Differenze tra le versioni di "Nicola Abbagnano"

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*[...] l'antiumanesimo è un fatto caratteristico di certe filosofie contemporanee che a prima vista sono agli antipodi di quella che [[Emanuele Severino|Severino]] difende.<br>Sono infatti le filosofie che negano l'Essere e affermano l'apparenza nel suo disordine, nella sua accidentalità, nei giochi arbitrari di cui l'uomo stesso è il risultato casuale. Insistendo sulla ''differenza'' tra l'apparenza e l'Essere, queste filosofie attribuiscono all'apparenza, che per esse è la sola «realtà» (se così può chiamarsi) di cui si possa parlare, i caratteri opposti a quelli dell'Essere parmenideo. Severino invece insiste su questi caratteri e nega gli altri. Ma anche egli riduce l'uomo al dominio dell'apparenza e lo vede in esso risolto. «Nel linguaggio dell'Occidente» egli dice, «l'"uomo", "io", "tu", "gruppo", "popolo", "classe sociale", sono parole che esprimono le forme assunte dalla persuasione che isola la Terra, ossia le forme dell'alienazione della verità». In altri termini sono «forme dell'errore». E così l'uomo e il suo mondo sembrano liquidati. Ma l<nowiki>'</nowiki>''errore'' di cui si è detto non può essere commesso che dal Destino e così si può scorgere nell'uomo «l'apparire del Destino» cioè la dimensione nella quale solo è possibile «l'accadimento del mortale» con tutto ciò che esso implica. (da ''Emanuele Severino'', pp. 104-105)
*Questa alienazione è, secondo Severino, alla base di tutta la civiltà occidentale che ha accettato il nichilismo nella metafisica postparmenidea. Noi pensiamo e viviamo le cose come se fossero un niente. La tecnica non è che la manifestazione saliente di questo atteggiamento, che consiste nel trasformare, produrre, utilizzare le cose come se non avessero una loro realtà, come se fossero un niente. Perciò il trionfo della tecnica, secondo Severino, è il trionfo del nichilismo. Ma coloro che, come lui, si oppongono a questo trionfo e progettano un mondo diverso non si sottraggono realmente al nichilismo perché continuano a credere nel divenire, nella storia, nel tempo, cioè nel dominio del niente. «Le loro istanze e i loro progetti di un mondo più umano, sono i relitti che il deserto, crescendo, si lascia dietro. La filosofia, il cristianesimo, il marxismo, l'arte, sono i relitti del deserto che cresce.» (da ''Emanuele Severino'', p. 107)
*Una lezione di umiltà scaturisce dalla filosofia di Severino, comunque si voglia giudicarne i suoi presupposti parmenidei: umiltà che, se fa dell'uomo più uno spettatore che un attore, gli è tuttavia indispensabile come conoscenza della propria misura. E il secondo insegnamento che può derivare da questa filosofia è il rispetto per il mondo e per le cose del mondo che, se sono realtà autentiche, non possono essere dall'opera umana ridotti al niente. Infine (e non è certo la cosa meno importante) la filosofia che Severino difende pone come valore supremo il riconoscimento della verità, qualunque essa sia, anche se per l'uomo dolorosa e spiacevole.<br>Umiltà, rispetto, fedeltà al vero, non sono valori che vengono comunemente riconosciuti e difesi nell'epoca contemporanea. Non so se sia indispensabile, per riscoprirli, risalire a [[Parmenide]]. È certo tuttavia che in questa epoca il fascino del nulla, che si esprime fra l'altro nella violenza e nella distruzione, ha una parte dominante: e che chi la combatte, mettendone in luce le fonti nascoste, rende un servizio non solo alla verità ma agli uomini stessi. (da ''Emanuele Severino'', pp. 107-108)
*Non si può disconoscere, al fondo dell'atteggiamento designato a tutt'oggi come «[[pensiero debole]]» e che continua ad avere in [[Gianni Vattimo]] il proprio {{sic|méntore}}, una traccia persistente di quella brama dell'infinito che fu propria del [[romanticismo]]. All'infinità dell'Essere, della Verità, della Perfezione, che il romanticismo sognava, esso sostituisce l'infinito della caducità, dell'errore, del male, come natura propria del mondo, e così assolutizza l'apparenza nei suoi caratteri peggiori e fa dell'esperienza umana il destino del nulla. Questo nuovo sogno romantico, che è l'inverso di quello ottocentesco, può forse attrarre come espressione letteraria della crisi, dei mali imperanti, dei pericoli ai quali l'umanità va oggi incontro, ma non indica alcuna via d'uscita.<br>Ne è consapevole Vattimo? Ritengo di sì. E ritengo che la stia cercando. (da ''Gianni Vattimo'', p. 113)
*Interrogarci su una «politica» degli [[Intellettuale|intellettuali]] è oggi importante anche perché viviamo in un momento in cui i cosiddetti «prodotti culturali», sono sempre più coinvolti nel consumismo. Sono spesso manipolati in vista di un successo immediato e labile che talora non ottengono o che dura lo spazio di un mattino. Si propongono spesso di urtare, irritare, scandalizzare (cosa anche questa molto difficile) per imporsi con il marchio di una novità assoluta, che è pura illusione. Assumono spesso la funzione e il valore di ''slogans'' destinati a incrementare lo spaccio di idee balorde e di fanatismi fittizi. E gli autori di essi non esitano a presentarsi sul palcoscenico, a recitare in costume, a dare lo spettacolo che ritengono più propizio al loro successo. [...]<br>Una parte dell'amara tristezza che oggi pervade il mondo degli intellettuali è dovuta appunto alla coscienza della loro perduta o diminuita autonomia decisionale, del pericolo incombente di poter sopravvivere solo come strumenti di forze che apprezzino l'opera loro solo come mezzo occasionale di successo, da buttar via quando non riesce più utile. (da ''I rischi del consumismo'', pp. 142-143)
*Una personalità non può esprimersi col proprio suicidio o con l'omicidio di quella degli altri. E il suicidio e l'omicidio sono i fini latenti di un sesso che si ribella alla propria misura. Sadismo e masochismo sono i limiti estremi di questa tendenza, che conosce tutti i gradi intermedi. È in nome del femminismo che oggi solitamente si protesta contro la riduzione del partner sessuale a cosa, a oggetto strumentale, non più valido di una bambola di gomma. Ma in realtà chiunque fa del partner una cosa, si degrada in cosa. (da ''Sesso e morale'', p. 166)

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