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Pietro Egidi

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Pietro Egidi (1872 – 1929), storico italiano.

Viterbo

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Viterbo è una città schiettamente medievale. Gli studiosi da qualche indizio, più o meno convincente, possono arguire che entro l'àmbito presente della città, sul colle del Duomo, abbia vissuto un piccolo pago etrusco (si chiamasse o no Surrena), al quale succedette un vico romano; ma chi non vada di proposito investigando, non ne troverà resto appariscente, se non forse le sostruzioni del ponte del Duomo. Invece la corazza delle mura merlate, la folla delle torri integre o smozzicate che feriscono il cielo, i tortuosi avvolgimenti delle anguste vie, la rozza severa eleganza delle chiese e dei palazzi, il colore ferrigno delle costruzioni tutte, fan subito chiari l'origine e il carattere della città.

Citazioni

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  • Nel secolo XIV [...] Viterbo non si sottrae all'influsso dell'arte toscana, cui non resistette nessuna scuola pittorica italiana. E delle due correnti principali che dalla Toscana s'allargarono per tutta la penisola, la senese e la fiorentina, fu la prima che prevalse tra noi. Siena era più vicina, di accesso più facile e congiunta con Viterbo da amichevoli rapporti. Di codesto influsso senese il più grande rappresentante fra noi fu certo quel Matteo di Giovannetto da Viterbo, allievo del senese Simone Martini, che a metà del trecento fu a dipingere nel palazzo pontificio d'Avignone e poi in quello del cardinale Orsini a Villeneuve. Fu così caro al pontefice Clemente VI che s'ebbe il titolo di pittore del papa; profittò tanto degli insegnamenti del maestro, che per secoli i pochi resti dell'opera sua conservati in Avignone furono attribuiti al Martini. Disgraziatamente di lui nulla sopravvive in patria, né mi fu possibile procurarmi riproduzione del poco che resta in Francia [...]. (p. 41)
  • Potrà parere a quelli di voi ch'ebbero la pazienza di ascoltarmi, d'aver così conosciuto Viterbo. S'ingannano. Il carattere della città non è dato da questo o da quel monumento, non è dato neppure da tutte le opere d'arte di cui s'adorna, così come il solo profilo non dà tutta la persona. E il complesso delle costruzioni, delle vie, delle piazze, col loro speciale colore, che forma la vera fisonomia, di cui le opere d'arte sono i lineamenti più salienti. (p. 54)
  • [per conoscere Viterbo] Bisogna [...] uscir dalle porte, correre lungo le mura e fermarsi pensosi sotto i torrioni che subirono gli assalti di imperiali e di pontifici, di italiani e di stranieri, conservando quasi intatta la loro forma primitiva: sostare sotto il palazzo ove prima gli abbati di S. Martino lietamente consumavano le sostanze accumulate dalla pietà dei fedeli, e più tardi donna Olimpia Maidalchini, sazia di baci papali[1], riposò dalle cure del pontificato.
    Bisogna andar soli, a zonzo, senza scopo, per le vie secondarie, nei quartieri più miseri, ove la nostra sfacciata e pettegola civiltà non è ancora penetrata. (p. 54)

La quiete delle ore canicolari, il silenzio delle notti lunari convengono sommamente alla città. È in quelle ore che essa, come bella stanca di ripulse, si manifesta e si concede a chi l'ama. Chi di sotto gli archi del palazzo comunale non ha visto la piazza deserta, affocata in un meriggio di agosto; chi non è rimasto pensoso a contemplare i meravigliosi giuochi in cui il sole s'attarda tra le colonne e gli archi del palazzo degli Alessandri; chi non sa come sbianchi il peperino sotto il latteo raggio lunare, e quanto paurose le ombre notturne si annidino sotto i portici, e come fantastiche cadano dalle torri e corran per le vie, non conosce Viterbo, non può sentirne l'anima, non provarne l'irresistibile fascino.

Note

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  1. Allusione ad Innocenzo X.

Bibliografia

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  • Pietro Egidi, Viterbo, Francesco Perrella & C., Napoli, 1912.

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