Salvatore Silvano Nigro

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Salvatore Silvano Nigro (1946 – vivente), filologo, critico letterario, italianista e francesista italiano.

Citazioni di Salvatore Silvano Nigro[modifica]

  • [Su Lillo Gullo] Abbreviature di realtà, certo. Di paesaggi e di storie. Nella sistole delle rime. E nell'abbrivo delle vicende. Una rimalmezzo, che alle "formiche" associa le "molliche", basta a evocare, e a far crescere attorno, la fiaba vegetale e profumata del giardino della memoria. Nel quale il paesaggio è una cantilena: Alba non è ancora, / buio fondo non è più: / è l'ora blu… Le voci e i suoni, certo. Ma perduti ed evocati. Amorevolmente e disperatamente evocati. [...] Sotto la calura, incalzata dall'arsura, l'isola-giardino di Lillo Gullo è il recinto magico di incantevoli metamorfosi. Saviniane. Se chi zappa “tre tumuli di sodaglie” è Nicàsio Dolcemascolo. Se l'assenza è un sogno goloso, un sollievo di parole. La memoria è pittorica. Più vicina a Rembrandt che a Guttuso. E parla un lessico, che ha l'aroma arcano di un dialetto omerico, e non disdegna la rimemorazione più recente. Da Quasimodo a Brancati. Lillo Gullo è un miniaturista affabile. E la sua, è un'isola portatile. Quella che ogni isolano si porta nella memoria. E fa rivivere per magia e cerimonia di linguaggio. Come giardino dell'infanzia. Animato. Stupendamente animato.[1]
  • [Su Matteo Bandello] Il "caldo d'amore" sapeva rendere astutissimi pure i "semplici". Così la pensava il domenicano Matteo Bandello. E raccontava la novella del "grosso e materiale" don Faustino invaghitosi di una giovane montanara di nome Orsolina. Il prete, pur di imparentare la ragazza con messer Domeneddio, ordì e lanciò dal pulpito la "favola" dello "spaventoso e terribilissimo augel griffone, il quale con un becco tanto duro e forte che smaglierebbe dieci corazze d'acciaio, a tutti quelli che immersi nel peccato sono... beccherà sì fieramente gli occhi che tutti senza speme di mai più poter guarire resteranno cechi" (vol. I, p. 676). Ma il buon sacerdote, pietoso dei propri parrocchiani, farà suonare la campana grossa tutte le volte che il rapace manigoldo di Dio si avvicinerà al villaggio: i montanari avranno così il tempo di coprirsi gli occhi con le mani; e il griffone, che "becca solamente gli occhi e non altrove", non avendo ove beccare "deposta la sua fierezza se n'anderà e più per quel giorno non tornerà" (p. 677). Resterà griffata, peraltro con soddisfazione, l'ingenua Orsolina. Messa sull'avviso dalla campana, la ragazza ficcherà la testa dentro il pagliaio. Don Faustino le si accosterà da dietro e le farà provare nel "debito solco" la potenza del "griffone drizzato" ovvero del "piviolo col quale si sogliono piantar gli uomini": "in guisa che don Gianni di Bortolo a la commar Zita attaccò la coda", nel Decameron (IX, 10).[2]
  • Il "dramma della vita" inscenato nel Novellino, in modo clamante e cruccioso, fremente e agitato, è di funambolica precarietà. In esso nessuna cosa è del tutto se stessa. A parte le agnizioni da commedia, con uomini in abiti femminili e donne in calzoni, è come se il tutto partecipasse di una inaudita diversità.[3]
  • [Su Masuccio Salernitano] Il narratore rinuncia al giardino e preferisce rifugiarsi nell'Arcadia morale di un volontario esilio da pastore "silvano". Il Novellino si apre con una novella dedicata al re Ferrante d'Aragona. Si chiude con una novella intestata al ribelle Del Giudice, datosi a "voluntario" esilio. Il libro “aragonese” si rivela magagnato, rispetto alle apparenze celebrative. Polemico e riluttante, nella rovinosa conclusione. E ancora manoscritto, subito dopo la morte di Masuccio, avvenuta verso la fine del 1475, fu dato alle fiamme.[4]
  • "Le storie distraggono dalle parole", scriverà Manganelli nell'Encomio del tiranno (1990). Sono sole le parole ad accadere in un racconto, aveva sempre sostenuto. La scrittura è lo spazio artefatto, il pentagramma, il luogo delle cerimonie verbali. In essa le parole si spendono e si disseminano; si espandono e divagano. Manganelli era un incantatore di parole, un flautista magico.[5]
  • [Su Luigi Settembrini e abate Galiani] Molto il Settembrini della maturità deve all'abate Galiani. Anche per le motivazioni (dimostrative) che lo portarono all'approntamento dell'edizione del Novellino di Masuccio: se dagli scritti burleschi si passa al trattatello galianeo Del dialetto napoletano (1779), attuale all'antiquaria filologica dell'editore del novelliere aragonese. [...] Galiani era per la “nazionalizzazione” del dialetto napoletano, che poteva vantare l'ufficialità di un uso illustre nel Quattrocento aragonese: "[...] ben lungi dall'innalzar lo stendardo della ribellione e della discordia tra 'l napoletano e l'italiano, noi crediamo non potersi far meglio quanto il cercare di raddolcire il nostro dialetto, d'italianizzarlo quanto più si può e di renderlo simile a quello che i nostri ultimi re, gli Aragonesi, non sdegnarono usare nelle loro lettere e diplomi e nella legislazione".[6]

Il Principe fulvo[modifica]

  • Nel Gattopardo è il Principe ad avvertire, fino al turbamento, i sortilegi degli scrosci e sciacquii delle acque, le loro proposte di ebbrezze incorruttibili. Don Fabrizio Corbèra, Principe di Salina, percorre il viale principale del giardino di Donnafugata. Raggiunge, “avido” di rivederla, la fontana di Anfitrite: “[...] dall'intera fontana, dalle acque tiepide, dalle pietre rivestite di muschi vellutati emanava la promessa di un piacere che non avrebbe mai potuto volgersi in dolore”. La fontana è abitata da divinità marine, che fanno parte del corteggio della regina del mare, Anfitrite. […] La fontana d'acqua dolce finge se stessa come spazio marino. È un'abbreviatura d'oceano. (Da Il mare, la morte, l'immortalità, pp. 56-57)
  • Le braci attizzate dai "garibaldesi" avevano accompagnato l'agonia dell'antico ordine aristocratico. Si erano disposte come lumini accesi attorno a un "ornatissimo catafalco": in quell'isola a tre punte, nella quale il barocco era un ornamento alla morte; e il paesaggio arcaico e inesorabile, di "asprezza dannata", rantolava, confortato dalle nenie delle cicale, sotto l'assolutismo di un "sole violento" e "narcotizzante". Il barocco delle città e il fasto degli aranceti ricamavano "fronzoli trascurabili" per ornare la "campagna funerea" e le dure ondulazioni di un mare pietrificato. Il lutto del paesaggio siciliano era il lutto stesso della storia: quella di una "immobilità servile" sotto il dispotismo del sole, come sotto le dominazioni "straniere". (Da Il mare, la morte, l'immortalità, p. 66)
  • La dote di Angelica era copiosa. Quella di Tancredi era quasi inesistente. Del patrimonio disperso del nipote, il Principe era riuscito a salvare le quattro pietre di un rudere. Le farà pesare nel contratto di matrimonio: "È una bella villa. La scala è disegnata da Marvuglia, i saloni erano stati decorati dal Serenario; ma, per ora, l'ambiente in miglior stato può appena servire da stalla per le capre". Sedàra aprirà le braccia. Poi butterà sul tappeto venti sacchetti sonanti di monete. E concluderà l'affare: "con questo si possono rifare tutte le scale di Marruggia e tutti i soffitti di Sorcionero che esistono al mondo. Angelica deve essere alloggiata bene". Lo smottamento di lingua e di classe sarà rovinoso. Nella faglia sprofonderà un frescante di tendenza rocaille; e con lui, l'architetto che aveva promosso a Palermo il trapasso dal barocco, e dal rococò, allo stile neoclassico che era stato fatto proprio dalla borghesia in ascesa. (Da L'Ercole Farnese, pp. 82-83)
  • Nel Gattopardo, l'ascesa dei parvenu incide sull'equilibrio fra etica ed estetica sul quale è fondata la civiltà delle buone maniere. Non è in questione solamente un frac malmesso. Cambia il vocabolario della civiltà. Nel senso che le stesse parole acquistano significati diversi se non opposti. La parola "pudicizia" era legata, nel mondo aristocratico, all'idea di "sprezzatura": all'arte del "nascondere". Il rococò delle case patrizie prediligeva, tra rosati "nodi di fiori", modanature e decori color oro che però andavano castigati: "Non era la doratura sfacciata che adesso i decoratori sfoggiano, ma un oro consunto, pallido come i capelli di certe bambine del Nord, impegnato a nascondere il proprio valore sotto una pudicizia ormai perduta di materia preziosa che voleva mostrare la propria bellezza e far dimenticare il loro costo". (Da L'Ercole Farnese, pp. 85-86)
  • Don Fabrizio incarna il Gattopardo danzante del suo stemma gentilizio. Ha gli occhi azzurri, è roseo di colorito, fulvo per il pelame color miele. Sembra un leone, e ha zampacce che stritolano e "unghiette sensibili". Altissimo, signoreggia "su uomini e fabbricati". Il suo peso da gigante, la sua "massa", fa tremare impiantiti e vetrate; fa vacillare le carrozze e gemere i divani. La sua ombra, quando si corica, proietta sulla seta del parato "il profilo di una giogaia montana su un orizzonte ceruleo". Lampedusa lo disegna, e soprattutto lo scolpisce. Ne fa un colosso, una montagna di marmo come l'Ercole di Ovidio, tutto un paesaggio, una berniniana Fontana dei Fiumi. (Da L'Ercole Farnese, p. 87)

La tabacchiera di don Lisander[modifica]

  • Il Seicento del Fermo e Lucia ha una forte rilevatura barbarica. Di tipo tragico. E ancora nella lettera del Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822): "[...] salvare una moltitudine dalle ugne atroci delle fiere barbariche". Di "unghie" e "sozzi artigli", che graffiano l'aria, il romanzo è stipato; come pure di varie "fiere": tanto che la stessa Lucia è "bella fera". La società è divisa in "facinorosi" e in "circospetti": bracchi e pernici; in cacciatori (talvolta leggiadri) e lepri; in uccellacci e uccellini; in diavoli incarnati e prede. Tutto il romanzo è una caccia all'uomo, crudele e barbarica. Che in parte sopravvive nei Promessi sposi, ma nella superiore dimensione del "patire" dell'adelchiano "[...] far torto o patirlo [...]" (V,7,52); e di una feroce forza che “il mondo possiede” (V,7,52-53). La morale della Chiesa “comanda di patire piuttosto che di farsi colpevole", dice Manzoni. E il principio viene indegnamente tradotto da don Abbondio, nel suo idioletto della paura: "Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza". (Da Parte prima. Con questo manoscritto davanti, con una penna in mano. Capitolo III. L'Anonimo e il Gesuita, pp. 51-52)
  • La scrittura è un metter nero su bianco, che impegna "così... dalla vita alla morte". Con la "gestuosa arte de' cenni" (ampiamente frequentata dalla trattatistica del Seicento, ed evocata da Manzoni nell'apertura del capitolo VI del primo tomo del Fermo e Lucia) condivide la qualità visibile della "muta favella": altro non è infatti, la scrittura, che un conversar "sulla carta [...] con parole mute, fatte d'inchiostro". Carta, penna e calamaio sono gli emblemi dell'"applicazione studiosa". Sono gli strumenti "del miglioramento umano" e della "coltura pubblica"; se per loro tramite si riversa nella società la scienza attiva di una biblioteca, come quella ambrosiana fondata da Federico Borromeo per confondere l'"ignorantaggine" e l'"inerzia" di un secolo capzioso agitato da malestri e turpitudini... (Da Parte prima. Con questo manoscritto davanti, con una penna in mano. Capitolo IV. Carta, penna e calamaio, p. 68)
  • Il paradigma lavora dentro i I promessi sposi. Borsieri aveva presentato il Duomo di Milano come un'"artificiale montagna di sasso". La similmontagna si biblicizza subito in Manzoni, che le "pietre" di Dio contrappone ai "mattoni" dell'uomo; e la grandiosità della natura oppone alla "superbia" dell'ingegneria umana. L'occhio del montanaro Renzo si è educato alla contemplazione delle "alture di Dio"; ma a Milano è costretto a confrontarsi con l'"ottava meraviglia". Isola quindi la "macchina" dell'uomo. E la città diventa una scena vuota, ampia di solitudine. Dentro il metafisico deserto del perimetro urbano si alza l'umana superfetazione, fronteggiata, sulla linea dell'orizzonte, dalle dentaie del Resegone... (Da Parte prima. Capitolo V. L'errore sulla lapide, p. 78)
  • La storia è un "immenso pelago di errori". La denuncia veniva dall'illuminismo giuridico. E da Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, in particolare. Tutti gli errori, Manzoni compendia nella storia morale e politica del Seicento: l'incertezza del diritto, la legislazione eccessivamente proliferante che a colpi di gride sopporta l'arbitrio dei potenti e la manipolazione dei causidici, l'impunità organizzata delle classi e delle consorterie (e persino della Chiesa), la cultura economica irresponsabile e monopolistica (che blocca la libera concorrenza e impone la demagogia del prezzo politico), la persecuzione dell'onestà disarmata. Il romanzo di Manzoni aggredisce l'errore nei suoi punti di perversione. Con sdegno, senz'altro. Ma anche con compassione: "[...] la morale cattolica rimuove le cagioni che rendono difficile l'adempimento di questi due doveri, odio all'errore, amore agli uomini". (Da Parte prima. Capitolo V. L'errore sulla lapide, p. 80)

Le brache di San Griffone. Novellistica e predicazione tra '400 e '500[modifica]

Incipit[modifica]

Da un controevangelio sembra sortire la novella II del Novellino di Masuccio [7], che vulga l'apocrifa annunciazione (o "doloso annuncio") e la maculata concezione del quinto evangelista: "Barbara, tu conciperai del giusto e farai il quinto evangelista, che supplirà a quello che gli altri mancarno; resterai incorrutta, e beata sarai nel cospetto di Dio"; "La Barbara... piacendogli... il gioco, fin che de la certa concezione de l'evangelista fossero firmi, ogni notte a l'amorosa battaglia più freschi si ritrovrarno". È il "divino misterio" della seduzione di una nobile e pia monachella, "Barbara nominata", da parte del proprio confessore "domenichino". Il frate, "con grandissima arte de cerretano", ha infatti convinto la santolina di essere stata prescelta da Dio come "vasello" entro cui – per suo tramite carnale – si sarebbe sciolto il creator Spirito.

Citazioni[modifica]

  • Veri religiosi e santi sono tutti coloro che per libera scelta sono morti al mondo, rinunciando a qualsiasi presenza sociale che snatura e falsa la vera religione. La santità è solitaria o cenobitica, anacoretica e ad esclusivo "servicio de Dio". Non i predicatori sono le "colonne" della "cristiana religione e fede", come voleva la letteratura pietistica e agiografica dell'epoca, bensì i santi (stiliti) che si sono assentati dal mondo. (Da Capitolo primo. Le Brache di San Griffone. 2. Novella contro predica, p 31)
  • Leonardo da Vinci lesse e spillettò il Novellino Ne estrasse un manipolo di lemmi per suo privato dizionario, e li fece fruttare in nuove associazioni. La voracità vocabolistica, da “omo sanza lettere”, era pari alla congenialità con un testo di polemica anticlericale. Un pensiero quale "Farisei frati santi vol dire" era di Leonardo, ma avrebbe potuto essere benissimo di Masuccio. (Da Capitolo primo. Le brache di San Griffone. 5. Fra Roberto da Lecce e la buccina di san Gangulfo, p. 48)
  • Il predicatore ha dimenticato le mutande nel letto di Agata, moglie troppo giovane del medico catanese Rogero Campisciano. Il compagno lo rassicura, confidando nella prontezza della fantesca con la quale aveva attaccato "chiodo" mentre il maestro scatenava il suo "levriero" nella caccia con la padrona. E nel motteggiare rispetta la gerarchia: continua a riservare al superiore le metafore venatorie che il narratore gli aveva destinato per distinguerlo dal più artigianale amplesso ancillare. Le battute s'inseriscono nella tradizionale aneddotica fratesca sulle brache, elevate a sconcio pomo di discordia e di orgoglio fallico tra gli ordini religiosi da quando san Benedetto le aveva dichiarate indumento superfluo. Avevano cominciato i cluniacensi, che accusavano i cistercensi di non portar mutande per essere sempre pronti al coito; e continuarono i francescani e i domenicani, che si interrogarono facetamente sulla maggiore o minore prestanza degli organi costipati dalle mutande e di quelli abituati alle superbe prerogative della libertà. Dentro le mutande dei frati volle sbirciare Masuccio, per una misurazione che fosse ispezione letteraria del motivo fabliolistico e poi novellistico delle "brache del cordigliere" (Des braies au cordelier) ritenute dalla superstizione popolare amuleti apotropaici contro la sterilità femminile: a ragione; in quanto le brache genitalizzate si presentavano come significante sostitutivo del fallo del frate, con effetto di metafora. Difatti nella novella masucciana il medico che ha trovato le brache, nonostante fosse sospettoso, si è lasciato convincere delle loro virtù terapeutiche: esse sono una reliqua di san Griffone e hanno guarito la moglie dal magone di natura uterina. (Da Capitolo primo. Le Brache di San Griffone. 5. Bernardino da Siena e le brache di san Griffone, pp. 57-58)
  • Il libro produce in sé e su di sé la storia tormentata di un progetto mancato ("avea già deliberato"; "innanzi il prepostato termine") e si fa supporto pubblico di una lacerazione trasposta nell'”ortopedia morale” di un'opera non rifinita (priva di "assai delicature") e incompleta di “notivoli parti”. Il Novellino è la carcassa tormentata di un'altra opera impossibile da scrivere: in una resa dichiarata mediante la consegna dell'inchiostro stanco al mercuriale Pontano patrono. La topografia delle tracce del non-finito e delle amputazioni si enuclea per entro la cornice atassica e terremotata della raccolta e nelle cicatrici delle novelle: nelle aporie delle trame e nelle contraddizioni tra didascalie e svolgimenti narrativi. Il Novellino è stato lasciato deliberatamente "cicatricoso": “Molti sotterfuggendo la utilissima fatica della emendatione, di mutare, trasporre et aggiungere, appareno cicatricosi, enervi, duri et senza sangue”, scriverà Mario Equicola; e sintetizzava una pagina del libro X di quella quintiliana Institutio oratoria riscoperta nel 1416 da Poggio Bracciolini: "V'è... vicino a [Costanza] il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia... mi recai là per distrarmi, ed insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi, in mezzo a una gran quantità di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovato Quintiliano ancor salvo ed incolume, ancorché tutto pieno di muffa e di polvere". (Da Capitolo secondo. Il libro cicatricoso. 4. Le cicatrici del testo, pp. 104-105)

Citazioni su Le brache di San Griffone[modifica]

  • Si può guardare a questo saggio di Nigro, per contagio delle suggestioni medesime che ne emanano, come alla "carcassa tormentata di un'altra opera impossibile da scrivere". [...] Per cautela, diremo almeno che, in ogni testo, per un clinico attento, si rivela un aspetto "cicatricoso", e che, in un tale spirito di osservazione, le fenditure aperte nel tessuto testuale sin presentano subito come luoghi necessariamente privilegiati, a fini diagnostici, per esplorarne le carni occulte e profonde. In breve, già in relazione al saggio stesso di Nigro, slabbrando appena i margini traumatici del suo ductus, e promuovendoli a spie, l'"opera impossibile da scrivere" potrebbe configurarsi come una teoria e storia della letteratura condotta secondo il canone della "cicatrosità", e la "carcassa tormentata" che ci troviamo dinanzi non può che portarla celata in sé, ma certissima al referto, come nucleo allusivo. (Edoardo Sanguineti)

L'orologio di Pontormo. Invenzione di un pittore manierista[modifica]

  • Si apra il giornale di Jacopo da Pontormo, maestro del Bronzino, alle date 19 gennaio e 15 marzo 1556: "La mattina di san Piero e la sera al tardi Bronzino e Attaviano passorno, e fu aperto loro l'uscio dal fattore, senza fermarsi: solo disse "ch'è di Jacopo?". Poi in su le hore Attaviano venne a pichiare domandando di me, dicendo che l'Alessandra mi voleva, dice el fattore"; "domenica, fu pichiato da Bronzino e poi el dì da Daniello: non so quello che si volessino". "Picchiarono." Ma il maestro, in allerta, non rispose; o si fece negare dal fattore. (Da Il naso di Bronzino, p. 14)
  • In casa Pontormo, il cibo veniva pesato. Il prezzo ne definiva la squisitezza e la qualità. Si mangiucchiavano e mangiottavano mangiarini; economici: "arnioncino d'agnello", "meza testa di cavretto", "Fegato fritto d'agnello", "cuore d'agnello", "lingua di porco", "coglioni", "una curatella", migliacci, "pipioni" e colombacci; "uno fico seco e dua meluze cotte", "zucha lessa", "un poco di minestraccia", "oncia una di mandorle", insalate tante; e "pesce d'uovo" senza fine. Non mancano piatti d'autore nella letteratura: le polpette di Manzoni, il risotto con tartufi di Fogazzaro, le salsicce con i crauti di Stendhal, lo stufato con legumi di Dickens, la zuppa di pesce di Dostoevskji, la trippa di Collodi. Pontormo ha firmato il "pesce d'uovo". E "gran doglie di corpo" e "budella". (Da Il naso di Bronzino, p. 29)
  • A sessant'anni, nel 1554, Pontormo si sentì addosso il cielo degli anni. Sensibile alle inclemenze della stagione fredda, agli stemperamenti, agli estremi ardori, alle lune cattive; alle secrezioni, al fegato, allo stomaco: Si scoprì in lite con il proprio corpo, candidato alle commorienze. Era arrivato alle "giornate" segnate dalla letteratura sulla vecchiaia, mentre gli servivano forze per le "giornate" ultime e per la "gloria" dell'affresco nel coro di San Lorenzo. Sessanta: gli anni della strategia preventiva e del regime dietetico; dell'autosorveglianza istigata dalla letteratura e dalla cultura della sobrietà. (Da Il naso di Bronzino, pp. 30-31)
  • Pontormo abitava un "casamento da uomo fantastico e solitario". Nel quale uccellescamente si chiudeva. In alto. In una torre impraticabile, che solo una scala di legno metteva in comunicazione con il mondo. E che il più delle volte al mondo negava accesso. Dentro questo nido d'aquila, Pontormo lavorava. Ma stava anche acquattato. Vi ruminava il mondo, e vi faceva ragioniera computazione delle quotidiane spicciolature. Né disattendeva a un faticoso colloquio con le voci e i suoni che salivano dalla strada: dalla porta da basso. Li recensiva, anzi. E li interrogava: "domenica fu pichiato...: non so quello che volessino". Era un'interrogazione all'interrogazione degli amici. Alla loro congiura. Al loro complotto affettivo. Lui era invisibile ascoltatore. Un collezionista di rumori: di picchi e cigolii. E di voci, delle quali certificava la qualità interrogativa in un breviarietto segreto: accanto ai raschi di gola, all'iroso gorgoglio della bile agitata e al rugghio delle viscere digiune. (Da L'orologio di Pontorno, p. 40)
  • Un deposito di materia carognosa, una teca di pondo animale, è il libricino del Pontormo impropriamente detto "diario". Chè "diario" era, nel Cinquecento, una registrazione di eventi pubblici. [...] Il libro mio è preferibile chiamare il giornale di Pontormo ("de man in mano ho tenuto notato al libro mio", nel marzo del 1532 aveva scritto Lorenzo Lotto in una lettera alla Confraternita della misericordia di Bergamo). Il possessivo "mio" è sufficiente a da senso di privata registrazione e di intestina interiorità, senza intimismo. Il libro mio del Pontormo è un discorso sulla salute e sulla malattia. E va dal 1554 al 1556. Il pittore già da otto-nove anni lavorava all'affrescatura del cosiddetto Giudizio nel coro della chiesa di San Lorenzo. Ora però è alle prese soprattutto con il diluvio universale, la resurrezione e l'ascensione degli eletti, il martirio di San Lorenzo. Granuli di questo lavoro sono anche nel Libro: nelle figure puere che schizzano in margine alla scrittura. Il libro mio è un horologium. Un breviario che in giorni, settimane e mesi, scandisce il tempo: quello del destino animale del pittore, e quello metaforico-apocalittico della tetraggine corporale che nel Giudizio (disteso tra Legge e Grazia, generazione umana e rigenerazione cristiana, peccato e redenzione) trova pietà e salvezza nel "beneficio" di Cristo. (Da L'orologio di Pontormo, pp. 46-47)

Citazioni sulla Curatela dell'edizione di Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta[modifica]

  • Vengo in possesso, per cortesia sempre di Salvatore Nigro, della fotocopia dell'edizione del 1641, e non posso non notare che è stampata in modo un poco bizzarro: perché mai i capitoli terminano in un disegno triangolare, restringendo via via le righe fino a che l'ultima parola o sillaba faccia da punto? Ricevo anche la fotocopia di una creduta prima edizione delle rime del 1626, ritrovata dal Nigro, che riproduce l'edizione del 1621, più una serie di rime mai più ristampate. E infine il curatore mi fa notare una serie di punti, di particolarità, che mi incuriosiscono, ma soprattutto mi fanno pensare che quel che ho pensato anche se non è infondato è certamente inadeguato al testo definitivo, e soprattutto alle osservazioni che Salvatore Nigro mi ha anticipato, e che va disponendo in forma definitiva. A questo punto ho la sensazione che presto avrò davanti un testo che esigerà di esser letto in modo nuovo, mescolato forse in parte all'antico, o forse no, giacché mi par di capire che "l'oggetto" Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto è tanto o poco diverso da quello che ho frequentato e che da molti anni abita la mia memoria. (Giorgio Manganelli)

Note[modifica]

  1. Da L’isola-giardino di Lillo Gullo, prefazione a Lillo Gullo, Cerimonie della calura, pp. 5-6, Nicolodi, Rovereto (TN), 2007. ISBN 978-88-8447-300-4
  2. DaLe brache di San Griffone. Novellistica e predicazione tra '400 e '500, Prefazione di Edoardo Sanguineti, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari, 1983, pp. 128-129.
  3. Da Introduzione a Masuccio Salernitano, Il Novellino, nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 17. ISBN 88-17-16771-1
  4. Da Introduzione a Masuccio Salernitano, Il Novellino, nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 20. ISBN 88-17-16771-1
  5. Citato in Giorgio Manganelli, Ti ucciderò, mia capitale, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, Milano, 2011, p. 356. ISBN 978-88-459-2565-8
  6. Da Introduzione a Masuccio Salernitano, Il Novellino, nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 9. ISBN 88-17-16771-1
  7. Masuccio Salernitano, Il Novellino, nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990. ISBN 88-17-16771-1

Bibliografia[modifica]

  • Salvatore Silvano Nigro, Il Principe fulvo, Sellerio, Palermo, 2012. ISBN 88-389-2610-7
  • Salvatore Nigro, La tabacchiera di don Lisander. Saggio sui "Promessi sposi", Einaudi, 1996. ISBN 88-06-13980-0
  • Salvatore S. Nigro, Le brache di San Griffone. Novellistica e predicazione tra '400 e '500, Prefazione di Edoardo Sanguineti, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari, 1983.
  • Salvatore S. Nigro, L'orologio di Pontormo. Invenzione di un pittore manierista. In appendice "Il libro mio", Rizzoli, Milano, 1998. ISBN 88-17-66087-6

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