Bernard Cornwell

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Bernard Cornwell (1944 – vivente), scrittore britannico.

Incipit di alcune opere[modifica]

Assalto alla fortezza[modifica]

Se c'era una cosa al mondo che Richard Sharpe desiderava, era diventare un buon ufficiale. Lo desiderava sopra ogni altra cosa, ma chissà perché, era un obiettivo che gli sfuggiva sempre' un po' come cercare di far scattare la scintilla da un acciarino in mezzo al vento e alla pioggia. Gli uomini o lo detestavano, o lo ignoravano, oppure lo trattavano con eccessiva familiarità, e lui non sapeva bene come fronteggiare nessuno di quegli atteggiamenti, mentre gli altri ufficiali del battaglione mostravano apertamente la loro disapprovazione nei suoi confronti. «Puoi anche mettere una sella da corsa su un cavallo da tiro, ma non per questo la bestia comincerà a galoppare», aveva sentenziato una sera il capitano Urquhart, mentre erano riuniti nella tenda sbrindellata che serviva da mensa ufficiali Non stava parlando di Sharpe, o almeno non in modo esplicito, ma tutti gli altri ufficiali avevano lanciato un occhiata nella sua direzione.

Figlia della tempesta[modifica]

Il mare stava piangendo.
Era un mare grigio risvegliato da un vento improvviso; un mare tumultuoso e striato di bianco. I pescatori lo chiamavano il mare che piange e dicevano che era presagio di sventura.
«Non durerà.» Mia moglie, Joanna, si riferiva all'improvvisa rabbia del mare.
Eravamo sul molo del nostro cantiere e osservavamo le nubi nere che sorvolavano la Manica. Era il tardo pomeriggio del Venerdì Santo, anche se dalla temperatura dell'aria si poteva pensare di essere in novembre e il mare aveva l'aspetto aspro e grigio che ha in gennaio. Quel tempo burrascoso aveva inevitabilmente indotto gli appassionati di windsurf a uscire in mare e le loro vele colorate sfrecciavano nel grigiore saltando pericolosamente nei cavalloni che si frangevano contro la barra dell'estuario, dove l'alta prora di un peschereccio di ritorno in porto picchiava sull'onda frantumandola in spruzzi che il vento disperdeva. La nostra barca, un Contessa 32 di nome Slip-Slider, sobbalzava, rollava e sbatteva contro i parabordi del pontile esterno sotto il molo.

I fucilieri di Sharpe[modifica]

Il bottino in palio era una cassaforte.
Un maggiore spagnolo cercava di salvarla, mentre un colonnello degli Chasseurs, dei Cacciatori della Guardia Imperiale di Napoleone, aveva ricevuto l'ordine d'impadronirsene. Il francese aveva ottenuto carta bianca, con la possibilità di distruggere qualunque cosa e uccidere chiunque tentasse di ostacolarlo.
La cassaforte in realtà era un baule, fatto di un legno così antico da sembrare nero e lucente come il carbone e rinforzato da due bande di ferro ancora solide, per quanto fossero incrostate di ruggine. La vecchia cassa era lunga due piedi, larga diciotto pollici e profonda altrettanto, chiusa con due cerniere assicurate da lucchetti di ottone. La giuntura tra il coperchio a botte e la cassa era chiusa da sigilli rossi, alcuni dei quali così antichi che ormai erano ridotti a poco più di qualche residuo di cera, penetrato nella grana del legno. La cassa era stata avvolta in una tela cerata per proteggerla dalle intemperie... o meglio per proteggere il destino della Spagna che vi era nascosto dentro.

Il cavaliere nero[modifica]

Era ottobre, quel periodo dell'anno ormai prossimo al termine in cui le greggi venivano portate al macello in previsione dell'inverno e i venti che spiravano da settentrione annunciavano l'arrivo del gelo. Le foglie dei castagni avevano assunto una tinta dorata, i faggi erano diventati simili a torce fiammeggianti e le querce sembravano scolpite nel bronzo. Stava già calando l'oscurità allorché Thomas di Hookton, con la sua donna, Eleanor, e l'amico, padre Hobbe, giunse alla masseria in cima alla collina e il fattore si rifiutò di aprirgli la porta, ma gli urlò, attraverso il battente di legno, che i viandanti potevano dormire nella stalla. La pioggia sferzava la marcescente copertura di frasche.

L'arciere del Re[modifica]

Il tesoro di Hookton fu rubato all'alba del giorno di Pasqua del 1342. Era un oggetto sacro, una reliquia sospesa alle travi del soffitto della chiesa, ed era incredibile che un oggetto tanto prezioso fosse custodito in un villaggio così modesto. C'era chi sosteneva che non era quello il suo posto, che avrebbe dovuto essere venerato in una cattedrale o in qualche grande abbazia, mentre altri, molti altri, mettevano in dubbio la sua autenticità. Soltanto gli idioti potevano negare che si usasse falsificare le reliquie. Era risaputo che esistevano ciarlatani abituati a spostarsi da una provincia all'altra dell'Inghilterra vendendo ossa ingiallite e dichiarando che provenivano dalle dita delle mani e dei piedi o dalle costole di santi benedetti; in qualche caso quelle ossa erano umane, ma il più delle volte erano di maiale, o addirittura di cervo, eppure c'era sempre qualcuno disposto ad acquistarle. E il popolo pregava di fronte a quei resti. «Tanto vale invocare san Guinefort», sbuffava padre Ralph, scoppiando in una risata di scherno. «Pregano davanti a qualche osso di prosciutto. Osso di prosciutto, dico io! Il porco canonizzato!»

L'eroe di Trafalgar[modifica]

«Centoquindici rupie», disse il sottotenente Richard Sharpe, contando il denaro sul tavolo.
Nana Rao emise un sibilo di disapprovazione, fece scorrere alcune palline sulle barrette di ferro del suo pallottoliere e scosse la testa.
«Centotrentotto rupie, sahib.»
«Centoquindici maledette rupie», insistette Sharpe. «Erano quattordici sterline, sette scellini e tre pence e mezzo.»
Nana Rao lanciò un'occhiata al suo cliente, per capire se valesse la pena di impuntarsi. Vide davanti a sé un giovane ufficiale, nulla più di un semplice sottotenente, ma, nonostante quel grado modesto, l'inglese aveva un'espressione dura, accentuata dalla cicatrice sulla guancia destra, e non sembrava intimorito dalle due gigantesche guardie del corpo che proteggevano Nana Rao e la sua bottega. «Centoquindici, come dite voi», capitolò il mercante, facendo rotolare le monete nella grande cassetta nera in cui teneva i contanti. Rivolse a Sharpe una spallucciata di scuse. «Invecchio, sahib, e mi capita di sbagliare i conti!»

L'ultimo Re[modifica]

Mi chiamo Uhtred. Sono figlio di Uhtred, il cui padre e il cui nonno portavano lo stesso nome, che Beocca, il cappellano personale del mio genitore, scriveva Utred. Non so se mio padre avrebbe adottato questa grafia, perché lui non sapeva né leggere né scrivere, ma io, che so fare entrambe le cose, a volte estraggo le antiche pergamene dalla cassapanca e vedo che il mio nome vi compare come Uhtred o Utred o Ughtred o, anche, Ootred. Rimiro quei documenti in cui si afferma che Uhtred, figlio di Uhtred, è il legittimo e unico proprietario di una distesa di terre accuratamente delimitata da pietre e fossi, querce e frassini, paludi e litorali marini, e le sogno, quelle terre, battute dalle onde e incontaminate. Le sogno e so che un giorno ne rientrerò in possesso, strappandole a chi me le ha rubate.

La sfida della tigre[modifica]

Strano, pensò Richard Sharpe, che in Inghilterra non ci fossero avvoltoi.
Lui, se non altro, non ne aveva mai visti. Brutte bestiacce, ecco che cos'erano. Topi di fogna con le ali.
Continuava a pensare agli avvoltoi, e di tempo per riflettere ne aveva più che a sufficienza, perché era un soldato, un semplice fantaccino, costretto a delegare all'esercito il compito di ragionare al posto suo. Era l'esercito a decidere quando lui doveva svegliarsi, quando dormire, quando mangiare, quando mettersi in marcia e quando stare seduto con le mani in mano, e proprio quest'ultima occupazione – non fare nulla – teneva impegnato Sharpe per la maggior parte del tempo. Scattare e rimanere in ozio, ecco la normale prassi dell'esercito, e gli era diventata ormai insopportabile. Una situazione che lo aveva indotto a meditare la fuga.

La spada e il calice[modifica]

La strada che scendeva dalle colline a meridione attraversava i terreni paludosi che si stendevano lungo la riva del mare. Era brutta da percorrere. Le persistenti piogge estive l'avevano ridotta a una striscia di fango vischioso che si induriva al sorgere del sole, ma era l'unica che portasse dalle alture di Sangatte ai porti di Calais e Gravelines. A Nieulay, un villaggio senza importanza, varcava il fiume Ham su un ponte di pietra. Sempre che l'Ham potesse essere definito un fiume, perché era una sorta di lento rigagnolo che si incuneava in mezzo a marcite malariche fino a perdersi nelle piatte coste fangose. Percorreva un tratto talmente breve che, per seguirlo dalla sorgente al mare, ci si metteva a piedi poco più di un'ora e le sue acque erano così poco profonde che, durante la bassa marea, lo si poteva passare a guado senza bagnarsi dai fianchi in su. Drenava le paludi dove, tra fitti canneti, gli aironi davano la caccia alle rane rintanate nell'erba ed era alimentato da un dedalo di piccoli corsi d'acqua nei quali gli abitanti dei villaggi di Nieulay, Hammes e Guìmes mettevano le loro trappole di vimini per catturare le anguille.

Territorio nemico[modifica]

I1 sergente Richard Sharpe non aveva nulla da rimproverarsi. Non era lui l'ufficiale che comandava. Era in posizione subalterna rispetto ad almeno una dozzina di militari, fra cui un maggiore, un capitano, un subadar e due jemadar. Eppure non riusciva a non prendersela con se stesso. Si sentiva responsabile ed era furioso, sconvolto, amareggiato e impaurito. Migliaia di mosche gli si accalcavano sul viso coperto di sangue rappreso. Alcune gli erano anche entrate in bocca, attraverso le labbra socchiuse.
Ma lui non osava muoversi.

Un cavaliere e il suo Re[modifica]

Di questi tempi, quando osservo i ventenni, mi viene da pensare che siano drammaticamente giovani, non ancora completamente svezzati, ma io, alla loro età, mi consideravo un adulto a tutti gli effetti. Ero padre, avevo combattuto nel muro di scudi, recalcitravo all'idea di accettare i consigli altrui. In breve, ero arrogante, stupido e caparbio. Fu per questo che, dopo la vittoria da noi riportata a Cynuit, feci una mossa sbagliata.
Ci eravamo scontrati con i danesi sulla penisola lambita dall'oceano, dove un fiume, dopo aver attraversato una vasta palude, si getta nel mare di Sæfern rendendo la costa fangosa, e li avevamo sconfitti. Avevamo compiuto una spaventosa strage e io, Uhtred di Bebbanburg, avevo fatto la mia parte. E anche qualcosa di più, perché alla fine della battaglia, quando il grande Ubba Lothbrokson, il più temuto di tutti i condottieri danesi, si era incuneato nel nostro muro di scudi, brandendo la possente ascia da guerra, l'avevo affrontato e ucciso, mandandolo a unirsi all'einherjar, l'armata dei defunti che trascorre il proprio tempo nell'aula funebre di Odino, bisbocciando e fornicando.

Bibliografia[modifica]

  • Bernard Cornwell, Assalto alla fortezza, traduzione di Lidia Perria, Longanesi, 2005. ISBN 9788850207328
  • Bernard Cornwell, Figlia della tempesta, traduzione di Paola Vais, Longanesi, 1995. ISBN 8830412929
  • Bernard Cornwell, I fucilieri di Sharpe, traduzione di Lidia Perria, Longanesi, 2006. ISBN 8830416851
  • Bernard Cornwell, Il cavaliere nero, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2003. ISBN 8830420840
  • Bernard Cornwell, L'arciere del Re, traduzione di Lidia Perria, Longanesi, 2001. ISBN 8846203577
  • Bernard Cornwell, L'eroe di Trafalgar, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2000. ISBN 9788850210220
  • Bernard Cornwell, L'ultimo Re, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2007. ISBN 9788850214860
  • Bernard Cornwell, La sfida della tigre, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2001. ISBN 8846202775
  • Bernard Cornwell, La spada e il calice, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2004. ISBN 8830421596
  • Bernard Cornwell, Territorio nemico, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2002. ISBN 883041977X
  • Bernard Cornwell, Un cavaliere e il suo Re, traduzione di Donatella Cerutti Pini, Longanesi, 2007. ISBN 9788830423831

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Opere[modifica]