Romeo Gallenga Stuart
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Romeo Adriano Gallenga Stuart (1879 – 1938), politico e dirigente sportivo italiano.
Le condizioni dei letterati nell'Italia contemporanea
[modifica]- Nessuna nazione più della nostra [l'Italia], se volge lo sguardo verso la propria storia, vede integralmente partecipi dell'intellettuale e civile suo progresso i propri uomini di lettere; nessun'altra nazione più di questa ha il dovere di onorare coloro che professano le lettere, perché nessun'altra può darsi vanto di essere stata civilmente sempre grande anche se, politicamente, caduta in schiavitù; quella gloria che in certe età a l'Italia soldati o principi non seppero dare gli scrittori, gli artisti le procurarono; per i versi e per le prose che in essa echeggiavano, non meno che per lo splendore delle sue alte cupole ornate d'affreschi e benedette dal sole, non meno che per ardir di naviganti, genio di scienziati o abilità di commercianti, questa Italia bella, anche quando gareggiavano le discordie interne e la straniera avidità per trarla a rovina, continuava ad essere la pura luce splendente nelle tenebre da cui non s'eran sapute anco liberare molte altre nazioni, il tempio sacro in cui si custodiva la gloriosa tradizione classica, in una parola, il cervello del mondo. (pp. 5-6)
- Vedete voi forse ai giorni nostri i letterati tenuti da' governanti e dal popolo in quel conto in cui furon tenuti nell'età di mezzo? Vedete voi scrittori o eruditi guidar l'uomo di stato, divenire uomini di stato essi medesimi, li vedete forse salire nei palagi dei ricchi e scendere fra gli umili e cercare di correggere i difetti degli uni e degli altri o lodare di questi e di quelli le virtù? No, Signori. Purtroppo ornai in Italia lo scrittore, il letterato – tranne poche eccezioni – è ignorato dalla folla, deriso da alcuni e lodato da pochi altri. (pp. 6-7)
- Oggi il numero dei letterati nostri è grande, non minore certo di quello che fosse per il passato. Molti sono gli oscuri, alcuni i mediocri, pochissimi i grandi; oggi le cattedre a cui i letterati possono concorrere non mancano; oggi il numero degli analfabeti è certo minore di quello che non fosse; oggi le macchine danno agli editori modo di vendere un libro per un prezzo assai basso; eppure i letterati non cessano di lagnarsi, il popolo non conosce se non i grandi e molto spesso di questi soltanto il nome, e s'ha da diventare per forza laudatores temporis acti! (p. 12)
- Il popolo dei lettori, tanto per fare una divisione molto generica, è composto di poveri e ricchi, vale a dire di persone che posson vivere senza aver bisogno di professare un'arte o un mestiere e di persone che, per non morire di fame, hanno bisogno di lavorare. Per il passato, come abbiamo già detto, il pubblico per i letterati era costituito precipuamente dai signori; oggi, la cultura assai più diffusa fa sì che poveri e ricchi si diano la mano per levare fra gli ottimi o condannare tra i pessimi un libro. Ma di libri italiani contemporanei tanto fra i poveri quanto fra i ricchi, assai pochi son letti. Dolorosa affermazione ma intorno a cui non regge alcun dubbio. Chi legge? Per diletto, pochissimi. Il tempo è diventato prezioso perché nella vita si vogliono fare troppe cose e il numero degli anni che natura ci concede non cresce col crescere dei desiderii, delle aspirazioni. Di leggere dunque tranquillamente un romanzo o una poesia, per amor dell'arte, non c'è più tempo. (p. 16)
- Ci sono persone assai facoltose che non evitano di spendere somme considerevoli per andare in carrozza e per vestire con lusso e per dare feste di ballo, che prima di comprare un libro dubitano molto lungamente e ci si decidono solo quando son proprio certi di non averlo potuto ottenere a prestito. (pp. 18-19)
- Gli scrittori, [...], devono rappresentare l'anima della nazione, lo scambio ideale tra la mente loro e quelle della folla deve esser continuo; come gli scritti del poeta devono guidare la coscienza di chi ascolta, così le aspirazioni, i dolori, le gioie della folla devon esser argomento del canto. Ci sono certi sentimenti, o lieti o tristi, che sono universali, l'amore, l'odio, e questi possono essere argomento di tutti gli scrittori di tutti i popoli perché a tutti i popoli essi ugualmente sono noti; ma oltre tali passioni universali ogni popolo ha passioni sue proprie e che solo il poeta di quel popolo può cantare. (pp. 21-22)
Perugia
[modifica]- [Perugia] Bisogna passar qualche ora di serena contemplazione nelle piazze tranquille in cui si allungano le ombre dei grandi palazzi muti, vagare nei freschi meandri delle strade solitarie, passar sotto le volte sonore e gli archi arditi, per coglier bene la fisonomia singolare di questa vecchia città, che la grazia e la forza par si sian contrastata.
Dalla piazza del Municipio, che ancor serba intatto il suo aspetto medioevale, circondata dal Comune, dal Duomo, dalla Loggia di Braccio, dal Palazzo dei Notari, illeggiadrita dalla delicata Fontana; dalla piazza del Sopramuro, chiusa dall'Università Vecchia e dal Palazzo del Capitano del Popolo, convertita oggi in mercato e, come per contrasto, tutta lieta di voci, d'ombrelloni variopinti, di frutta fresche e di mazzolini odorosi; dalla più alta Porta Sole, d'onde forse nell'ora mesta del desio Dante fissò la fertile costa divinamente luminosa nel nuovo Sole, scendon viuzze ripide, strette fra le torri quadre, fra le piccole case adorne di deliziosi architravi intagliati con qualche motto – Pulchra janua ubi honesta domus, In parvis quies, Solicitudo mater divitiarum – fra le loggettine scolpite, le finestre bifore e a sesto acuto, le grige facciate in cui qualche avanzo d'affresco sbiadisce sotto i ragnateli; e tra il nereggiar delle pietre levigate dagli anni, di tanto in tanto sorridono i verdi ciuffi dei giardini pensili, i davanzaletti fioriti di garofani e di basilico, sì come i certi remoti angoli silenziosi talvolta echeggia all'improvviso un lieto canto di fanciulla. (pp. 26-28)
- [...] Benedetto Bonfigli delinea le sue deliziose visioni. Egli è, oserei dire, il più perugino di tutti i pittori suoi conterranei; i pregi e i difetti della scuola nell'opera sua, per quanto i critici si studino di notomizzarla per suddividerne i minuzzoli tra altri artefici di quel tempo, par che singolarmente si esagerino; e quantunque invano si cercherebbe in lui la raffinatezza e l'armonia dei maggiori, da questo ripetersi, forse eccessivo, dei più spiccati caratteri deriva non so quale incanto soave, quale alata, celeste poesia. (pp. 68-69)
- Nelle Madonne e negli Angioli, l'anima religiosa del Bonfigli si raffina e sublima. Paesaggi gentili, chiare luci d'aurora, si distendono intorno all'ovale purissimo della Vergine, al collo esile e bianco, alla fronte diafana su cui scendono i fini capelli d'oro; in una specie di atrio scoperto, ricchissimo, che nell'architettura ha tratti d'un singolare sapor classico, discende a Lei – delicatissima figura, un po' curva e quasi timorosa – l'annunciazione dal cielo; sopra le alte punte dei neri cipressi, gli Angioletti inghirlandati di rose aleggiano intorno all'Eterno. (p. 79)
- [...] Bartolomeo Caporali, pittore ormai non meno raro che soave, meglio noto recentemente per la preziosa tavola acquistata dagli Uffizi, in alcuni dipinti attribuiti fino ad oggi al Bonfigli ripete la temperanza della intima sentimentalità mistica degli umbri nei più larghi influssi della monumentale arte fiorentina. (p. 92)
- La Basilica di S. Pietro, una delle prime chiese aperte al culto in Perugia, ufficiata da circa dieci secoli dai Benedettini, fu un tempo residenza di Vescovi e Cattedrale. Eretta, scrive l'abate De Stefano, in un luogo che prima chiamavasi Monte Calvario o Caprario, sopra i ruderi d'una chiesa antichissima distrutta dai Pagani, venne, quale ora si vede, costruita sotto l'Imperatore Ottone II, da un nobile perugino, Pietro Vincioli dei Conti d'Agello, uomo illustre per santità e dottrina, dopo d'aver professata la regola del Patriarca San Benedetto. Consacrata la chiesa nell'anno 979 dal Vescovo di Perugia, fu dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo. (p. 120)
- La Cattedrale di San Lorenzo, la quale, vista esternamente, con le sue mura solo in minima parte coperte di marmi, e la sua facciata nuda, sembra ancora assai lontana dall'esser finita, subì, nelle successive costruzioni, diverse e non certo profittevoli peripezie. Nel duecento, l'antica chiesa che sorgeva appunto in quel luogo fu demolita e i cittadini riuniti in comizio ne affidarono a Fra Bevignate la nuova edificazione. I tempi, per altro, non sembravano propizi a una cotale opera di pietà, ed a cagione delle guerre continue, che occupavano gli animi e le finanze del pubblico, il progetto del buon frate correva rischio di rimaner negli archivi.
Nel 1345, dopo lungo aspettare, il Vescovo ne poneva la prima pietra. Dovette esser festa solenne, assistita da tutti i religiosi e folla grande di popolo, ed auspicale di non dubbia grandezza; ma ancora per molti anni quelle prime pietre doveano rimaner sole e abbandonate. Più tardi, l'opera fu ripresa ed era a buon punto allorché l'Abate di Monmaggiore la fece abbattere nuovamente in parte considerevole a causa della cittadella di Porta Sole. Finalmente il Vescovo Baglioni, la cui splendida tomba, dichiarata erroneamente da certuni opera di Agostino di Duccio, sorge sulla parete destra presso la principale porta del Duomo, riuscì a condurla a termine, verso la metà del XV secolo. (pp. 127-130)
Bibliografia
[modifica]- R. A. Gallenga Stuart, Le condizioni dei letterati nell'Italia contemporanea, Stabilimento tip. G. Donnini, Perugia, 1902.
- R. A. Gallenga Stuart, Perugia, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1905.
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