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Romolo Caggese

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Romolo Caggese (1881 – 1938), storico italiano.

Foggia e la Capitanata

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  • Candela sbuca fuori dalla cima selvosa dei Carpinelli come un fantasma ravvolto in un lenzuolo candido, e Sant'Agata scura e forte, come una torre feudale a guardia di confini contrastati, si alza come una minaccia là dove i monti di Capitanata si fanno più rigidi verso Avellino. (p. 24)
  • Comodamente adagiata in una pianura immensa, di cui appena si riesce a discernere i lontani confini, sovra un terreno fertilissimo e sapientemente lavorato, Cerignola sembra che richiami dalle più remote profondità di Capitanata tutte le migliori energie produttrici e sia destinata ad un avvenire di benessere invidiabile. (p. 50)
  • S. Severo [...] è distesa nel piano, come una baccante invasa dal furore dionisiaco. È bianca di polvere, di lastricato, di case, di stabilimenti vinicoli, sì che il suo S. Nicola con la scura facciata rozza ed il campanile abortito sembra un rudere sperduto fra i segni più nuovi dei tempi nuovi; ed il suo S. Severino par si debba molto meravigliare di trovarsi ancora in piedi, dopo che gli hanno distrutto, quasi, il bel rosone bizantino su la porta principale ed il florido arco che la incorona. Solo la chiesa delle Celestine, barocca e grossolana, sembra contenta della sua «pulizia» in confronto del suo campanile più antico, più scuro, più corretto di linea e di sviluppo, e perciò meno stimato e meno ammirato! (p. 57)
  • Vinti e spenti gli Hohenstaufen, gli Angioini fecero di Foggia una delle capitali del Regno, sì che essa finì col diventare una vera città angioina. Molti diplomi di Carlo I e dei primi suoi successori sono datati da Foggia; molti negozii importanti per lo sviluppo economico e politico del Reame furono stipulati a Foggia; molti monumenti, fra i quali il Duomo, e il castello di caccia in pantano, nei dintorni, furono costruiti o rifatti dagli Angioini. E nel secolo decimoquarto, quando Roberto stabilì definitivamente la sua sede in Napoli, Foggia continuò ad essere oggetto di mille cure, sì che divenne un gran centro commerciale e il necessario punto d'incrocio delle vie di comunicazione di tutta l'Italia meridionale. (p. 66)
  • Una carrozza da nolo mi trascina pesantemente su la via di Troia.
    Voglio rivedere ancora una volta la vecchia città bizantina disegnantesi mite e scura su i colli dell'Appennino tenue di Capitanata dirimpetto a Lucera, silenziosa e triste come le grandi cose morte, che sembra si domandi sempre con aria di stupore come e perché mai i tempi nuovi non l'abbiano distrutta ancora e non pensino a distruggerla. (p. 80)
  • [Troia] La piccola città non conta che forse settemila abitanti è tutta genuflessa ai piedi della Cattedrale, solenne e magnifica, in atto di adorazione, come un popolo di servi inginocchiati a piedi del castellano vestito di ferro e d'imperio, o come un popolo di sentinelle messo là a guardia del tempio, delle sue meravigliose porte di bronzo, del suo pulpito stupendo da cui la parola di Dio doveva parere, un tempo, quasi discendere da una divina cattedra angelica, dei vecchi leoni che sembrano stanchi di reggere le colonne che inquadrano il rosone superbo della facciata, a guardia del Tesoro, custodito nel Duomo, ricchissimo di arredi sacri e di oggetti preziosi, e dell'archivio capitolare che conta oltre cinquecento pergamene di grande valore diplomatico e storico. (p. 82)
  • Fu [...] un vescovo, Gerardo da Piacenza, che gettò le fondamenta del Duomo [di Troia] nel 1095, e un altro vescovo, Guglielmo, che ne portò a compimento la costruzione fra il 1107 e il 1119. Esso si erge magnifico e scuro nella breve piazza, severo come un castello nella parte inferiore della facciata, elegante e fine nella parte superiore. Le porte di bronzo che portano incise le due date 1119 e 1127, enormi, massiccie, brune, ne accrescono la solennità e la venustà. E il ricordo delle pietre ruinate del castello di Lucera che, nei restauri posteriori al seicento, furono adoperate con barbara disinvoltura solca d'improvvisa luce musulmana il dolce corso dei pensieri cristiani che si svolge lento nell'anima. (pp. 88-90)
  • Chi sia stato l'artefice audace [del duomo di Troia] non si sa; me è certo che i tempi più diversi vi hanno stampato su la propria impronta. Dal suolo al cornicione, di faccia e di fianco, esso è, infatti, opera del secolo decimosecondo appena agli inizi, mentre tutta la sezione superiore della facciata, compreso il rosone meraviglioso, che è tutto in fine ricamo, dev'essere attribuita al secolo decimoterzo. Il campanile non risale che al 1691, anno in cui il vescovo Antonio di Sangro pose mano ad importanti restauri. Né sappiamo se fosse italiano o greco, settentrionale o meridionale l'architetto che innalzò le cupole ardite su le ampie navate; ma non è forse da escludere completamente l'ipotesi che esso sia stato educato all'arte pisana che di templi simili a quello di Troia è ricca ed insigne in Toscana, in Corsica ed in Sardegna – là dove giunse il dominio della Repubblica. (p. 91)
  • Lucera è meno triste e meno silenziosa di Troia, ed è in tutta la Capitanata la città che ha più delle altre conservato il ricordo della sua storia. Le strade lunghe e strette, serpeggianti fra due file di case abbastanza alte e armoniche, riannodandosi tutte intorno ad un punto centrale; le due porte delle sue antiche mura, dove oggi come in moltissime città medioevali toscane e umbre, è innalzata la barriera daziaria; i frammenti delle sue mura e delle sue torri incoronanti mestamente la città che riposa su una dolce collina tutta verde di pampini e lieta d'alberi fruttiferi; il profilo delle sue chiese gotiche che spicca bruno e severo nel più bell'azzurro di cielo sereno, danno quasi la impressione e la illusione di trovarsi in una delle tante piccole storiche città toscane, dalle quali per vicenda di uomini e di cose il medioevo non si è potuto mai cancellare dalle pietre delle strade, dalle case, dalle mura, dalla coscienza stessa del popolo. (p. 102)
  • Nei secoli del Rinascimento e dell'età moderna Lucera perde tutta la sua importanza, legata indissolubilmente alla fortuna di Casa Sveva; e, come tutti i piccoli centri del Mezzogiorno, non ha quasi più il ricordo preciso di quello che un tempo valse nella storia della civiltà italiana. (p. 130)
  • [...] quando la monotona voce del ferroviere annunciò che eravamo giunti a Bovino, mi riscossi da quella specie di sogno penoso e dolce insieme, e volsi lo sguardo in alto su la nota selvosa montagna, E mi ricordai di mille racconti di avventure brigantesche, che in due secoli di storia sinistra illuminarono di audacia e d'eroismo feroce queste profonde impenetrabili foreste del Vallo di Bovino
    E la Selva Nera delle Puglie, la Sila della Capitanata. I poeti popolari, come gli antichi bardi teutonici e scandinavi, come gli anonimi cantori delle imprese di Orlando, hanno cantato, nella melodiosa favella di questo estremo lembo di terra appula, le più meravigliose istorie d'inseguimenti, di fughe, di morti atroci ed agonie orrende, di uomini superiori alle leggi dei codici ed alla legge morale, dormenti sotto gli alberi annosi con la pistola in pugno e il coltello fra i denti e la carabina fra le gambe e la cartucciera a fianco, di donne perdutamente innamorate degli eroi della selva, che se ne scendevano di notte, dalle finestre della casa paterna, raccomandate ad una fune, mentre su la via, palpitanti frementi, due occhi di fuoco spiavano fra le tenebre. Ora gli eroi del pugnale e del tradimento sono scomparsi; ma ogni volta che il buon Pugliese passa di là per arrampicarsi su la città, che è uno dei capoluoghi di circondario della Capitanata (e non si sa davvero perché), ricorda le vecchie leggende con orrore. (pp. 134-138)
  • Su, nella città, non v'è quasi nulla di notevole, quantunque, secondo la tradizione accettata anche dalle persone colte, Bovino sia un'antichissima città. Si crede che i popoli Vibinates di cui parla Plinio siano da identificarsi proprio con quei montanari, e che la Bonion di Polibio, presso cui Annibale avrebbe posto i suoi accampamenti, non sia altra città che Bovino. I Romani vi dedussero forse una colonia, a giudicare da alcuni avanzi ed iscrizioni del quarto e del quinto secolo di Roma. Comunque sia, Bovino fu una delle prime sedi vescovili del Mezzogiorno, avendo avuto suo primo vescovo S. Marco africano fin dal 410 circa; e fu distrutta dall'imperatore Costante nel 663. (pp. 138-140)
  • [Bovino] Il suo mucchio di case a cavaliere della montagna ha nella quieta notte lunare un aspetto fantastico. Le rovine del castello feudale, il santuario di Valle Verde, tra la selva e il piano (un santuario tutto moderno che ha una Madonna carica di doni votivi, assai simile ad un idolo indiano – anche nella struttura!), e gli ultimi abituri, nascosti là dietro i castagni e i pioppi, sembrano delle ombre appiattate fra gli alberi a spiare la marcia dei banditi. (p. 142)
  • Ad un gomito della strada ferrata, sotto Greci e Montaguto, il paesaggio pugliese è definitivamente scomparso; i monti si fanno alti e minacciosi e limitano il breve orizzonte tutt'intorno, fuggendo verso Ariano e Benevento. Là, a quell'ora, dopo quel viaggio, fra le montagne che dominano tutta quanta la scena, l'occhio rivede l'ampia distesa della pianura di Capitanata col suo cinto azzurro di monti, testimone di mille generazioni di servi e di oppressori, quasi fatta apposta perché l'anima umana più intensamente senta il mistero infinito della sua grandezza, sempre battuta dal sole e percorsa dai venti, flagellata dalla grandine, arsa dalla siccità perenne, ricca di un passato tragico e romanzesco, e pur aduggiata da tanta ombra di sciagure presenti. (pp. 142-143)

Bibliografia

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