Heinrich Fichtenau

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Heinrich Fichtenau (1912 – 2000), storico austriaco.

L'Impero carolingio[modifica]

Incipit[modifica]

«Il glorioso popolo dei Franchi, creato da Dio stesso, valoroso in guerra, saggio nelle deliberazioni, costante nei patti di pace; nobile e sano nell'aspetto dei corpi bianchi ed aitanti, ardito, impetuoso, fiero; da poco tempo convertito alla fede cattolica, immune da ogni eresia... è questo il popolo che con suo valore e con la sua forza ha scosso dalle spalle, combattendo, il durissimo giogo dei Romani».

Queste parole si possono leggere nel preambolo della legge salica. Chi eran costoro che sapevano così bene elogiarsi e si ponevano, senza esitare, accanto ai Romani, padroni del mondo? Non erano neppure un popolo, almeno nel senso rigoroso della parola.

Citazioni[modifica]

  • La potenza militare di Carlo e gli scopi cui essa serviva sembrarono indicare qualcosa di nuovo e di antico insieme: quell'impero universale che già il mondo aveva conosciuto e del quale qualcosa ancora sopravviveva, pur in forme misere e contraffatte. Ma la storia non si ripete mai: il grande regno franco, quando il suo re divenne imperatore, era qualcosa di diverso dall'Impero romano: uno Stato continentale senza il Mediterraneo; smisurati spazi scarsamente popolati invece della ricca trama di civili città, di floridi traffici; precarie strutture che dovevano durare solo poche generazioni e cui sarebbe bastato un urto esteriore per dissolversi. (introduzione, pag. 32)
  • Significato peculiare dell'opera di Carlo fu di aver saputo guidare con la sua potente personalità l'ascesa del popolo franco, sino a raggiungere quell'acmé, che altrimenti sarebbe stato toccata solo dopo l'opera faticosa di molte generazioni. Carlo poté raggiungere questa meta perché la sua personalità era in piena armonia con le forze attive del suo popolo e perché queste egli le riuniva come nel loro punto focale. Se non fosse stato così, a ben poco sarebbe valsa la pienezza dei poteri concentrati nelle mani dell'Imperatore; se tutta la società non fosse stata tanto simile a Carlo egli non avrebbe potuto trasformarla secondo se stesso, non sarebbe riuscito a darle il suo nome. Pensando a questo, svaniscono quei caratteri magici e quell'aspetto quasi demiurgico che l'antica saga – e tanta moderna letteratura – hanno celebrato nell'opera di Carlo. Ma quel che rimane basta ad assicurarle una positiva grandezza nella storia. (cap. I, pag. 61)
  • I dotti dell'età carolingia si muovevano in una atmosfera cristiana, impoverita e inaridita, però. Non immaginavano neppure quanto fossero lontani dalla viva esperienza cristiana (e non dalle fonti filosofiche soltanto); neppure quando gli spiriti piegavano dinanzi ai tremendi pensieri del Giudizio. [...] A riparo da conturbanti crisi di coscienza, tranquilli di fronte alla miseria [...], gli accademici pensavano di esercitare un apostolato e facevano, invece, della propaganda; non s'appagavano di gioie spirituali soltanto, ma godevano anche di tutti quei beni materiali dei quali la corte di Carlo era, per loro, tanto prodiga. [...] Il loro contributo alla storia della civiltà – la conservazione e la divulgazione d'un patrimonio culturale – è stato grandioso: a distanza di più d'un millennio, ci obbliga ancor oggi alla gratitudine. Ma non possiamo annoverare quegli uomini tra i grandi del regno dello spirito. Né mutano questa conclusione i tardi tentativi d'apologia che si protraggono fin nella letteratura dei nostri giorni. (cap. III, pag. 147)
  • Ludovico [il Pio] ci si mostra in ogni suo aspetto come un uomo raccolto, umbratile, sensibile nel profondo alla lezione del Cristianesimo; tanto diverso in questo da Carlo, la cui natura era tutta assorbita dal mondo esteriore, si appagava nell'azione e non conosceva problemi di coscienza. Anche Carlo si era sentito cristiano, ma in lui i precetti della Chiesa si inserivano senza contrasto nell'ideale tradizionale germanico della nobiltà guerriera, e quest'ultimo era, in fine, il motivo che più fortemente lo avvinceva. Quando tra lezione cristiana e ideale guerriero si manifestavano delle divergenze, queste non offrivano a Carlo materia di meditazione tormentosa: l'ascendente e la forza di Carlo stavano nell'ingenua semplicità del suo agire e nella naturalezza con la quale era convinto che ogni sua azione non potesse che essere giusta. In Carlo i contemporanei riconobbero un uomo simile a loro, fu per questo che neppure i suoi errori poterono diminuire la sua popolarità. (cap. VII, pag. 279-280)
  • Lo smisurato Impero carolingio assomigliava ad uno di quei bestioni cornei e scudati che vivevano nelle epoche più remote della preistoria: erano troppo goffi e pesanti perché la loro specie potesse sopravvivere a lungo. Finché le riserve morali ed economiche dei popoli rimasero intatte, l'Impero poté ancora sussistere: ma le sue basi erano troppo precarie [...]. A mano a mano che i germi della malattia si sviluppavano [...] cellule e membra si staccavano dal grande corpo, provocando così in esso e nelle sue funzioni, distruzioni ancora più gravi. Ma, nel suo complesso, nonostante tutti i mali, l'organismo era ancora vitale: lo dimostra il fatto che, per lungo tempo ancora, non si osò neppure pensare alla semplice possibilità d'una separazione delle parti. (cap. IX, pag. 378-379)

Explicit[modifica]

L'ultimo Imperatore d'Occidente, coronato in Roma dal papa, non conobbe che disastri e sconfitte. Malato, moralmente distrutto, abbandonato dai «fedeli», l'uomo che, invece della pace agognata, aveva portato nuove sciagure, dovette abdicare ed affidarsi alla clemenza del suo rivale, il capo delle genti franche dell'est. Pochi mesi dopo morì: era il 13 gennaio dell'anno 888. L'Impero franco era scomparso per sempre. Doveva sopravvivere – per secoli – oltre la sua realtà, nel mondo delle utopie politiche e delle saghe popolari. Queste identificarono senza esitazioni l'Impero con la grande figura di Carlo. I sovrani europei vantarono con orgoglio la discendenza dal ceppo carolingio, anche quando essa era remota ed incerta; l'affinità di sangue con gli antichi dinasti fu proclamata, soprattutto quando essa poteva avallare grandi ambizioni politiche: l'aspirazione alla corona franca o alla rinnovata autorità imperiale, come nel caso dei monarchi sassoni e dei loro successori. Anche se il restaurato Impero germanico comprese soltanto l'Europa centrale e parte dell'Italia, l'antica ideologia universalistica rimase viva ed attuale: Ottone andò in pellegrinaggio alla tomba di Carlo, Federico I, insieme ai suoi vescovi, venerò l'antico imperatore come un santo. In Oriente il nome di Carlo designò – tout court – il Sovrano. Nelle lingue slave il termine «Kral» (Karl) non significò più Carlo ma Re.

L'Impero franco e il grande Carlo furono elevati così a simbolo di magnificenza e splendore; piacque dimenticare l'ombra che aveva soffocato quella luce.

Bibliografia[modifica]

  • Heinrich Fichtenau, L'Impero carolingio, traduzione di Mario Themelly, Laterza, Bari-Roma 1958, 2000, ISBN 8842060941

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