Differenze tra le versioni di "Vasco Pratolini"

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'''Vasco Pratolini''' (1913 – 1991), [[scrittore]] italiano.
 
*L'esperienza dei quotidiani rapporti col [[mondo]] ostile, e delle quotidiane rinunzie a cui è costretta la povera gente, ti aveva già provato. Era evidente che avevi subìto un trauma dal quale soltanto adesso ti riprendevi. Stavi scoprendo te stesso, ti rendevi conto, dolorosamente, di avere vissuto fino ad allora, una [[vita]] precaria e assurda, del tutto opposta alla [[realtà]] che dovevi ora affrontare senza possederne gli elementi. Quando finalmente scoprivi il mondo coi tuoi propri [[occhio|occhi]], non era più il mondo che esternamente ti era familiare, ma un altro, diverso e ostile, ove dovevi inserirti a forza, ed ove le tue abitudini, le tue maniere, i tuoi stessi [[pensiero|pensieri]] erano inadatti e addirittura negativi. La nuova realtà ti rifiutava. (da ''Cronaca familiare'', Mondadori)
*L'[[uomo]] è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore. (da ''Cronaca familiare'')
*La [[vita]] è una cella un po' fuori dell'ordinario, più uno è povero più si restringono i metri quadrati a sua disposizione. (da ''Cronache di poveri amanti'', Vallecchi)
*Le [[idea|idee]] non fanno [[paura]] a chi ne ha. (citato in Mirko Bevilacqua, ''Il Caso Pratolini'', Cappelli, 1982)
 
==''Metello''==
===[[Incipit]]===
Metello Salani era nato a San Niccolò, ma fino ai quindici anni, non vi aveva mai abitato. La sua famiglia era di quel Rione, e ciascuno ha le discendenze che si ritrova. Suo [[padre]], renajolo, era stato anarchico e tutti, tra piazza de' Mozzi e la Colonna, l'avevano conosciuto per la sua bassa statura e il suo pugno proibito. Lo chiamavano Caco, e non perché quella gente sapesse di [[mitologia]], ma per via del gruppo di Bandinelli ch'è sotto Palazzo Vecchio, e per dire ch'era uno che soltanto un Ercole l'avrebbe potuto castigare.
 
===Citazioni===
*Ci si domanda come riempie la giornata la gente che vive senza aver bisogno di lavorare, e ci si risponde che, al solito, è questione di [[denaro]].
*I morti che ci hanno fatto del bene, si ricompensano guardando in faccia i vivi.
*Il [[pane]] del povero è duro, e non è giusto dire che dove cè poca roba c'è poco pensiero. Al contrario. Stare a questo mondo è una fatica, soprattutto saperci stare.
*La nostra [[fortuna]] con le [[donna|donne]] è subordinata al nostro successo di esordienti che ci persuade di essere nati, almeno sotto questo punto di vista, fortunati. E di cui le [[donna|donne]] subiscono il richiamo: è come ne portassimo addosso diciamo l'odore.
*Quando ci vogliamo spiegare certe circostanze, decisive per la nostra vita, ci si risponde che è [[destino]], che è successo non sappiamo come.
*Metello diventò vero italiano e vero uomo: prima ancora di essere elencato nei registri del comune, si trovò registrato negli elenchi della polizia.
*…Napoli…[[Napoli]] fu per Metello il Rettifilo, via Toledo, piazza Plebiscito, e via Sergente Maggiore, via dei Fiorentini, quando gli sembrava di non aver altro da fare e si voleva prendere una distrazione. Non soltanto la mancanza di denaro, ma la divisa un poco lo umiliava; e dové adattarsi a quelle domestiche della Villa comunale, seppure non erano, per lui che aveva avuto Viola, proprio il suo tipo. Col tempo ''fece ghega'' insieme a un livornese, uno di Cascina, un fiorentino di Porta Romana: Mascherini, che negli anni dipoi non seppe mai dove fosse finito. Leoni, quello di Cascina, riceveva denaro, suo [[padre]] era mobiliere, ed egli era tirato ma finiva per offrire. Fu un sodalizio che durò a lungo: si frequentarono le bettole di Forcella, del Vasto e del Pendino, rioni che chiamano sezioni, come chi dicesse Sezione San Niccolò o Madonnone. Ebbero a che fare con la gente, per quei vicoli traversi o tutti in salita, dove la [[miseria]] e la spocizia erano pari all'animazione che vi si trovava. Entrarono, piuttosto che in via Sergente Maggiore, in alcuni ''bassi'', dietro una sottana: ragazze tutte more di capelli, dai volti appassiti e i grossi seni. I bambini giocavano al di là della tenda. Non ci si toglieva nemmeno le mollettiere. Poi magari si restava a cena con tutta la famiglia, si diventava amici, ci tenevano in conto di figlioli: era gente come noi, come il livornese che non viveva meglio dietro la Darsena, come Mascherini che aveva il babbo fiaccherajo. E un po' ci si vergognava. Si vuotavano le tasche dell'ultimo soldino, come per farci perdonare. Cose trapassate nella [[memoria]], viste e vissute da dentro la campana…
 
{{NDR|Vasco Pratolini, ''Metello'', Oscar Mondadori, 1966.}}
==''Le ragazze di Sanfrediano''==
===[[Incipit]]===
Il rione di Sanfrediano è "di là d'Arno", è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la [[Chiesa]] del Carmine e le pendici di Bellosguardo; dall'alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l'Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la cura dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine. Quanto v'è di perfetto, in una [[civiltà]] diventata essa stessa [[natura]], l'immobilità terribile e affascinante del [[sorriso]] di Dio, avvolge Sanfrediano, e lo esalta. Ma non tutto è [[oro]] quel che riluceri[[luce]]. Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della [[città]]; nel [[cuore]] delle sue strade, popolate come formicai, si trovano il Deposito Centrale delle Immondizie, Il Dormitorio Pubblico, le Caserme. Gran parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro che cuociono le interiora dei bovini per farne commercio, assieme al brodo che ne ricavano. E che è gustoso, tuttavia, i sanfredianini lo disprezzano ma se ne nutrano, lo acquitano a fiaschi.
 
{{NDR|Vasco Pratolini, ''Le ragazze di Sanfrediano'', Oscar Mondadori, 1966.}}
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