Al 2019 le opere di un autore italiano morto prima del 1949 sono di pubblico dominio in Italia. PD

Maria Antonietta Torriani

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Maria Antonietta Torriani (1840 – 1920), scrittrice italiana. Usò lo pseudonimo di Marchesa Colombi.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il tramonto d'un ideale[modifica]

Non c'era anima viva in tutto il territorio di Fontanetto e nei dintorni, che non conoscesse il Dottorino. Erano vent'anni che lo chiamavano così, dacché era giunto in paese col titolo di medico-condotto.
Allora era un giovanotto sulla trentina, galante, allegro, compagnevole. Per distinguerlo dal suo predecessore, avevano affibbiato al nuovo venuto il nomignolo di Dottorino; anche un po' per vezzeggiativo; era tanto simpatico! Ed il nomignolo gli era rimasto sempre, malgrado gli anni ed i mutamenti avvenuti nella sua persona, che protestava tutta quanta contro quel diminutivo.

In risaia[modifica]

C'era un cascinale tra Novara e Trecate, con un tenimento annesso coltivato ad orto.
Ci si giungeva per un viale senza alberi costeggiato da una siepe viva di robinie, che metteva nel cortile. In fondo al cortile c'era la casa; dietro la casa si stendeva l'orto.
A destra di chi entrava nel cortile passava una fonte, un canale scoperto, che serviva ad irrigare il terreno, a lavare erbaggi e panni, a far diguazzare le oche.

La gente per bene[modifica]

In tutte le leggi umane, ad ogni diritto fa riscontro un dovere. Ma il bimbo, piccino, inconsapevole, fragile come il vetro, ed imperioso come un sultano, fa eccezione alla legge generale.
Per lui tutto è diritto, nulla è dovere.
Gli inglesi, più serî, più freddi di noi, malgrado le loro esclamazioni continue sulla famiglia, sull'Home, passano metà dell'anno girovagando in paesi stranieri, e pel poco tempo che rimangono at home, hanno provato il bisogno di inventare la nursery, una camera a parte, dove relegano i bambini colle nutrici e le bambinaie.

Prima morire[modifica]

Signora.

Nel muro di contro al suo gabinetto da bagno, fra i rami della glicina, c'è una finestra; e non appartiene ad un solaio, ma ad una camera abitata.
Perdoni, la prego, se oso scriverle senza avere il bene di conoscerla; ma, in coscienza, mi credo obbligato di avvertirla.

UN VICINO DI CASA.

Senz'amore[modifica]

Il pollaiolo fece entrare il cuoco di casa Trestelle nella retrobottega, a vedere il suo nuovo apparecchio per l'ingrassamento meccanico dei volatili. Lo aveva fatto venire da Parigi; una riduzione di quello inventato da Odile Martin; costava cinquecento lire. Era una grande stìa, o piuttosto un piccolo carcere cellulare di forma cilindrica. I polli avevano una cella per ciascuno; erano incatenati pei piedi al fondo; non si potevano muovere, né vedevano nulla a destra né a manca. Udivano gli altri prigionieri gorgogliare qualche cocò-cocò, o mandare una specie di rantolo; e sporgevano il capo curiosamente dal vano dinanzi della stìa; ma non vedevano che la penombra vuota della stanzaccia, che era quasi una cantina, perché si dovevano scendere parecchi scalini per arrivarci, ed era debolmente rischiarata da due fori aperti nell'alto della parete.

Tempesta e bonaccia: romanzo senza eroi[modifica]

I.

AVV. MASSICO GUISCARDI
Milano, Piazza del Duomo, N. 10.

II.

I LETTORI
In hac lacrymarum valle.

III.

Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia storia.
Non vanto illustri avi, né sono figlio di paltonieri. Appartengo all'umile classe dei borghesi. Non sono né ricco né povero. Ho trent'anni.

Un matrimonio in provincia[modifica]

È difficile immaginare una gioventú piú monotona, piú squallida, piú destituita d'ogni gioia della mia. Ripensandoci, dopo tanti e tanti anni, risento ancora l'immensa uggia di quella calma morta che durava, durava inalterabile, tutto il lungo periodo di tempo, da cui erano separati i pochissimi avvenimenti della nostra famiglia.
Non conobbi mia madre, che morí nel primo anno della mia vita. La famiglia si componeva del babbo, notaio Pietro Dellara; d'una vecchia zia di lui, una zitellona piccola, secca come un'aringa, che dormiva in cucina dove aveva messo un paravento per nascondere il letto, e passava la vita al buio dietro quel paravento; di mia sorella maggiore Caterina, che si chiamava Titina; e di me, che avevo ereditato dal mio compare il nome infelice di Gaudenzia, ridotto, per uso di famiglia, al diminuitivo ridicolo di Denza.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]