Leonardo da Vinci: differenze tra le versioni

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==''Favole''==
==''Favole''==
*La formica trovato uno grano di miglio, il grano sentendosi preso da quella gridò: «Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi.» E così fu fatto. (''La formica e il seme di miglio'')
*La formica trovato uno grano di [[miglio]], il grano sentendosi preso da quella gridò: «Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi.» E così fu fatto. (''La formica e il seme di miglio'')
*Lo [[specchio]] si groria forte tenendo dentro a sé specchiata la regina e, partita quella, lo specchio riman vile. (''Lo specchio e la regina'')
*Lo [[specchio]] si groria forte tenendo dentro a sé specchiata la regina e, partita quella, lo specchio riman vile. (''Lo specchio e la regina'')
*Vedendo il [[castagna|castagno]] l'uomo sopra il [[fico]], il quale piegava inverso sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse: «O fico, quanto se' tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non contentandosi di tanto beneficarmi, ch'ell'ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell'homo non mi possino nuocere.» Allora il fico cominciò insieme co' sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse: «Conosci l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de' tua frutti, e quelli caduti, peste co' piedi e co' sassi, in modo ch'e frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell'armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi.» (''Il castagno e il fico'')
*Vedendo il [[castagna|castagno]] l'uomo sopra il [[fico]], il quale piegava inverso sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse: «O fico, quanto se' tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non contentandosi di tanto beneficarmi, ch'ell'ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell'homo non mi possino nuocere.» Allora il fico cominciò insieme co' sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse: «Conosci l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de' tua frutti, e quelli caduti, peste co' piedi e co' sassi, in modo ch'e frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell'armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi.» (''Il castagno e il fico'')

Versione delle 20:01, 30 apr 2017

Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci (1452 – 1519), ingegnere, inventore, pittore e architetto italiano.

Citazioni di Leonardo da Vinci

  • Arco non è altro che una fortezza causata da due debolezze, imperoché l'arco negli edifizi è composto di 2 parti di circulo, i quali quarti circuli, ciascuno debolissimo per sé, desidera cadere, e opponendosi alla ruina l'uno dell'altro, le due debolezze si convertano in unica fortezza.[1]
  • [Gli abbreviatori] vogliano abbracciare la mente di Dio, nella quale s'include l'universo, caratando [pesando a carati, cioè esaminando minutamente] o minuzzando quella in 'nfinite parte come se l'avessino a natomizzare. [...] O [stoltizia umana] voi poi scorrere ne' miracoli e scrivere e dar notizia di quelle cose di che la mente umana non è capace e non si posso[n] dimostrare per nessuno esemplo naturale.[2]
  • Gli animali sono esemplo de la vita mondiale.[3]
  • Il resto della difinizione dell'ani[m]a lascio nelle mente de' frati, padri de' popoli, li quali per ispiratat'azione san tutti li segreti. La[s]cia star le lettere incoronate [le scritture sacre] perché son somma verità.[2]
  • L'omo e li animali sono propio transito e condotto di cibo, sepoltura di animali, albergo de' morti, facendo a sé vita dell'altrui morte, guaina di corruzione.[4]
  • L'uffizio del muscolo è di tirare e non di spingere, eccetto li membri genitali e la lingua.[5]
  • La passione dell'animo caccia via la lussuria.[6]
  • Or guarda, lettore, quello che noi potremo credere ai nostri antichi, i quali hanno voluto difinire che cosa s[ia a]nima e vita, cose improvabili, q[uando] quelle che con isperienza ognora si possano chiaramente conoscere e provare, sono per tanti seculi ignorate e falsamente credute.[2]
  • Se questa sua [dell'uomo] composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere nulla rispetto all'anima che in tale architettura abita e, veramente, quale essa si sia, ella è cosa divina sicché lasciala abitare nella sua opera a suo beneplacito [...] così mal vole[n]tieri [l'anima] si parte dal corpo e ben credo che 'l suo pianto e dolore non sia sanza cagione.[2]

Attribuite

  • Fin dalla più tenera età, ho rifiutato di mangiar carne e verrà il giorno in cui uomini come me guarderanno all'uccisione degli animali nello stesso modo in cui oggi si guarda all'uccisione degli uomini.
[Citazione errata] Benché il vegetarianismo di Leonardo sia attestato da una lettera del navigatore Andrea Corsali a Giuliano de' Medici, e Giorgio Vasari abbia descritto la compassione di Leonardo per gli animali,[7] queste esatte parole non sono di Leonardo. Scrive in proposito Alessandro Vezzosi, fondatore del Museo ideale Leonardo da Vinci: «La fonte di questa erronea attribuzione è da ascriversi alla peraltro eccellente antologia di articoli di scrittori, filosofi, scienziati e altri personaggi illustri intitolata The Extended Circle: A Commonplace Book of Animal Rights (1985) di Jon Wynne-Tyson. Tale citazione a sua volta era stata tratta da un romanzo (che aveva riportato anche alcune citazioni reali di Leonardo) di Dimitri Merejkowski intitolato The Romance of Leonardo da Vinci (tradotto dal russo nel 1928)»[8].

Aforismi, novelle e profezie

  • A torto si lamentano li omini della innocente esperienzia, quella accusando di fallacie e di bugiarde dimonstrazioni. (Codice Atlantico, 154)
  • Acquista cosa nella tua gioventù che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.
  • Amor onni cosa vince.[9] (Codice Atlantico)
  • Chi altri offende, sé non sicura.
  • Chi biasima la somma certezza delle matematiche si pasce di confusione, e mai porrà silenzio alle contradizioni delle sofistiche scienzie, colle quali s'impara uno eterno gridore.
  • Chi disputa allegando l'autorità, non adopra lo 'ngegno, ma più tosto la memoria. (Codice Atlantico, 76)
  • Chi non punisce il male, comanda che si facci.
  • Chi non raffrena la volontà colle bestie s'accompagni.
  • Chi non stima la vita, non la merita. (Codice I, 15)
  • Chi poco pensa molto erra. (Codice H, 119)
  • Chi tempo ha e tempo aspetta, perde l'amico e danari non ha mai. (Codice Atlantico, 4)
  • Chi vol essere ricco in un dì è impiccato in un anno.
  • Come è più difficile a 'ntendere l'opere di natura che un libro d'un poeta.
  • Costanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.
  • Dimanda consiglio a chi ben si corregge.
  • Iddio ci vende tutti li beni per prezzo di fatica.
  • Il moto è causa d'ogni vita. (Codice Trivulziano, 36)
  • Gola è mantenimento della vita. (Codice H, 32)
  • L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente.
  • L'anima desidera stare col suo corpo, perché, sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare né sentire.
  • L'età che vola discorre nascostamente e inganna altrui, e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama raccoglie. (Codice Atlantico)
  • L'uomo ha grande discorso del quale la più parte è vano e falso, li animali l'hanno piccolo ma è utile e vero; e meglio è la piccola certezza che la gran bugia.
  • La Meccanica è il paradiso delle scienze matematiche, perché con quella si viene al frutto matematico.
  • La natura è piena d'infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia.
  • La paura nasce più tosto che altra cosa. (Codice L, 90)
  • La sapienza è figliola della sperienzia. (Codice Forster III)
  • La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati.
  • La somma filicità sarà somma cagione della infelicità, e la perfezion della sapienza cagion della stoltizia.
  • La verità sola fu figliola del tempo. (Codice M, 58)[10]
  • La vita bene spesa lunga è.
  • Lussuria è causa della generazione. (Codice H, 32)
  • Nessuna azione naturale si po' abreviare. (Codice Atlantico)
  • Nissuna umana investigazione si pò dimandare vera scienzia s'essa non passa per le matematiche dimostrazioni, e se tu dirai che le scienzie, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si niega, per molte ragioni, e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienzia, sanza la quale nulla dà di sé certezza.
  • Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione e non ti bisogna sperienza.
  • No' si volta chi a stella è fisso.
  • Non si po' aver ragione né minor signoria che quella di se medesimo.
  • O studianti, studiate le matematiche, e non edificate sanza fondamenti.
  • Ogni nostra cognizione prencipia da sentimenti. (Codice Trivulziano, 20)
  • Più facilmente si contasta al principio che alla fine.
  • Quelli che s'innamoran di pratica sanza scienzia son come 'l nocchier ch'entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada.
  • Questo omo ha una somma pazzia, cioè che sempre stenta per non istentare, e la vita se li fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati.
  • Questo per isperienza è provato, che chi non si fida mai sarà ingannato. (Codice Atlantico)
  • Raro cade chi ben cammina. (Codice Atlantico)
  • Reprendi l'amico tuo in segreto e laldalo in paleso. (Codice H, 16)
  • Sì come ogni regno in sé diviso è disfatto, così ogni ingegno diviso in diversi studi si confonde e indebolisce.
  • Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire. (Codice Trivulziano)
  • Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro. (Codice Forster III)
  • Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare.
  • Un vaso rotto crudo si può riformare, ma il cotto no. (Codice Trivulziano, 38)
  • Uscirà dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con maravigliosi assalti, assaliranno l'umana generazione, e quella da feroci morsi fia, con fusion di sangue, da essi divorata. (Codice I, 63)

Bestiario o Le allegorie

  • Calendrino è un uccello, il quale si dice, che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se 'l detto infermo deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai l'abbandona in vista, anzi è causa di levarli ogni malattia. (Amore di virtù; 1979, p. 51)
  • Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli sanza mangiare. (Invidia; 1979, p. 51)
  • L'allegrezza è appropriata al gallo, che d'ogni piccola cosa si rallegra, e canta, con varî e scherzanti movimenti. (Allegrezza; 1979, p. 52)
  • La tristezza s'assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo rammarichìo gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede alquante poche penne nere. (Tristezza; 1979, p. 52)
  • Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per la virtù de' sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire, si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si spicca i testiculi, e li lascia a' sua nimici. (Pace; 1979, p. 52)
  • La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti upica, i quali, conoscendo il benifizio della ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li notriscano, e cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà. (Misericordia over gratitudine; 1979, pp. 52-53)
  • Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perché non si sazia: tanto è il timore, che essa terra non li manchi. (Avarizia; 1979, p. 53)
  • Il basalisco è di tanta crudeltà che, quando con la sua venenosa vista non po' occidere li animali, si volta all'erbe e le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare. (Crudeltà; 1979, p. 53)
  • La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta sopra i navili, e occide li addormentati marinari. (Lusinghe over soie; 1979, p. 54)
  • Il bo salvatico avendo in odio il colore rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d'una pianta, e esso bo corre a quella, e con gran furia v'inchioda le corna, onde i cacciatori l'occidano. (Pazzia; 2012, § 15)
  • Benché le pernici rubino l'ova l'una all'altra, non di meno i figlioli, nati d'esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre. (Verità; 1979, p. 54)
  • La volpe, quando vede alcuna torma di sgazze o taccole o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, colla bocca aperta, che par morta; e essi occelli le voglian beccare la lingua, e essa gli piglia la testa. (Falsità; 2012, § 19)
  • La talpa ha li occhi molto piccoli e sempre sta sotto terra, e tanto vive quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more perché si fa nota. Così la bugia. (Busia; 2012, § 20)
  • La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per autunno, sempre la tengano in timore e, 'l più delle volte, in fuga. (Timore over viltà; 1979, p. 55)
  • Il falcone non preda mai, se non l'uccelli grossi, e prima si lascierebbe morire, che si cibassi de' piccioli, e che mangiasse carne fetida. (Magnanimità; 1979, p. 55)
  • In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale sottoposto, perché sempre contempla in nella bellezza della sua coda, quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sé la vista de' circustanti animali. E questo è l'ultimo vizio, che si possa vincere. (Vanagloria; 1979, p. 56)
  • Alla constanza s'assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura la sua rennovazione, è costante a sostenere le cocenti fiamme, le quali la consumano, e poi di novo rinasce. (Constanza; 1979, p. 56)
  • Il rondone si mette per la inconstanza: il quale sempre sta in moto, per non sopportare alcuno minimo disagio. (Inconstanza; 1979, p. 56)
  • Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare. (Temperanza; 1979, p. 56)
  • L'alicorno, ovvero unicorno, per la sua intemperanza e non sapersi vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal modo lo pigliano. (Intemperanza; 2012, § 28)
  • Dell'umilità si vede somma sperienzia nello agnello il quale si sottomette a ogni animale, e quando per cibo son dati all'incarcerati leoni, a quelli si sottomettano come alla propria madre, in modo che spesse volte s'è visto i lioni non li volere occidere. (Umilità; 2012, § 29)
  • Il salvatico asino quando va alla fonte per bere e truova l'acqua intorbidata, non arà mai sì gran sete che non s'astenga di bere e aspetti ch'essa acqua si rischiari. (Astinenzia; 2012, § 31)
  • L'avoltore è tanto sottoposto alla gola che andrebbe mille miglia per mangiare d'una carogna e per que[sto] seguita li eserciti. (Gola; 2012, § 32)
  • La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l'uno more, l'altro osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee mai acqua chiara. (Castità; 1979, p. 57)
  • Il palpistrello, per la sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito. (Lussuria; 1979, pp. 57-58)
  • L'ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta al dì, e prima si lascia pigliare a' cacciatori che voler fuggire nella infangata tana — per non maculare la sua gentilezza. (Moderanza; 1979, p. 58)
  • Questo porta grande amore a' sua nati, e, trovando quelli nel nido morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente sangue bagnandoli, li torna in vita. (Pellicano; 1979, p. 58)
  • La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù: questa non ha membra passive, e non si prende la cura d'altro cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza. (Salamandra; 1979, p. 59)
  • Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l'ova colla vista. Per l'arme, nutrimento de' capitani. (Struzzo; 1979, p. 59)
  • Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il qual canto termina la vita. (Cigno; 1979, p. 59)
  • Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sé il male; se truova la compagna in fallo, l'abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la covano e pascano, in fin che more. (Cicogna; 1979, pp. 59-60)
  • Questa col suo canto fa tacere il cucco; more nell'olio e rinasce nell'aceto; canta per li ardenti caldi. (Cicala; 1979, p. 60)
  • Questo porta ne' denti la subita morte, e, per non sentire l'incanti, colla coda si stóppa li orecchi. (L'aspido, sta per la virtù; 1979, p. 60)
  • Quest'ha nel suo, ch'apre bocca, e nel fine strigne' denti, e ammazza il marito; poi i figlioli, in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre. (Vipera; 1979, p. 60)
  • Il ragno partorisce fori di sé l'artificiosa e maestrevole tela, la quale gli rende, per benefizio, la presa preda. (Ragno; 1979, p. 61)
  • Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l'indormentati sensi: e tutte le fiere, che nella selva sono, fuggano. (Leone; 1979, p. 61)
  • Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, ché così ha ordinato natura, perché si cibino. (Duco o civetta; 1979, p. 62)
  • Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte l'altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo piegate indentro che non po' cozzare, e per questo non ha altro scampo che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco. (Bonaso noce colla fuga; 1979, p. 65)
  • Questo dov'è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più s'accieca. Pel vizio, che non po' stare dov'è la virtù. (Palpistrello; 1979, p. 65)
  • Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso, e fura per invidia l'ova all'altre, ma i nati seguitano la vera madre. (Pernice; 1979, p. 65)
  • Questa co' la celidonia[11] 'lumina i sua ciechi nati. (Rondine; 1979, p. 65)
  • Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti s'assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e subito lo divora. (Pantere in Africa; 1979, p. 66)
  • Questa, trovando la tana del basilisco, coll'odore della sua sparsa orina, l'occide: l'odore della quale orina ancora, spesse volte, essa donnola occide. (Donnola over bellola; 1979, p. 68)
  • Questa ha due teste, l'una nel suo loco, l'altra nella coda, come se non bastassi, che da un solo loco gittassi il veneno. (Amfesibene; 1979, p. 68)
  • Questa sta sopra le piante, e si lancia come dardo, e passa attraverso le fiere, e l'uccide. (Iaculo; 1979, p. 68)
  • Questo animale è mortale nemico all'aspido, nasce in Egitto, e, quando vede presso al suo sito alcuno aspido, subito corre alla litta over fango del Nilo, e con quello tutto s'infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di fango s'imbratta, e, così seccando l'un dopo l'altro, si fa tre o quattro veste, a similitudine di corazza; e di poi assalta l'aspido, e ben contrasta con quello, in modo che, tolto il tempo, se li caccia in gola e l'ammazza. (Icneumone; 1979, p. 69)
  • Questo ha similitudine colla cicogna, e, quando si sente ammalato, empie il gozzo d'acqua, e col becco si fa un cristero. (Ibis; 1979, p. 70)
  • Questo, quando si sente morso dal ragno detto falange, mangia de' granchi, e si libera di tal veneno. (Cervi; 1979, p. 70)
  • Questo medica i sua mali mangiando della edera. (Cinghiale; 1979, p. 71)
  • Questa, poi che le sono uscite le 'nteriora, ancora combatte coi cani e cacciatori. (Pantera; 1979, p. 71)
  • Questo piglia sempre il colore della cosa, dove si posa, onde, insieme colle frondi dove si posano, spesso dalli elefanti son divorati. (Camaleone; 1979, p. 71)
  • Questo, quando ha ucciso il camaleone, si purga coll'alloro. (Corbo; 1979, p. 72)
  • Le gru, acciò che 'l loro re non perisca per cattiva guardia, la notte li stanno dintorno con pietre in piè.
    Amor, timor e reverenza: questo scrivi in tre sassi di gru. (Gru; 1979, p. 72)
  • Il calderugio dà il tortomalio[12] a' figlioli ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà! (Cardellino; 1979, p. 72)
  • Il gallo non canta, se prima tre volte non batte l'ali; il papagallo, nel mutarsi pe' rami, non mette i piè, dove non ha prima messo il becco. (Dell'antivedere; 1979, p. 72)
  • Per il ramo della noce, — che solo è percosso e battuto, quand'e' ha condotto a perfezione li sua frutti, — si dinota quelli, che, mediante il fine delle loro famose opere, son percossi dalla invidia per diversi modi. (Per ben fare; 1979, p. 72)

Favole

  • La formica trovato uno grano di miglio, il grano sentendosi preso da quella gridò: «Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi.» E così fu fatto. (La formica e il seme di miglio)
  • Lo specchio si groria forte tenendo dentro a sé specchiata la regina e, partita quella, lo specchio riman vile. (Lo specchio e la regina)
  • Vedendo il castagno l'uomo sopra il fico, il quale piegava inverso sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse: «O fico, quanto se' tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non contentandosi di tanto beneficarmi, ch'ell'ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell'homo non mi possino nuocere.» Allora il fico cominciò insieme co' sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse: «Conosci l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de' tua frutti, e quelli caduti, peste co' piedi e co' sassi, in modo ch'e frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell'armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi.» (Il castagno e il fico)

Le facezie

  • Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo picciol lavorante a sì gran bottega! — (1979, p. 285)[13]
  • Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto accadeva, perché ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che 'n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela. (1979, pp. 286-287)
  • Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e ammirazione, attrasse a sé molti circustanti; i quali domandando donde veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare 10 ducati d'oro, e qui metto il c..., i c... e tutto il resto per sì piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! — (1979, p. 287)
  • Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande strepito col culo; e disse l'altro compagno: — or veggo io ch'i' son da te amato. — Come? disse l'altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la coreggia,[14] perch'io non caggia, né mi perda da te. — (1979, p. 287)

Trattato della Pittura

Incipit

Scienza è detto quel discorso mentale il quale ha origine da' suoi ultimi principî, de' quali in natura null'altra cosa si può trovare che sia parte di essa scienza, come nella quantità continua, cioè la scienza di geometria, la quale, cominciando dalla superficie de' corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa superficie; ed in questo non restiamo satisfatti, perché noi conosciamo la linea aver termine nel punto, ed il punto esser quello del quale null'altra cosa può esser minore.

Citazioni

  • Ciò che tu guadagni che non serve alla vita tua è in man d'altri senza tuo grado.
  • La piú importante cosa che ne' discorsi della pittura trovar si possa, sono i movimenti appropriati agli accidenti mentali di ciascun animale, come desiderio, sprezzamento, ira, pietà e simili.
  • La prima parte della pittura è che li corpi con quella figurati si dimostrino rilevati, e che li campi di essi circondatori con le lor distanze si dimostrino entrare dentro la pariete, dove tal pittura è generata, mediante le tre prospettive, cioè diminuzione delle figure de' corpi, diminuzione delle magnitudini loro, e diminuzioni de' loro colori. E di queste tre prospettive la prima ha origine dall'occhio, le altre due hanno derivazione dall'aria interposta infra l'occhio, e l'obietto da esso occhio veduto. La seconda parte della pittura sono gli atti appropriati e variati nelle statue, che gli uomini non paiano fratelli.
  • Nessuna cosa dimostrerà mai il suo proprio colore, se il lume che illumina non è in tutto d'esso colore, e questo si manifesta nei colori de' panni, de' quali le pieghe illuminate, che riflettono o danno lume alle contrapposte pieghe, gli fanno dimostrare il loro vero colore. Il medesimo fa la foglia dell' oro nel dar lume l'una all'altra, ed il contrasto fa dal pigliar lume da un altro colore.
  • Nessun colore che rifletta nella superficie d'un altro corpo, tinge essa superficie del suo proprio colore, ma sarà misto con i concorsi degli altri colori riflessi, che risaltano nel medesimo luogo...
  • Il moto mentale muove il corpo con atti semplici, e facili, non in qui, ed in là, perché il suo obietto è nella mente, la quale non muove i sensi, quando in sé medesima è occupata.
  • Quel pittore che non dubita poco acquista.
  • Il pittore è padrone di tutte le cose che possono cadere in pensiero all'uomo, perciocché s'egli ha desiderio di vedere bellezze che lo innamorino, egli è signore di generarle.
  • La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede. Adunque queste due poesie, o vuoi dire due pitture, hanno scambiati i sensi, per i quali esse dovrebbero penetrare all'intelletto.
  • Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile.
  • Sempre la pratica dev'essere edificata sopra la buona teorica.
  • Dopo questo [Giotto] l'arte ricadde, perché tutti imitavano le fatte pitture, e così andò declinando, insino a tanto che Tommaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò con opra perfetta come quegli che pigliavano per altore altro che la natura, maestra de' maestri, s'affaticavano invano.
  • E se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo. (parte seconda, 48, Della vita del pittore nel suo studio)

Citazioni su Leonardo da Vinci

  • Alcuni gentili chiamati Guzzarati non si cibano dicosa alcuna che tenga sangue, ne fra essi loro consentono che si noccia adalcuna cosa animata, come it nostro Leonardo da Vinci. (Andrea Corsali)
  • Anche nella prosa Leonardo è inventore. Non diremo più il Boccaccio padre della prosa italiana, se mai a simili metafore familiari ci piacesse ricorrere. Certo anche in lui si trovano momenti di prosa, lavorata con animo di storico e di filosofo, ma nel suo insieme la prosa del Boccaccio tende alla sintassi lirica, come rappresentazione e numero poetico. Prosa fu quella del Convivio di Dante e di alcune cronache e trattati; ma la prosa grande, la prima prosa grande d'Italia, è da trovare negli scritti di Leonardo: la prosa più alta del primo Rinascimento, sebbene in tutto aliena dal modello umanistico, e liberamente esemplata sul comune discorso. (Francesco Flora)
  • De' cavalli si dilettò molto, e particularmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pacienza governava; e mostrollo, che spesso, passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n'era richiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà. (Giorgio Vasari)
  • Egli era gentile con tutti; si dice che rifiutasse di mangiare carne, poiché non riteneva giusto privare della vita gli animali; e provava un piacere particolare nel comprare gli uccelli al mercato e poi liberarli. (Sigmund Freud)
  • Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi celesti ne' corpi umani molte volte naturalmente; e sopra naturali talvolta strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo bellezza, grazia e virtú, in una maniera che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azzione è tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa (come ella è) largita da Dio, e non acquistata per arte umana. Questo lo videro gli uomini in Lionardo da Vinci. (Giorgio Vasari)
  • Il nocciolo della sua natura ed il suo segreto sembrerebbe risiedere nel fatto che egli riuscì, dopo che la sua curiosità era stata resa attiva durante l'infanzia al servizio degli interessi sessuali, a sublimare la maggior parte della sua libido in una brama di ricerca. Ma certamente non è facile dimostrare la validità di questa teoria. (Sigmund Freud)
  • In Leonardo come in Goethe è l'amore il mistero che sta alla base dell'universalità. (Hermann Hesse)
  • Leonardo non si serviva affatto di osservazioni inesatte e di segni arbitrari: se così fosse, la Gioconda non sarebbe mai stata eseguita. Egli era guidato da un'indefessa capacità di discernimento. (Paul Valéry)
  • Veduto Leonardo non si pensa più alla possibilità di fare molti progressi. (Paul Klee)

Note

  1. Da Frammenti sull'architettura, in Scritti rinascimentali di architettura, a cura di A. Bruschi, Il Polifilo, Milano, 1978.
  2. a b c d Citato in Martin J. Kemp, Lezioni dell'occhio: Leonardo da Vinci discepolo dell'esperienza, Vita e Pensiero, Milano, 2004, pp. 49-50. ISBN 88-343-0935-9
  3. Da Scritti scelti, p. 46.
  4. Da Scritti scelti, p. 76.
  5. Da De vocie; citato in Edmondo Solmi, Il trattato di Leonardo da Vinci sul linguaggio «De vocie», in Archivio storico lombardo, VI, 1906.
  6. Dal Codice Atlantico, 358 va, 994 v, in Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni, Rizzoli, 1974.
  7. Cfr. Paul Richter, The Literary Works of Leonardo da Vinci, Richter, 1977; citato in AA.VV., Neurological Disorders in Famous Artists: Part 3, Karger Publishers, Basel, 2010 p. 3. Cfr. anche Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna, il Saggiatore, Milano, 2009, p. 191.
  8. Da Leonardo da Vinci: Arte e scienza dell'universo, 1996; citato in AA.VV., Leonardo era vegetariano?, Edizioni Sonda, Casale Monferrato, 2005, p. 8. La citazione erroneamente attribuita a Leonardo è riportata nella stessa pagina.
  9. Cfr. Publio Virgilio Marone: «L'amore vince tutto (Omnia vincit Amor)».
  10. Cfr. Aulo Gellio: «Alius quidam veterum poetarum, cuius nomen mihi nunc memoriae non est, Veritatem Temporis filiam esse dixit.» (Noctes Atticae, libro XII, XI, VII)
  11. Pietra leggendaria che si troverebbe in pancia alle rondini.
  12. Pianta meglio nota come titimalo o titimaglio.
  13. Cfr. Barzellette dai libri.
  14. Doppio senso dovuto al fatto che "coreggia" può significare sia "scorreggia" sia "striscia di cuoio, cinghia".

Bibliografia

  • Leonardo da Vinci, Aforismi, novelle e profezie, Tascabili Economici Newton, Roma, 1993. ISBN 88-7983-290-5
  • Leonardo da Vinci, Bestiario, in Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni, BUR, Milano, 2012. ISBN 978-88-58-63198-0
  • Leonardo da Vinci, Favole, in Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni, BUR, Milano, 2005.
  • Leonardo da Vinci, Le allegorie, in Frammenti letterari e filosofici, a cura di Edmondo Solmi, Giunti Barbèra, Firenze, 1979.
  • Leonardo da Vinci, Le facezie, in Frammenti letterari e filosofici, a cura di Edmondo Solmi, Giunti Barbèra, Firenze, 1979.
  • Leonardo da Vinci, Scritti scelti, UTET, Torino, 2013. ISBN 978-88-418-8926-8
  • Leonardo da Vinci, Trattato della pittura, Carabba editore, 1947.

Voci correlate

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