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*[[Gamal Abd el-Nasser|Nasser]] ha un eloquio duro e incisivo, è sempre dinamico, impulsivo, dominatore. [[Ahmed Sékou Touré|Touré]] battibecca con la folla, la conquista con il suo buonumore, con il suo sorriso perenne, con la sua sottile noncuranza. [[Kwame Nkrumah|Nkrumah]] è patetico, raccolto, con uno stile da predicatore che gli è rimasto addosso dai tempi dei suoi sermoni nelle chiese dei neri d'America. E la folla, inebriata dalle parole dei capi, nel suo entusiasmo si avventa sull'automobile di Gamal, solleva l'automobile di Sékou, si spezza le costole per toccare l'automobile di Kwame. (p. 43)
*Ora che si è risvegliata, l'Africa ha bisogno di grandi nomi. Come simbolo, come collante, come ricompensa. Per secoli la storia di questo continente è rimasta anonima. Nello spazio di trecento anni i mercanti hanno deportato milioni di schiavi: chi può citare il nome di una sola vittima? Per secoli si è combattuto contro l'invasione bianca: chi può citare il nome di un solo combattente? Quali nomi evocano le sofferenze delle generazioni nere, quali nomi commemorano il coraggio delle tribù massacrate? L'Asia ha avuto Confucio e Buddha, l'Europa Shakespeare e Napoleone. Dal passato africano non emerge un solo nome che il mondo conosce, che l'Africa stessa conosca.<br/>Ed ecco che ora, quasi ogni anno, la grande marcia africana, come per rimediare a un irrecuperabile ritardo, scrive nella storia un nuovo nome: 1956, [[Gamal Abd el-Nasser|Gamel Nasser]]; 1957, [[Kwame Nkrumah]]; 1958, [[Ahmed Sékou Touré|Sékou Touré]]; 1960, [[Patrice Lumumba]]. (pp. 43-44)
*La biografia di quest'uomo si riassume in quest'unica formula: non fa in tempo. All'epoca in cui Kasavubu o Bolikango conquistano faticosamente i loro seguaci, Lumumba non è ancora all'orizzonte, o perché è troppo giovane, o perché sta in prigione. Ma gli altri pensano solo alla loro parrocchia, mentre Lumumba pensa a tutto il Congo.<br/>Il Congo è un oceano, un immenso affresco pieno di contrasti. Piccoli agglomorati di congolesi vivono sparsi nella giungla e nella savana; spesso non si conoscono e sanno poco gli uni degli altri. Sei persone per chilometro quadrato. Il Congo è grande come l'India. A Gandhi ci vollero vent'anni per attraversare l'India. Lumumba ha provato ad attraversare il Congo in sei mesi. Un'impresa impossibile. (p. 44)
*Negli altri paesi, i leader hanno a disposizione la stampa, la radio, il cinema, la televisione. Hanno i loro staff.<br/>Lumumba non aveva niente di tutto ciò. Tutto apparteneva ai belgi, e il suo staff neanche esisteva. Anche se avesse avuto un giornale, in quanti avrebbero potuto leggerlo? Anche se avesse avuto un'emittente radiofonica, in quante case c'erano apparecchi radio? Bisognava attraversare il paese. Come Mao, come Gandhi, come Nkrumah e Castro. (p. 45)
*Lumumba è sempre di un'eleganza raffinata. La camicia di un bianco abbagliante, il colletto inamidato, i polsini con i gemelli, la cravatta annodata alla moda, gli occhiali dalla montatura costosa. Questo non è lo stile popolare, è lo stile degli ''évolués'' cresciuti alla scuola degli europei. Quando Nkrumah va in Europa, indossa a scopo dimostrativo il costume africano; quando Lumumba va in un villaggio africano indossa, per la stessa ragione, gli abiti europei. Può darsi che non lo faccia con intenzione, ma è così che viene interpretata. (p. 45)
*La versione "scientifica" con cui l'[[afrikaner]] presenta l'[[apartheid]] al mondo è questa: i bianchi e i non bianchi appartengono a due razze diverse, la cui convivenza nello stesso paese presenta sempre il rischio, per i bianchi, di perdere il potere e, per i non bianchi, di subire un'ingiustizia. Da un lato i bianchi non possono accettare di concedere i diritti politici ai non bianchi, perché questo provocherebbe l'assorbimento della civiltà occidentale da parte di quella indigena. Dall'altro, poiché gli indigeni lavorano nell'industria dei bianchi, sarebbe ingiusto negare loro i diritti civili. Inoltre il non bianco ha lo stesso diritto del bianco di sviluppare la propria lingua e la propria cultura. Se si rendesse l'africano cittadino di uno stato europeo (ed è così che l'afrikaner considera il [[Sudafrica]]), invece di essere un vero africano diventerebbe un'imitazione dell'uomo europeo. In uno stato europeo l'africano non può ottenere né la parità dei diritti né il potere, cosa che invece è possibile nel suo stato africano. L'africano perciò deve avere un suo paese (''homeland''), un territorio da considerare proprio e dove possa raggiungere la posizione che le sue capacità gli permettono. Questo terreno natale dell'africano, all'interno dello stato europeo, sono appunto le riserve esistenti, cui però conviene cambiare nome. Se un africano lascia la sua riserva per venire a lavorare nella ditta di un europeo, sarà trattato come un operaio immigrato temporaneo, senza diritti civili né politici. Ciò gli permetterà di capire e ricordare che, allo scadere del suo contratto nel Sudafrica europeo, dovrà tornarsene alla sua riserva. Bisogna innalzare il livello delle riserve e ricordare che per un bel pezzo i bianchi vi eserciteranno un mandato fiduciario, poiché gli africani non hanno ancora raggiunto lo stadio di sviluppo necessario ad autogovernarsi. (pp. 83-84)
*L'[[afrikaner]] è un bianco che però non si considera europeo. Anzi l'afrikaner disprezza l'europeo, o se ne vergogna. In effetti, dal suo punto di vista, gli europei rappresentano la parte compromessa della razza bianca, il suo punto debole, la sua frazione più molle e opportunista. Secondo l'afrikaner, l'europeo è liberale, disonora la razza bianca cedendo terreno ai neri in Africa, è senza morale poiché la domenica va al cinema e al ristorante e, quel che è peggio, è spesso comunista. Tra gli afrikaner fanatici dirsi ''"jou europeen!"'' (tu europeo!) è una specie di ingiuria o di rimprovero, come dire "buono a nulla". L'afrikaner può anche conoscere qualche lingua europea, ma eviterà accuratamente di parlarla. Interrogato in inglese, da un giudice del tribunale, l'afrikaner risponde solo nella sua lingua, l'afrikaans. Se risponde in inglese, verrà considerato un traditore dagli altri afrikaner. (p. 84-85)
*Gli [[afrikaner]] sono una delle quattro popolazioni di provenienza europea stabilitesi su territori extraeuropei in seguito alle grandi conquiste coloniali nel periodo del capitalismo nascente. Le altre tre popolazioni sono l'americana, l'australiana e la canadese. La geneologia storica di tutte e quattro è comune, ma la loro situazione attuale è diversa. Americani, australiani e canadesi discendono dal ceppo britannico, gli afrikaner da quello olandese. Tuttavia la differenza principale è un'altra. Gli Stati Uniti, il Canada e l'Australia sono riconosciuti come paesi dell'uomo bianco, e questo dato non viene più messo in discussione. Nessuno pretende che gli Stati Uniti restituiscano il potere agli indiani. Anche in Canada e in Australia la "questione indigena" non rappresenta certo uno scottante argomento di attualità politica. In Sudafrica è diverso. Una parte dell'opinione pubblica considera il proprio paese come la nazione degli africani, un'altra lo considera la nazione dell'uomo bianco, e un'altra ancora una nazione mista di bianchi e neri, la cosiddetta nazione multirazziale.<br\>La differenza tra la condizione di un afrikaner e quella, per esempio, di un americano, si deve al fatto che, negli Stati Uniti, gli americani bianchi rappresentano una netta maggioranza, mentre in Sudafrica gli afrikaner bianchi sono una netta minoranza. Infatti entrambe le colonizzazioni, l'americana e l'africana (concomitanti nel tempo e identiche nelle modalità di appropriazione), si differenziano fortemente per il grado di violenza e di impeto espansionista, nonché, fattre importantissimo, per il grado di resistenza incontrario. (pp. 85-86)
*Gli afrikaner sostengono oggi che il Sudafrica appartiene solo a loro, perché quando vi arrivarono non era di nessuno. Si tratta di una vecchia bugia divulgata da tutti i colonialisti dall'America fino all'Oceania. Vero è invece che il Sudafrica era un paese scarsamente popolato, e tale si è mantenuto anche oggi, nel secolo dell'esplosione demografica mondiale. I coloni quindi spaziavano su grandi estensioni e l'ideale dell'afrikaner è sempre stato di avere intorno a sé abbastanza terra da non vedere, dalle finestre di casa, il fumo del camino del vicino. (p. 88)
*Nella famiglia dell'afrikaner la forza lavorativa è lo schiavo, comprato al mercato di Città del Capo o catturato nella guerra contro una tribù africana. Gli afrikaner, infatti, sono perennemente in lotta con gli africani. Di spazio in Sudafrica ce n'è quanto se ne vuole, di terra fertile meno. Oggi si stima che solo il quindici per cento di tutto il Sudafrica si presti alla coltivazione senza bisogno di grossi investimenti per l'irrigazione. Allo stesso modo che il punto debole dell'industria sudafricana sta nella mancanza di risorse petrolifere, così il punto debole dell'agricoltura sta nella mancanza d'acqua. (pp. 88-89)
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