimo. ​(p. 27)
  • Che vi sia un incanto segreto, qualcosa di magico nell'aria di Ascona; che vi operi una forza magnetica, la quale attrae persone singolari, estrose, più o meno ossessionate di problemi spirituali o spiritici, è fuori di dubbio. Non altrimenti si potrebbe spiegare lo sviluppo e la rapida rinomanza acquistata da questo borgo che sessant'anni fa era, si può dire, ignoto, dopo un passato illustre sonnecchiava tranquillo sulla sponda del lago. ​(p. 129)
  • Il villaggio di Prato in Lavizzara ha un suo singolare carattere di non rustica nobiltà: solenni case del Seicento lasciano ancora trasparire decorazioni dipinte sotto la mano di calce che le mortifica, pur decadute conservano un tono aristocratico e vigoroso, le crepe che le spaccano non umiliano la bellezza dei graffiti, merletti di calce attorno alle finestre, con nomi sigle e date. Girellando nell'ordinata rete delle vie tra le grandi case gremite, colpisce l'insistenza, sulle porte e tra le finestre ferrate e fiorite, di un'ingenua colorita araldica che spiega stemmi debitamente inquartati, con aquile bonariamente grafigne, leoncini rampanti e neri merli che fischiano a sommo d'una torre: Arma tale, stemma tal altro... ​(p. 159)​

Le albarelle di San Lorenzo

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  • Da noi veniva dalla Lavizzara, dove erano cave di quella pietra; pare anzi che il nome della valle provenga dal laveggio appunto, sulla stufa del pretorio di Sornico è scolpito, quasi rustica arma, un laveggio. (p. 31)
  • ​Pochi minuti dopo l'oro malato delle betulle ormai quasi spoglie di Pontebrolla, luminoso sul cielo gonfio e torvo, si aprì l'ospitale casa del pittore, dove ardeva un poderoso fuoco nel camino. (p. 35)
  • [Sulla Val Bavona] C'erano le montagne e gli antichi alberi, i castagni ancora neri nell'ara di cristallo, i faggi che avevan messo il primo verdolino fresco, e i casolari, le tante terre dai nomi gentili, case grigie, color montagna, come se fossero state espresse dalla montagna, direttamente: gruppetti di case serrate insieme, come paurose, a farsi compagnia, a tenersi calde: e quei massi enormi che stanno ad attestare la ferocia della impietosa natura, sconvolgimento non antichissimo, come dice l'iscrizione del 1594 che parla della bella campagna al passato remoto [...]. (pp. 87-88)
  • [...] e anche Gannariente, la chiesetta edificata l'anno dopo forse a ricordare le case sepolte, sola tra lo scenario metafisico di quell'immani macigni che evocano lotte tra giganti e dèi, geologia che comunica un brivido mitologico... (p. 88)
  • [Sulla casa di residenza di Giuseppe Zoppi] Bisogna quindi risalire verso la fine degli anni venti (come usa dire) per ritrovare questa immagine fervorosa e ingenua di lui, scapolo e recluso in quella sua casetta alta sui Monti, gialla, con finestre e decorazioni neogotiche (che recentemente ha dovuto adeguarsi al gusto del nostro squallido tempo cementizio, perdendo ogni carattere)​. (p. 147)

Passeggiate locarnesi

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  • A voler introdurre un ignaro alla conoscenza di Locarno e della sua regione, sarebbe ottimo mezzo l'aeroplano: scavalcando da sud le montagne del Gambarogno, ecco che di colpo gli si spiegherebbe sotto gli occhi l'ampia conca dove posa la città, adagiata sulla sponda del lago e inerpicata sulla collina: gran sfascio bianco e rosa di case, con il polverio più rado che ramificandosi tra il verde la congiunge a borghi e villaggi circostanti. (p. 9)
  • ​Ma sarebbero discorsi troppo lunghi, per farli su per aria; semmai si vorrebbero dipanare con agio seduti al tavolino d'un caffè in Piazza Grande: che è una delle belle invenzioni locarnesi, con la sua curva che rievoca la presenza dell'acqua dove le modeste e armoniose case vorrebbero ancora specchiarsi; spettacolo tanto più seducente in quanto minacciato da una fine ormai imminente: poiché s'è dileguata quell'amabile indolenza, quella ripostata pigrizia contemplativa che era uno degli aspetti più seducenti del carattere locarnese [...]. (p. 10)
  • [Il lago Maggiore] chi lo veda per la prima volta, non può sottrarsi al suo incanto, tra l'ampiezza della veduta e il giuoco delle montagne che si scostano e gli fanno largo perché possa allungarsi e distendere e correre verso la pianura, segnando il confine tra Lombardia e Piemonte; e davvero si direbbe che le montagne giuochino a strozzarlo e a fargli strada tra il lento Tamaro, il Gambarogno e il Ghiridone gobbo e roccioso, cariato come le rupi nei fondi di Leonardo. (pp. 15-16)
  • ​[...] il cuore si ferma più persuaso sul capo del lago, da sempre conosciuto e amato. Indugia sull'amabile strada che lo costeggia, da Locarno fino a Mappo, dal cittadino lungolago passando per Rivapiana e sotto le storiche ville ottocentesche, la Verbanella del Brofferio, la Baronata del bacchelliano Bakunin.
    Da quella stradetta si gode in tutta la sua bellezza la veduta del lago, in una sicura calma che solo qualche sperduta automobile o il campanello di una bicicletta per un attimo riescono a turbare. È una strada che segue il capriccio della riva, costeggia assidua l'acqua, senza rettifili, senza impazienze: come è giusto quando si va a far quattro passi, un'ora di distensione. (pp. 17-18)
  • Le vallate del Ticino superiore, giù dalla catena delle Alpi, scaricano le loro acque nel lago Maggiore; di questi corsi d'acqua il più violento, la Maggia, nei millenni ha portato terra e sabbia abbastanza da formare un ampio delta: la lingua verde e piatta, che strozza il lago e definisce il quadrato golfo di Locarno. Oggi il delta è tagliato in due esattamente dagli argini che, diritti come un colpo di spada, imbrigliano i capricci dell'acqua (ormai innocuo ruscello, dopo che l'ingordigia di elettricità ne ha captato le alte sorgenti). (p. 19)
  • La Piazza di Ascona [...] allinea linearmente le sue colorite case a specchio dell'acqua, rivolte all'invito del lago [...] Ascona [...] è rivolta a ponente, al sole pomeridiano si scaldano come lucertole gli avventori dei tanti caffè che dilagano con i tavolini sulla piazza: quindi, se qui la gente si alza tardi, è verosimile che anche vada a letto meno presto... Il sole della sera, quando accende le facciate delle case di Ascona, sfiora di striscio i tetti di Locarno, il crepuscolo invade i portici della piazza, con il senso tranquillo della giornata finita. (p. 20)
  • Sopra Ascona affiorano le negre rocce del Monte Verità, aridi dossi punteggiati dai tronchi d'argento delle betulle: luogo scelto, i primi del secolo, da alcuni naturisti che in quella solare solitudine intendevano vivere secondo la «loro» verità. (p. 21)
  • ​Sopra Locarno, in bilico su un'erta rupe, sta un famoso santuario, la Madonna del Sasso, con il convento dei frati francescani: meta di devoti pellegrinaggi, e quasi segno di celeste assistenza sulla città. (p. 21)
  • A Roma pure si creò un grande pittore di Ascona, Giovanni Serodine, forse il più alto seguace del Caravaggio; del padre suo, che a Roma era impresario, esiste accanto alla chiesa di Ascona la casa, con la facciata stupendamente decorata di stucchi dal fratello del pittore; di questo nella chiesa si conservano tre bellissime tele. (p. 22)
  • [...] anche Ascona era difesa da ben quattro castelli, dei quali sopravvive poco più del nome; ma ancora sussiste l'absidiola romanica (con affreschi purtroppo ridipinti) della cappella del castello di San Materno. (p. 23)
  • La fama di Locarno ebbe un momento di intensità internazionale, quando nel 1925 i grandi di un'Europa stremata dalla grande guerra scelsero la regina del Verbano per sedersi attorno a un tavolo e trattare della sospirata pace suscitando luminose ma effimere speranze: Chamberlain Luther Vandevelde Benes Briand, in un clima di generale embrassons-nous, favorito da uno splendido sole autunnale: Locarno città della pace, il Patto di Locarno... Ma vedi caso, dopo una gita sul lago Briand e Stresemann si sedettero a berne un bicchiere e a ragionare da amici in un'osteria di Ascona. (p. 23)
  • Ma non soltanto artisti sono attirati da Ascona, molti ricchi industriali nordici vi posseggono ville quasi segrete, alle quali non si accede che per mezzo di ascensori nelle viscere della montagna: esposte al sole che raddoppia il calore riverberato dalle rocce; e Ascona possiede un piccolo aeroporto, dove si posano i velivoli privati di grandi industriali germanici, che qui vengono a distrarsi dalle fatiche e dagli affari, a distendersi al sole sulle terrazze dei tanti caffè della piazza. (p. 25)
  • Sopra Verdasio [...] un incantevole monte, Comino, ampio ondulato verde, costellato di stalle cascine casette, forse ci sta anche qualche vaccherella, ma non se ne sentiva il muggito, per il lieto fracasso della gente convenuta lassù per la Madonna di mezz'agosto. (p. 31)
  • Aurigeno: villaggio caro fra tutti, per esser patria del pittore Vanoni e per i tanti ricordi di lui, per la bellezza della chiesa appartata [di San Bartolomeo], con i resti dell'ossario, la colonna di pietra in mezzo al sacrato, e la canonica, rosa sotto il nero tetto di piode: un complesso che al pittore Cingria, che se ne intendeva, sembrava "le plus bel ensemble baroque" del nostro paese (cito a memoria); e su tutto la facciata della chiesa splendeva con il suo fondo rosa, le lesene chiare e i santi di stucco inseriti nelle nicchie. Come mi ricorda non la fragile memoria, ma un bel dipinto dell'amico Beretta, che mi diceva di averlo eseguito in compagnia del Cingria, appunto, nel lontano 1937. (p. 35)
  • ​[...] a un certo punto, svoltando, ti scodella nell'ispida valletta dove nel Settecento spuntò un caro abbozzo, uno schizzo di Sacro Monte al quale si giunge per un acciottolato punteggiato dalle cappelle della Via Crucis: una scena plastica, tre giudei e il Cristo portacroce fanno un balletto tondo in una cappelletta all'ombra di un gran campanile, poi la chiesa gentile, crema e rosa, e in fondo alla prospettiva un cappellone con i tre crocefissi: un impianto sapiente nella sua semplicità. Ma bisogna scoprirlo salendo dal basso, a rovescio non funziona. (p. 37)
  • ​Festa sui monti di Lego, sole e allegria, polenta e stufato, canti e giuochi: effettivamente pareva di assistere alla fine di una civiltà [...]. Cos'era quel caro monte, proprio di questa stagione, che la gente ci veniva con le bestie scese dall'alpe e tutto era pieno di vita di gente e di vera e non clamorosa né effimera allegria, al delizioso sole di settembre. Allora tutto era pascolo e prato, attorno ai magri pianori dei casolari e sui pendii non un filo d'erba andava perduto e il bosco era rigorosamente costretto entro i suoi confini. Oggi sui prati di un tempo prosperano i roveti le felci le ginestre e le betulle, è un esercito che senza incontrar resistenza avanza e ne prende il posto. (pp. 38-39)
  • ​Da Loco giù a Niva in fondo alla valle [...] ogni tanto il sentiero si slarga a dire che un tempo era importante strada, ingresso dell'Onsernone. Quasi in fondo alla scesa, l'oratorio di San Giovanni Nepomuceno (che protegge dai pericoli dell'acqua, come rammentavano alcuni deliziosi quadrucci ex voto ormai scomparsi, disintegrati...). Impensata scoperta, lì accanto abita un eremita, un autentico anacoreta, un prete cattolico e zurighese intinto di orientalismi, ogni giorno celebra il rito ortodosso, nella chiesetta ha impiantato un'approssimativa iconostasi, tollerata dal mansueto curato [...]. (pp. 44-45)
  • [Sul Bosco Isolino di Locarno] Ma chi fa tanto di starci un poco e tranquillamente, godendo della frescura e alzando gli occhi dai neri tronchi alle chiome dei grandi alberi [...], – cari alberi generosi di pace, che frusciano a un fiato d'aria: ecco che il bosco gli apre suoi segreti incanti, tutto diventa bello e prezioso: la solitudine e il silenzio ventilato, le straducce sabbiose, quel tanto di affabile trascuratezza che induce alla confidenza, il senso di pace che gli alberi lascian cadere come un benefico dono. (p. 46)
  • Il villaggio di Indemini, che si raggiunge dopo una discreta discesa, è singolarmente compatto e coerente, muri scabri di pietra rossiccia, un fitto groviglio di vicoletti androni portici e passaggi coperti, e infiniti ballatoi lobbie e balconi a godere il sole; il fondo delle straducce lastricate da sottili piode messe di taglio, non senza arte; e così le piode dei tetti, sfaldate e di poco spessore. Lo si direbbe un convento tibetano (a patto di non esser mai stati nel Tibet...), uno scenario traballante e pieno di sorprese, di mutamenti, fatto apposta per incantare gli stranieri amanti del Ticino pittoresco [...]. (pp. 48-49)
  • ​Al monte di Calascio si arriva con meno di due ore sia dalla Pila che dalla Costa sopra Intragna: e merita ampiamente la poca fatica; sta sul colmo della montagna e concede la veduta dei primi villaggi, Auressio Loco Berzona, dell'Onsernone, e dietro le spoglie montagne, vaste nevi di misteriosi ghiacciai. Nell'aria vivace il profumo della polenta, rimestata con bel vigore da gente scamiciata, e un filo d'incenso dalla cappella dove la gente assiste alla messa.
    Ci si arriva per antichi sentieri, passando per boschi monti e cascine, incontrando stalle che conoscono un opposto destino: alcune ormai sfasciate, tetti ridotti a fatiscenti travature, altre invece rinnovate e accuratamente rabberciate [...]. (pp. 50-51)
  • ​La loquace folla componeva una scena pittoresca, tutto un brusio di allegri colori in quello scenario di tono alquanto livido, rocce a strapiombo e ripide pietraie e neve che aspetta il sole agostano per scomparire nello scuro laghetto d'Efra sopra Frasco in Verzasca. Una piccola folla variopinta e assai varia, dai bambinelli portati su a cavalluccio, o diciamo meglio "in giòla", ai vegliardi che incautamente avevano affrontato e finalmente vinta la lunga e spesso malagevole salita. (p. 52)
  • ​Così la sera, appena il sole s'è messo giù sotto la mansueta gobba del Ghiridone: quella vasta luce che si sventaglia e a poco a poco si rattrappisce, il cielo color carta da zucchero si fa a oriente di un giallo velato di verde, giallo limone, giallo affumicato, oro brunito, giù verso il fondo del lago è arancio intenso, tuorlo d'uovo. (p. 58)
  • ​Le isole di Brissago nella nebbiolina cilestra d'un pomeriggio invernale, che strano effetto sorprenderle, romperne il silenzio sospeso. Già da lontano il profilo non è quello noto, gli alberi spogli e solenni, i grandi pioppi e tigli autoctoni, disegnano sul cielo pallido la minuta complicata ragna delle rame, trina infinitamente traforata, e il pallido sole la tinge di rosa, tiepido fiato che non tocca il cupo verde compatto delle piante troppo avare per spogliarsi del fogliame e quasi riescono troppo grevi in quel mondo scorporato, d'una lievità giapponese. (pp. 59-60)
  • ​Dire Intragna è evocare di colpo l'immagine del campanile che corona così felicemente la brancatella di case nere in cima al greppo; un campanile meritatamente famoso, sia per l'altezza esorbitante che per l'eleganza delle forme che per la gloriosa ubicazione, alto nella luce a dominare il labirinto scuro delle viuzze che spartiscono appena le vecchie case strette insieme; e il campanile tira con sé l'idea del belvedere, dell'arioso e spazioso spettacolo che di lassù si potrebbe godere, l'incontro (sotto un groviglio di ponti antichi e moderni) della Melezza che scende dall'altipiano di Santa Maria Maggiore e dell'Isorno che sguscia fuori dalle cupe gole dell'Onsernone, e il loro placido ed errante cammino, per le feraci campagne pedemontane, verso la Maggia e la pace del lago. (p. 64)
  • ​Ma in fatto di aerei punti di vista il campanile di Intragna ha trovato da qualche anno un temibile concorrente nella filovia che sale ripida verso le due frazioni della Pila e della Costa: una filovia che pur con tutte le possibili garanzie di solidità e di sicurezza ha il simpatico aspetto d'un impianto messo su da ragazzi ingegnosi; e salire non nella cabina di lusso, ma in quella delle merci e delle bestie, così bonaria e casereccia, dà l'impressione di un giuoco appunto, un giuoco appena un'ombra pericoloso: più che altro per insaporire meglio il piacere. Tutto si dimentica appena l'occhio, vincendo la lieve vertigine dell'altezza, spazia intorno, esplorando nella dondolante corsa la natura spalancata, libro aperto e illustrato di alberi cespugli greppi e del ghirigoro della viottola faticosa, costellata di cappelle; il borgo nero si stringe anche più intorno al campanile, si abbassa e sprofonda rapido, il campanile pare che si tiri dentro come le corna della chiocciola, umiliato e vinto. (pp. 64-65)
  • ​Dopo una fuggevole volata sulle case della Pila che bevono il sole, sparse sul lene pendio tra prati e campetti, ecco che sotto l'occhio goloso si spalanca il valloncello che separa questa frazione da quella della Costa: una bellezza di forme minute tormentate capricciose, il lavoro immemoriale dei ghiacci e delle acque e la scalfittura superficiale dell'uomo che vi ha scritto i suoi sentieri erratici, e il mulino scoperchiato giù sull'acqua verde di cristallo e le cappelle colorate come code di gallo nell'ombra appena spolverata e schiarita di brina. (p. 65)
  • ​La Costa offre subito il suo oratorio dalle forme gentilmente estrose con la incantevole collezione di ex voto popolareschi che rallegrano le pareti intorno alla porta, e l'ampia veduta: sia verso le Centovalli con le nere case di Rasa sul crinale nevato, sia verso oriente sul Pedemonte e il lago e la sagoma bianca e celeste del Camoghè; e un sole che fa cercare le viole ai piedi dei muretti a secco, e magari le chiocciole ben chiuse dietro la porta di calce. Scendendo a piedi si rivedono le cose di prima [...], si assapora passo passo la viottola costellata di cappelle che scendendo perde ogni gusto di fatica, semmai si insapora di un capriccio allegro rigirandosi come un serpe tra i cespugli e i vecchi castagni della china. (pp. 65-66)
  • ​Il Gambarogno, – per noi che lo vediamo da quest'altra sponda del lago, – è un paese remoto, silenzioso, quasi irreale. D'inverno nemmeno si può dire che lo vediamo, si vela e nasconde dietro una muraglia celestina di nebbia, come se andasse in letargo all'ombra della montagna; e solo di tanto in tanto, a dar segno di vita, su quell'ombra segreta si iscrive, candido e orizzontale, il pennacchio del trenino a vapore. Bisogna aspettare febbraio perché il sole alzandosi sfiori le rive, tocchi di striscio la punta d'un campanile, le case più accosto all'acqua, i terrazzi alti di Piazzogna e di Sant'Abbondio; mentre la luna alta d'inverno gli conferisce un aspetto misterioso, magicamente leggero, scorporato. (p. 69)
  • ​Da ragazzi il Gambarogno ci stava sempre davanti agli occhi, nelle acquatiche giornate estive; e per me uno dei ricordi più vivi di quell'età è il colore della facciata della chiesa di Vira: rosea, d'un rosa caldo misto d'ocra, color polpa di melone, di pesca duracina stramatura. Rosea e barocca, la facciata di Vira era lì che si specchiava in bilico sull'orlo del lago; di sera, quando si faceva l'ultima nuotata e salici e pioppi si facevan neri e l'aria raffrescava, il sole di là batteva in pieno e cavava barbagli dalla facciata ritta come una favolosa conchiglia sull'acqua; le onde la rispecchiavano, blande, ce la portavano incontro [...]. (pp. 69-70)
  • ​Ad Arcegno, sui greppi e i prati già verdi e sbiancati dalle silenziose fiammelle dei crochi, casette e casucce son cresciute con l'improvvisa rapidità dei funghi a settembre; e anche tra le scure case antiche il progresso s'è insinuato con dolce prepotenza, tetti di tegole e intonaci civettuoli e tendine e scritte in dubitoso italiano. Ricordo una fotografia dall'aereo, di non tanti anni fa, di questo mirabile pugno di vecchie case: una meraviglia di ritmo, falde di piode disposte con giuoco esatto compatto attorno alla sottile spaccatura delle viuzze, di una stupenda autenticità e coerenza. (p. 72)
  • Il giorno che si allestirà il catalogo (non ufficiale) dei luoghi di casa nostra più favorevoli alla contemplazione, in capo alla lista bisognerà mettere il sacrato di Sant'Abbondio, che quella virtù possiede in grado eccellente. I vecchi ebbero mano assai felice scegliendo questo greppo, questo minimo poggio sul piede della montagna, a giusta distanza dal lago, per costruirvi la chiesa. (p. 78)
  • [Mergoscia] è villaggio infinitamente sparpagliato sulla spalla del monte che scende dal Madone, a vederlo da lontano è tutto un formicolio grigio di case casette casupole stalle logge altane, muri scabri e finestre orlate gentilmente di bianco, sbarrate come occhi curiosi; i muricciuoli assidui dei ronchi e dei campetti dicono che la fatica di chi lavora è molta, il sole batte forte su questa terra impennata e sassosa. La strada che conduce lassù è capricciosa, spericolata, o meglio ubbidisce docile alle pieghe della montagna, ponti arditi scavalcano precipizi che da ragazzi ci parevano senza fondo, si lasciavan cadere sassi contando i secondi, imbrogliandoci in calcoli che davano risultati vertiginosi [...]. (pp. 80-81)
  • [Su Dunzio] Ci si arriva da due parti, dal Pedemonte e dalla Valmaggia, e da entrambe le parti per solenni gradinate di pietra che alla romantica fantasia di Alessandro Cingria evocavano remote civiltà ciclopiche; e difatti un che di grandiosamente barbarico spira da queste opere che affermano l'autorità dell'uomo sulla natura. Sentimento che s'avverte con più energia quando il piede improvvisamente affonda nell'erba verdissima e fresca dei prati lassù, dove si perde la smilza traccia del sentiero: la natura si fa dolce, accoglie il viandante in un grembo materno, lo fascia di pace e di silenzio [...]. Eppure in quella compatta solitudine (non c'è camino che fumi, non campano di capra sperduta) si avverte con inquietudine che l'uomo è stranamente presente: tutto è netto preciso pulito, lustri i gradini delle viuzze tra i muretti a secco, le pergole grevi di ben formati grappoli, davanti alle case civili i cortiletti spazzati, i prati esattamente tosati [...]. (pp. 94-95)
  • ​[...] poco ci vuole a raggiungere i millesettecento metri, a vincere cioè un dislivello di un chilometro e mezzo [...] così la rapidità dell'ascesa conferisce carattere quasi magico allo spalancarsi del mondo, al sorgere di quella stupefacente assemblea di montagne e picchi e vette che si alzano da tutte le parti, dalle rocce del Trosa lì da toccare allungando la mano, livide e scoscese, fino al candore del Basodino, al color di pesco del Monte Rosa [...]. Altro piacere, la facilità con cui ci si muove, da Colmanicchio alla Cimetta alla croce di Cardada, dove meriggiano le bovine entro nuvole di mosche. (pp. 99-101)
  • [Sulle Centovalli] Che proprio sian davvero cento, le valli e vallette, i burroni e le forre che solcano i due versanti di questa regione, non giurerei; ma parecchie sono certamente; e i greppi, le coste, i ripiani i promontori e le chine su cui si inerpicano o adagiano i villaggi e le frazioni: valle quanto mai accidentata e varia nel suo incessante giuocar di quinte alberate o scoscese, prati dirupi e selve, sia nel solco principale che nelle tante vallette che ricamano il versante meridionale, sotto le rocce imminenti del Ghiridone. (p. 102)
  • ​[...] e quasi in cima all'ultima dura salita le case diroccate di Terra Vecchia, e le croci di ferro, nere sull'avorio abbagliante della chiesa: morte anche qui, ma tetra, di cose che non dovrebbero morire. (p. 103)
  • ​Oppure da Palagnedra su verso la Rasa, passando da quel pizzico di casette che è il casolare di Bordèi (e appena fuori l'abitato c'è un cimiterino d'una bellezza disarmata, commovente: un quadratino orlato d'un muretto a secco, un tavolo di pietra sbocconcellato, quattro croci di legno sepolte sotto l'erba alta, due lapidi moderne: una pace celeste, da far ambile la morte...). (p. 103)
  • ​Su tra le solenni case della Rasa (grandiose addirittura, se si considera la posizione e la distanza e l'assenza di strade) l'odore non muta, anche se le case sono salde sotto i grandi tetti di piode. [...] ora la gente sarà attratta da quest'incantevole villaggio, adagiato con tanta grazia su una sella, con veduta da due parti, aperta luminosa ariosa. (pp. 103-104)

Note

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  1. Da Il Mendrisiotto; citato in Osservatorio culturale del Cantone Ticino, Guida letteraria della Svizzera italiana, ti.ch.

Bibliografia

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  • Piero Bianconi, Albero genealogico: cronache di emigranti, Armando Dadò editore, Locarno, 1985 [1969].
  • Piero Bianconi, Croci e rascane, Armando Dadò editore, Locarno, 1980 [1943].
  • Piero Bianconi, Diario del rimorso: 1975-1977, Armando Dadò editore, Locarno, 1979.
  • Piero Bianconi, Gocce sui fili, Edizioni del Cantonetto, Lugano, 1963.
  • Piero Bianconi, Il Mendrisiotto, Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche, Lugano, 1946.
  • Piero Bianconi, Le albarelle di San Lorenzo, Edizioni del Cantonetto, Lugano, 1966.
  • Piero Bianconi, Passeggiate locarnesi, Pedrazzini editore, Locarno, 1979.
  • Piero Bianconi, Piero Bianconi, in Pier Riccardo Frigeri (a cura di), C'è un solo villaggio nostro, Edizioni Cenobio, Lugano, 1972.

Voci correlate

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