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===''XII conti pomiglianesi''===
'Na<ref>Notevole è la tendenza, che hanno i dialetti nostri, a distinguere ''uno'' ed ''una'', articoli, da ''uno'' ed ''una'', numerali. I milanesi han fatto dei primi ''on'' ed ''ona'' e de' secondi ''vun'' e ''vunna'', (''voeunna''). I napoletani adoperano come articoli <nowiki>'</nowiki>''no'' (''nu'') e <nowiki>'</nowiki>''na''; ed ''uno'' ed ''una'' per numerali).</ref> vota nce steva 'na mamma e teneva<ref>''Teneva'', alla spagnuola, per ''avere''. Ad una napolitana, che diceva: – «Tengo un gran mal di capo;» – rispondeva un fiorentino: – «O s'io non glielo veggo in mano? Me lo mostri un po' per vedere». – A Bertrando S...., che porgeva un francescone ad una cambiamoneta, dicendole: – «Tieni la moneta?» – venne risposto: – «O che me l'ho a tener davvero, la moneta?». – La prima ''e'' di ''teneva'', le due di ''veretà'' e generalmente tutte le e disaccentate non finali sono così tenui e strette, da confondersi quasi, come da alcuni effettivamente si confondono con l'''i''.</ref> 'nu figlio, ca ssi chiammava Giuseppe; e pecche nu' diceva nisciuna<ref>''Nisciuna'', nessuna. [[Giordano Bruno]] adopera spesso questo napoletanesimo.</ref> buscìa 'o<ref>'''O mettette nomme'', gli (lo) mise nome; ''Giuseppe 'a Veretà'', Giuseppe la Verità. Il De Ritis scrive ''sub'' LA: – «Spesso, nella pronunzia, la L viene totalmente abolita, e talvolta benanche nella scrittura, comunque i buoni autori se ne guardino, specialmente nella prosa; e se accade, che l'usino in poesia, a mera licenza o (a dir meglio) poltroneria, vuole attribuirsi. Pure, non mancano scrittori, che di questa aferesi si compiacciono, la quale il dialetto napoletano col comune italico potrebbe mettere a paragone, come il portoghese col castigliano; e, nella veneranda archeologia, come l'attico col comun greco. Checché ne sia, il Del Piano non altramente elaborava le sue canzoncine spirituali, se non con questo sistema:
<center>{{centrato|«Chi p' 'a famme ss'allamenta,<br>Chi p' 'a sete e chi p' 'o fuoco...<br>Che seccà' ve pozza 'a lengua...</center>}}
«E così sempre. Egli è chiaro, che gli articoli, così attenuati alla semplice vocale, esigono uno strascico e quasi una duplicazione di pronunzia». – Il cavaliere Raffaele D'Ambra scrive poi: – «L<nowiki>'</nowiki>''a'', in luogo dell'articolo ''la'', si tollera nel dialetto parlato; ma è un errore nella scrittura, dove si ha a segnare tutto intero». – «Grecamente del la articolo, mangiasi l<nowiki>'</nowiki>''l'' nella pronunzia plebea. Esempii: ''A mamma'', la mamma; ''a scuffia'', la cuffia. Ciò sarebbe errore nella scrittura». – Sarebbe errore, è errore! perché? Se così si dice, e non altrimenti? E che c'entra la Grecia? Ci avevamo la lingua scritta e la parlata: ora, il D'Ambra ci vuol regalare anche il dialetto scritto ed il parlato, tanto per aumentar la confusione. Questo dialetto scritto, diverso dal parlato, non altro sarebbe se non un gergo convenzionale: e tale è pur troppo; giacché piace al più gli scrittori vernacoli di storpiar del pari la lingua aulica e lo idioma domestico. In Napolitano si dice quasi sempre <nowiki>'</nowiki>''a'' e non ''la''; <nowiki>'</nowiki>''o'' (oppure '''u'') anziché ''lo'' e ''la'', semprechè la parola seguente cominci per consonante. Se ne' canti popolari si usasse lo e la, i versi zoppicherebbero quasi tutti. Così pure si dice <nowiki>'</nowiki>''e bacche'' e non ''le bacche'' (le vacche); <nowiki>'</nowiki>''e bitelle'' e non ''le bitelle'' (le vitelle).</ref> mettette nomme Giuseppe 'a Veretà. 'Nu juorno, ammente 'o stava chiammanno, ssi truvò a passa' 'o Re; e, verenno, ca chella mamma 'o chiammava accussì,<ref>''Accussì'', così.</ref> li spiava:<ref>''Li spiava'', le chiedeva. ''Spià''', chiedere, domandare, interrogare. Vedi ''Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di Leggi | nella R. Università di Napoli || In Napoli MDCCLXI | Nella stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori''. Achille dice a Grammegnone (Agamennone):
<center>{{centrato|Spia un a uno (e bide che te dice):<br>Sì li trojane l'erano nemmice?</center>}}
Gregorio De Micillis scrive: – «Nell'edizione Simoniana delle ''Poesie varie'' di questo autore, e ne' suoi ''Sonetti in dialetto patrio'', da me pubblicati l'anno 1789, leggesi ''Capassi'', e non ''Capasso'', e male; perché in tutte le sue lettere, ed in altre scritture di sua mano, egli sottoscrisse sempre il suo cognome coll<nowiki>'</nowiki>''o'' in fine e nommai coll<nowiki>'</nowiki>''i'', come, affettando un certo fiorentinismo, sogliono praticare i moderni. Il nostro Grandi, nell'eccellente trattato dell<nowiki>'</nowiki>''Origine de' cognomi gentilizî'', condanna questo abuso e ne fa vedere l'irragionevolezza con pruove, che non ammettono risposta. Vedilo alla pag. 284 e seguenti della detta Opera.» – Così può leggersi ne ''Le opere | di | Niccolò Capasso | la maggior parte inedite | Ora per la prima volta con somma diligenza raccolte, | disposte con miglior ordine | e di Note | ed Osservazioni arricchite | da Carlo Mormile |. Si è aggiunta in questa prima compiuta edizione | la vita dell'autore nuovamente scritta | da Gregorio De Micillis. | Volume Primo. || In Napoli MDCCCXI. | Presso Domenico Sangiacomo | Con licenza de' Superiori''. Pure, malgrado la disapprovazione del Grandi e malgrado tutte le buone ragioni, che consiglierebbero a mantenere inalterati i cognomi, li vediamo continuamente alterati da noi e nella scrittura e nella pronunzia, o per fuggire equivoci osceni, o per ingentilirli e per ravvicinarli al tipo aulico, o per altre cagioni. Così, per esempio, il sommo storico Carlo ''Troya'', voleva il suo scritto con l<nowiki>'</nowiki>''y'' anziché con l<nowiki>'</nowiki>''i'' o con la ''j''. Le famiglie ''Culosporco'', ''Stracazzi'', ''Figarotta'', si fanno ora chiamare ''Colosporco'', ''Stragazi'', ''Fecarròta''. Il commendator ''Marvasi'', era figliuolo e fratello di ''Marvaso''. Un ''Torelli'', di origine albanese, giornalista, padre di un noto commediografo, è fratello e zio e figliuolo di tanti ''Turiello''. Conosco un ''Rossi'', ch'era fino a pochi anni fa semplicemente ''Russo''. Gl'illustri Silvio e Bertrando ''Spaventa'' appartengono ad una famiglia ''De Laurentiis'', la quale cominciò a farsi chiamare ''De Laurentiis-Spaventa'', quando entrò in essa l'ereditiera della famiglia ''Spaventa''; in poche generazioni il cognome originario s'è obliterato ed è stato surrogato del tutto dallo avventizio. Mille altri casi simili potrei citare.</ref><br>
- «Neh, pecchè 'o chiammi Giuseppe 'a Veretà?»<br>
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