Renato Barilli: differenze tra le versioni

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*In Francia il gallerista Bing, proprio nei primi anni novante, apre uno spazio all'insegna, forse la più felice fra tutte, dell'[[Art Nouveau]]. I tedeschi rispondono proponendo addirittura uno «stile della giovinezza» (Jugendstil). In Austria si parla di «ver sacrum», in Inghilterra viene agitata l'idea del «sempreverde», «evergreen». Nel nostro paese magari non dice molto l'etichetta, destinata a imporsi più di altre, che si richiama semplicemente al nome di una ditta inglese, [[Art Nouveau|Liberty]] (il nome però è colmo di consonanze favorevoli e nobilitanti); assai più indicativo, invece, il fatto che si parli, in alternativa, di florealismo,; e certo, i fiori possono anche decomporsi, ma, presi al culmine della loro parabola, offrono un esempio perfetto dell'ansia di vivere, e soprattutto di mostrare il meglio della vita stessa.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 53.</ref>
*L'Italia non fa eccezione, in proposito, e così i cartellonisti di quella stagione non appaiono inferiori ai loro colleghi delle arti nobili. Apre la sfilata, a dire il vero, un russo tedesco, [[Adolf Hohenstein]], ma di carriera italiana, svolta per gran parte a Milano, attorno alla casa Ricordi, che del cartellonismo grafico-pubblicitario in quegli anni è il massimo tempio, assieme alla ditta Mele di Napoli: Nord e Sud uniti, e una volta tanto su un piede di parità, nella prontezza di intervento.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 55.</ref>
*Lo stesso discorso può valere per [[Leopoldo Metlicovitz]], triestino, nato già quasi al limite della generazione [[Simbolismo (movimento)|simbolista]] (nel 1868), di cui fra l'altro qui si mostra un intervento per la ditta Mele di Napoli, così da rispettare l'opportuna simmetria che allora esisteva tra le due aereearee geografiche del nostro paese. Ma certo, mentre l'anziano [[Adolf Hohenstein|Hohenstein]] non può che legare strettamente il proprio nome a quello stile, e poi sparire col declinare di esso, Metlicovitz procede sul filo degli anni e subisce varie metamorfosi; infatti lo troveremo in tappe successive di questa cronistoria.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 55.</ref>
*Ma un tale ambito sa produrre una figura di grande rilievo, perfettamente concorrenziale rispetto ad ogni altro artista «maggiore» dell'epoca. Si tratta del triestino [[Marcello Dudovich]], nato a Trieste nel 1878 (e dunque appena quattro anni prima di [[Umberto Boccioni|Boccioni]]), ma di carriera per gran parte milanese, svolta presso la casa Ricordi, raccogliendo, anche lui, il testimone di una staffetta ideale dai già menzionati [[Adolf Hohenstein|Hohenstein]] e [[Leopoldo Metlicovitz|Metlicovitz]].<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 57.</ref>
*Mentre è l'ora di occuparci anche di una presenza ben consistente, nell'ambito dell'affiche, [[Plinio Codognato]], perfetto «novecentista» nel fare la pubblicità della FIAT 520 con lettere e numeri a caratteri cubitali, evidenziate da spessori massicci; per il marsala Florio, poi, egli non esita a scomodare l'immagine del Discobolo, gonfio di muscoli e teso all'eccesso.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', pp. 59-60.</ref>
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