Differenze tra le versioni di "Friedrich Nietzsche"

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*«Male! male! Come? Se ne sta forse tornando ... indietro?» Sì! Ma lo comprendete male, se vi lagnate di ciò. Arretra, ma a somiglianza di chiunque voglia spiccare un gran salto ... (280; 2007)
*Vivere con immensa e superba imperturbabilità; sempre al di là. (284; 2007)
*Il solitario non crederà mai che un filosofo – ammesso che un filosofo sia stato sempre in primo luogo un solitario – abbia espresso nei libri le sue vere opinioni finali: non si scrivono forse dei libri appunto per nascondere quanto s'ha di più intimo? – Sì, egli dubiterà, che un filosofo ''possa'' avere delle opinioni proprie e finali, e sospetterà che dietro ogni sua caverna si nasconda, si debba nascondere un'altra caverna ancor più profonda – un mondo più vasto, più strano, più ricco al disopra d'una superficie, una profondità dietro ogni fondo, sotto ogni «fondamento». Ogni filosofia è una filosofia della superficie – questa è convinzione del solitario: «havvi in ciò qualche cosa di arbitrario se egli si è arrestato proprio ''qui'', guardando dietro, e intorno a sé, se ''qui'' non ha scavato più profondamente, se ha gettata via la vanga – e tutto questo genera diffidenza». Ogni filosofia ''nasconde'' un'altra filosofia: ogni opinione è un nascondiglio, ogni parola una nuova maschera. (289, 1898)
*Un [[filosofo]]: un uomo, cioè, che costantemente vive, vede, ascolta, sospetta, spera, sogna cose fuori dell'ordinario; che vien còlto dai suoi stessi pensieri quasi dal di fuori, dall'alto e dal basso, come da quel genere di avvenimenti e di fulmini che è ''suo proprio''; e forse è egli stesso una procella che si avanza gravida di nuovi fulmini; un uomo fatale, intorno al quale c'è sempre un brontolio e un rovinio, qualcosa che si cretta e sinistramente accade. Un filosofo: ahimè, un essere che spesso sfugge a se stesso, spesso ha timore di sé – tuttavia è troppo curioso per non "tornare" sempre di nuovo "a sé" [...]. (292; 2007)
*''Il vizio olimpico''. — A dispetto di quel filosofo, che da vero inglese cercò di calunniare il [[risata|riso]] presso tutti i pensatori — «il riso è una grave infermità della natura umana, che ogni esser pensante dovrà saper vincere» ([[Thomas Hobbes|Hobbes]]) — io mi permetterei di istituire persino una classificazione dei filosofi a seconda della classe cui il loro riso appartiene — sino ad arrivare a coloro che sono capaci del riso ''aureo''. E supposto che anche gli Dei s'occupino di filosofia, alla quale supposizione mi sento portato da varie ragioni — io non dubito, ch'essi sapranno ridere in un modo nuovo e superumano — in ispecie di tutte le cose le più serie! Gli dei sono inclinati allo scherno; persino nelle cose sacre sembra non si possano trattenere dal ridere (284294; 1898)
*Gli dèi amano motteggiare: pare che nemmeno nelle sacre azioni possano impedirsi di ridere. (294; 2007)
*– Così un’altra volta egli {{NDR|[[Dioniso]]}} disse: «in certe circostanze amo l'uomo» – così dicendo alludeva ad ''[[Arianna|Ariadne]]'' ch'era presente – : «l'uomo mi sembra essere un animale amabile, valoroso ed ingegnoso, che sulla terra non un suo pari, e che sa ritrovare il filo in tutti i labirinti».<br>«Io gli voglio bene: penso talvolta come potrei farlo progredire ancor di più, e renderlo più forte, più maligno e più profondo, di quanto lo sia finora». – «Più forte, più maligno, più profondo?» domandai spaventato. «Sì,» mi ripetè « più forte, più maligno, più profondo; ed anche più «bello» – soggiunse il Dio-tentatore sorridendo del suo riso alcionico, come se in quel punto avesse detto una cosa estremamente gentile.<br>Per cui vediamo in pari tempo, che quella divinità non manca soltanto del pudore – ; anzi, vi sono molte buone ragioni di ritenere, che per certe cose gli dei, tutti insieme, potrebbero imparare molto dagli uomini. Noi uomini siamo più – umani. (295; 1898)

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