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Umberto Gnoli

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Umberto Gnoli (1930)

Umberto Gnoli (1878 – 1947), storico dell'arte e museologo italiano.

L'arte umbra alla mostra di Perugia

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  • [Allegretto Nuzi] A Firenze [...] studiò i giotteschi, e in specie l'Orcagna e B. Daddi, de' quali molto risente, né restò insensibile all'influenza dell'arte di Siena, verso cui era forse attratto per sua naturale disposizione, e fra i senesi ricorda Simone Martini ed i Lorenzetti, di cui talvolta esagerò i difetti. (p. 27)
  • [Allegretto Nuzi] È un artista mite e gentile, che ama di rappresentare tipi sereni, che ama i bei colori e le stoffe preziosamente ricamate, un artista fine, accurato nei menomi particolari, che nulla trascura, che tutto accarezza con delicato pennello. (p. 27)
  • Dell'artista maggiore e più personale di Gubbio, Ottaviano di Martino Nelli (nato verso il 1370 † 1444), abbiamo il polittico di Pietralunga (...) noto da pochi anni soltanto agli studiosi. [...]. Fu eseguito dunque nello stesso anno in cui il maestro affrescò in S. Maria Nuova di Gubbio la Madonna del Belvedere, opera ispirata, armoniosa, squisita di sentimento, ove il Nelli si rivela colorista insuperabile. Come mai, nello stesso anno, poté egli creare il glorioso capolavoro di Gubbio e dipingere la meschina e fredda tavola di Pietralunga? Tutta la bellezza, tutto il sentimento, tutto il gusto raffinato ed eletto, e la gaiezza d'una visione festosa di colori egli l'aveva profusa nel suo mirabile affresco, aveva espresso tutto quanto di buono e di bello poteva produrre, e dopo, in tutta la sua lunga e laboriosa carriera, ci appare quasi esaurito. (p. 30)
  • Allineati su due file nel grande salone della Biblioteca (Sala X), i gonfaloni formano una delle maggiori attrattive della Mostra [di Perugia del 1907], ché solo la scuola umbra produsse queste singolari creazioni ove la gagliarda fede e il folle terrore del popolo si rispecchiano così ingenuamente. Sorti i primissimi nel XIV secolo quando l'Umbria e specialmente Perugia cominciarono ad essere infestate dalla peste, l'uso ne divenne comunissimo nel XV secolo e visse quasi fino al Seicento. Erano stendardi seguiti da una turba di popolo terrorizzato e supplicante, poveri e ricchi, plebei e nobili, affratellati dalla stessa sciagura, stretti dalla stessa speranza, dalla stessa fede. Apparivano in tempo di morìa per le ripide e tortuose strade di Perugia dove il popolo si accalcava tendendo le mani alla Regina protettrice, battendosi il petto, gridando: purce, domine! miserere! miserere! e i malati si trascinavano pallidi alle porte e alle finestre implorando la grazia fra il salmeggiare e il canto delle litanie. E il furore del morbo scemava. I gonfaloni rientravano nelle chiese e nelle confraternite, custoditi gelosamente, mentre i superstiti scioglievano il voto facendone dipingere altri, eccitati al pentimento ed alla riconoscenza dagli uomini di Dio. (p. 45)
  • [Fiorenzo di Lorenzo] Ha una gran finitezza di disegno, quasi anatomico nei corpi nudi, è accurato nell'esecuzione, dà buon rilievo alle vesti, lumeggia spesso in verde i visi ben modellati, ma le sue figure sono talvolta un po' difettose ed hanno pose di una grazia alquanto affettata. Seguì la maniera di Benozzo, dell'Alunno, del Pollaiolo, indagò orizzonti nuovi tenendosi al corrente dei progressi dell'arte, studiando i buoni maestri del suo tempo, quali B. Vivarini, Verrocchio e Luca Signorelli. Alla sua volta esercitò una grande influenza su i pittori perugini suoi contemporanei, ed ebbe numerosi discepoli. (p. 49)

Pittori e miniatori nell'Umbria

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  • [Benedetto Bonfigli] Egli godette di grande fama nella sua città: in una deliberazione del Consiglio generale del 1469, si parla della grande bellezza delle sue pitture e della fama e dell'ingegno di Maestro Benedetto, ché se gli affreschi da lui cominciati nella cappella [del Palazzo dei Priori di Perugia] non dovessero esser condotti a termine, sarebbe una ignominia per la città intera. (pp. 61-62)
  • [Benedetto Bonfigli] Formatosi sotto l'influenza di maestri senesi, e poi dell'Angelico e di Benozzo, conobbe certo anche le opere di Piero della Francesca: fu un pittore gentile, dai colori leggiadri, dai tipi eleganti e raffinati, accurato ed abile nella fedele riproduzione di monumenti. (p. 62)
  • Gerolamo di Giovanni è un maestro che sa accattivarsi tutta la nostra simpatia per il fine sentimento del colore e della decorazione e per la delicata sincerità della sua ispirazione. (p. 129)
  • [Jacopo Bedi] Si compiace di far campeggiare le sue meschine figure su fondi architettonici, antiquati e in falsa prospettiva, e valli e monti orla con vedute di città e castelli. La stessa formula, la stessa caratteristica, la stessa esecuzione affrettata, ritroviamo in vari affreschi eugubini, che pertanto debbono essergli attribuiti. (p. 131)
  • [Jacopo Bedi] La prima impressione che si ha guardando queste pitture [nell'affresco della cripta di S. Maria dei Laici o dei Bianchi], è quella che siano state eseguite alla fine del Trecento, sì arcaico è il tipo delle figure, delle architetture colorate in rosso e verde, e degli ornati, ma il confronto con quelle di S. Secondo ci assicura che sono opere di Giacomo, e, quanto alla data, basti ricordare che nella nicchia che conteneva il sepolcro di Cristo, v'è la sigla di San Bernardino. La discendenza dal Nelli è manifesta sopratutto nella scena della Lavanda dei piedi; nell'Inchiodamento e nella Crocefissione le numerosissime figure sono rozze e ridicole. (p. 131)
  • [Jacopo Bedi] Ne' suoi dipinti manca la fresca gaiezza di toni che animano gli affreschi di Ottaviano Nelli, manca la cura e la diligenza di esecuzione, manca ogni nozione prospettica. Scorretto nel disegno, farraginoso nella composizione, antiquato, ricorre ancora, in pieno quattrocento, ad elementi dell'arte di Taddeo Bartoli; e quelli di Ottaviano, dei Sanseverinati, di Benozzo e dell'Alunno li rende meschini e volgari. (p. 132)
  • [Piermatteo d'Amelia] Condotti a termine gli affreschi del duomo di Spoleto, probabilmente si recò a Roma, dove si acquistò qualche fama, tanto che nel 1479-1480 a lui spettò l'onore d'iniziare la decorazione della cappella di Sisto IV nella cui volta dipinse un cielo stellato con due grandi stemmi del papa Della Rovere sopra l'altare e sopra la porta, e finti profili architettonici nelle lunette. (p. 243)
  • [Piermatteo d'Amelia] [...] gli operai del duomo Orvietano, che lo avevano in grande considerazione, lo mandarono a chiamare per affidargli la decorazione della Cappella Nuova iniziata dal Beato Angelico, ma probabilmente il saggio di pittura richiestogli non piacque, e non se ne fece nulla. (p. 243)
  • Pier Matteo [d'Amelia] è pittore di scarsa originalità, e, oltre all'assimilare facilmente le forme di altri maestri, si valse certo largamente della collaborazione dei suoi aiuti. (p. 246)

Bibliografia

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Altri progetti

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