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Tour de France 1998

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La bicicletta usata da Marco Pantani nel vittorioso Tour de France 1998

Citazioni sul Tour de France 1998.

Citazioni

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  • C'era il traguardo, un arco colorato di giallo su un viale di Dublino. Sotto non passava nessuno, perché erano arrivati tutti, la tappa appena finita. E in blu la tabella con la classifica, che scorreva dal primo all’ultimo. Ullrich aveva vinto, aveva già la Maglia Gialla di chi comanda il Tour. Gli altri favoriti stavano tutti nei primi dieci posti, poi via via nomi sempre più piccoli fino in fondo alla lista dei centottantanove partenti. "Marco Pantani, Italia, centottantunesimo." (Fabio Genovesi)
  • Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta, si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport: si chiama Marco, il nome forte di un evangelista. È andato lassù, in una bugiarda giornata di luglio, a predicare sulle montagne il mistero eterno dell'uomo ai confini della più spietata fatica. Eccolo, con i rivoli di forza vitale che gli restano addosso, nel suo ultimo gemito soave. È finita. Lo straordinario miscuglio di gioia e sofferenza che agita la sua anima produce una sorta di trasfigurazione nel volto di Pantani. C'è un senso profondamente drammatico nel suo trionfo. Ne ho viste tante in quasi mezzo secolo di sport, ma l'abbraccio di Marco con quel traguardo che gli sta davanti e che gli cambia la maglia e la vita, è un'immagine baciata dall'eternità. (Candido Cannavò)

Citazioni in ordine temporale.

  • Ricordo quali erano le premesse di quel Tour. Dopo la vittoria al Giro d'Italia, Marco aveva un po' staccato la spina. Fu la morte di Luciano Pezzi a dirottarlo verso il Tour. Era il suo mentore. Il sogno di Luciano era quello di rivedere un italiano vincere il Tour dopo 33 anni. Andò anche per provare ad esaudire quel sogno. Partimmo con l'intenzione di vincere una tappa di montagna. Assolutamente mai pensavamo di vincere la maglia gialla.
  • Marco non era in condizione e perse subito terreno. Nella lunga cronometro di Correze, Jan Ullrich gli dette 4 minuti. Dopo neanche 10 giorni eravamo fuori classifica a oltre 5 minuti dalla maglia gialla, ma avevamo fiducia nelle montagne. La cosa più importante però era un'altra: Marco non era mai caduto e per uno come lui che in carriera aveva avuto tanti infortuni non era una cosa da poco. [«Poi arrivò la 15esima tappa, quella che tutti si ricordano da Grenoble a Les Deux Alpes»] Al mattino, sul nostro piccolo camper, avevamo parlato di far saltare la corsa da lontano. Pensavamo di muovere un po' le acque sul Galibier ma non avevamo certo pianificato un attacco del genere. [...] Marco improvvisava. Mi chiese quanto era lungo il Galibier. Gli risposi che era lunghissimo. Non servì altro. Quando attaccò a 7 km dalla vetta, da una parte ero sorpreso ma dall'altra vedevo che aveva fatto subito il vuoto. [...] L'impresa di Marco resta, ma fu determinante anche il crollo di Ullrich. Non era più lucido, era in crisi di freddo e di nervi. Capimmo che c'era qualcosa che non andava quando in salita lo vedemmo un po' indietro rispetto ai compagni di squadra. Marco non portava la radiolina ma appena potei affiancarlo gli dissi "vai" e lui partì. Sapevamo che qualora Ullrich fosse rimasto da solo, senza gregari, sarebbe andato un po' in panico. Così fu.
  • [«Avete mai pensato di poterlo perdere quel Tour?»] Durante la tappa dell'ammutinamento [la 17ª, Albertville-Aix-les-Bains, ndr] ho temuto di non arrivare a Parigi. Anche lui come tanti altri era fermo sulla bici. Andai da Marco a parlargli, dissi che se un italiano in maglia gialla che poteva vincere il Tour dopo 33 anni non fosse arrivato a Parigi ci avrebbero ammazzato. Lui non era convinto. Fu Bjarne Riis, corridore molto rispettato, il primo a partire dando l'esempio per così dire. Si avvicinò a Marco dicendogli andiamo in francese e lui ripartì. Fu un calvario arrivare a Parigi, si sentiva solo odore di problemi.

Voci correlate

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