Differenze tra le versioni di "Friedrich Meinecke"

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==''Esperienze 1862-1919''==
*[...] ogni vita umana, anche la più modesta, possiede il proprio autonomo valore non solo dinanzi a Dio, ma anche dinanzi alla storia; anche se fosse solo un'onda, o perfino, una piccola goccia, nel flusso del tempo. Ogni vita umana, infatti, quand'è vissuta, dà una qualche notizia delle trasformazioni storiche in grande. E consapevolmente il suo contributo ad esse, sia anche minimo, non manca. Sempre si ripete un segreto fondamentale della vita storica: qualcosa di tipico, simile in molti, è fuso indissolubilmente con qualcosa di prettamente individuale e che mai si ripete allo stesso modo. (p. 29)
*[...] proprio i semplici avvenimenti vissuti da [[bambino|bambini]], possiedono qualche volta un che di storicità naturale. Infatti non è da bambini che si vive nel modo più vitale, e non è da qui che una catena ininterrotta di influssi reciproci conduce in tutta la vita circostante e infine in ciò che chiamiamo storia? E anche la più superba storiografia dovrà riconoscere che il semplice modo in cui persone di vari secoli e di diverse generazioni hanno narrato autobiograficamente la propria infanzia e vi si sono rispecchiate, rappresenta un pezzo notevole di storia della natura e dell'evoluzione. Non bisogna mai dimenticare interamente quel che di insito e radicato opera dal basso in ogni vivere storico. (p. 33)
*[...] [[cultura]] significa trasformare ciò che si è appreso a scuola, in interezza e umanità naturali. (p. 87)
*Le rigorose regole metodiche che si imparano nei seminari, la paziente raccolta ed esame delle fonti e delle loro particolari qualità e rapporti: tutto ciò non significa pedanteria di consorteria. Lo si adopera invece come chiodi e ferri applicati alle scarpe, per ascendere al ripido ghiacciaio della conoscenza. L'immagine è già troppo utilitaria, poiché è in giuoco qualcosa di etico. Chi crede di possedere il dono dell'intuizione, può sentirsi indagatore avendo la coscienza tranquilla solo se eserciti una rigorosa critica metodica e si fedele nelle piccole cose. (p. 89)
*{{NDR|L'inizio della [[Prima guerra mondiale]]}} Fu un momento decisivo della mia vita, di natura singolare, inserito in un grandissimo momento decisivo di un'epoca, che in quel torno di tempo si poteva solo intuire, ma non riconoscere con precisione. Oggi lo sappiamo: stava finendo l'{{sic|èra}} borghese, l'{{sic|èra}} in cui la personalità autonoma era riuscita ancora ad affermarsi, nonostante la tensione, continua ma anche feconda, con tutte le potenze superpersonali della vita. Cominciava l'{{sic|èra}} di un legame e di un'integrazione più forte, e che diveniva sempre più forte, della personalità in queste potenze della vita; e allora la personalità rischia di decadere a semplice funzione, senza valore autonomo; a persona strumentale, com'è stato detto. (p. 274)
*La politica di potenza e realistica, una volta liberata da motivi universalistici (cioè in fondo etici), poteva troppo facilmente degenerare in ibrida politica di violenza. Questo naturalmente lo sapevamo anche allora, e ne trovavamo l'esempio in [[Napoleone Bonaparte|Napoleone]]; ma ci consolavamo guardando a tutto quello che di positivo era scaturito dalla sua azione. Questo stato d'animo somigliava alla fiduciosa speranza nel genio dell'Occidente – che sempre tornava ad affermarsi salvando – [...]<br>Ma questi accenti hanno cominciato a spostarsi per me a causa e dopo la guerra mondiale. Vidi un'orribile degenerazione della politica realistica in quegli strati del popolo tedesco che fino a quel momento avevano rappresentato la sua civiltà. La speranza che la sconfitta servisse loro di lezione, andò a vuoto. E vidi la ''hybris'', forse ancor peggiore, della [[Trattato di Versailles (1919)|pace di Versailles]]. Ma quando più tardi volevo spiegare al mio amico danese [[Aage Friis]] il turbamento della mentalità del popolo tedesco come dovuto al trattamento fattogli dalla pace di Versailles, egli domandò: «La Germania, se avesse vinto, avrebbe imposto una pace più moderata?».<br>La mia delusione non mi ha fatto cadere nell'estremo opposto, di dichiarare malvagio il potere in sé, come fa [[Jacob Burckhardt|Burckhardt]]. Esso è solo un tentatore che vuole indurre al male. Ma il demonismo del potere fu da me sentito da quel momento in modo tutto diverso e più acuto che non nell'anteguerra. (pp. 317-318)
*[...] questo fa parte dell'essenza più intima del divino, per quanto ci è dato comprenderlo: esso si manifesta alla coscienza umana non solo in figure e comandamenti antichi, che mille volte hanno fatto la loro prova; ma assume anche, sempre di nuovo, per noi forme nuove e non immaginate. (p. 384)
 
==Bibliografia==

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