Differenze tra le versioni di "Jacob Burckhardt"

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==''Lettere (1838- 1896)''==
*Vi è stato un tempo in cui consideravo il {{sic|giuoco}} della fantasia come il più alto requisito della poesia; da quando però io devo collocare ad un gradino ancora più alto lo sviluppo di stati spirituali od interiori in genere, trovo allora il mio appagamento nella [[storia]], la quale ci presenta tale sviluppo in fasi di due generi diversi, che decorrono parallelamente, si intrecciano senza tregua e sono anche identiche; penso allo sviluppo del singolo e allo sviluppo del tutto; vi aggiungo inoltre la brillante storia ''esteriore'' quale veste dagli splendenti colori dell'autentica guida del mondo e giungo così alla antica, spesso non compresa frase: che nostro Signore Iddio sia il più grande di tutti i poeti. (dalla lettera a Friederich von Tschudi da Berlino, 16 marzo 1840, p. 70)
*La [[storia]] è e resta per me poesia in massima scala; ben inteso, io non la considero, per così dire, in modo romantico-fantastico, cosa che non porterebbe a niente, ma quale meraviglioso processo di metamorfosi e di nuovo, perennemente nuovo svelamento dello spirito. Mi arresto a questo {{sic|liminar}} del mondo e tendo le mie braccia verso l'origine di tutte le cose, e con ciò per me la storia è pura poesia di cui ci si può impadronire con la contemplazione. Voi filosofi, al contrario, procedete oltre: il vostro sistema irrompe nelle profondità del segreto del mondo e la storia è per voi fonte di conoscenza, una scienza, poiché vedete o credete di vedere in essa il ''primum agens'', quando invece per me essa è mistero e poesia. (dalla lettera a Karl Fresenius da Berlino, 19 giugno 1842, p. 88)
*E guarda, persino qui, quando me ne sto nella mia stanzetta (abito vicino alle Quattro Fontane, all'ultimissimo piano, in una posizione magnifica che domina mezza città), il mio amico Tritone gorgoglia con la sua acqua giù in Piazza Barberini e mi trascina ad un amichevole colloquio a due alla finestra del balcone, da dove io riesco ''con un unico sguardo'' a vedere [[Roma]], dal Pantheon passando per San Pietro, Castel Sant'Angelo, Trinità dei Monti, Villa Ludovisi fino ad arrivare a Palazzo Barberini [...]. Anche solo la veduta che godo, in particolare i tramonti su Monte Mario, fa impazzire da come è bella. E poi questa colorata, possente Roma, che ricaccia indietro i miei poveri pensieri quando questi fanno capolino! (dalla lettera a Gottfried Kinkel da Roma, 18 maggio 1846, pp. 124-125)
*Il prossimo inverno, almeno che non succeda chissà cosa, riparto per Roma. Voglio ancora farmi una bevuta da questo calice incantato e ricoperto d'oro; la primavera che sonnecchia in me sotto il ghiaccio tornerà a fiorire. (da una lettera a Hermann Schauenburg da Berlino, 22 marzo 1847, p. 133)

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