Aimee Bender

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Aimee Bender (1969 – vivente), scrittrice statunitense.

L'inconfondibile tristezza della torta al limone[modifica]

Incipit[modifica]

È successo la prima volta di martedì pomeriggio, un caldo giorno di primavera sui pianori nei dintorni di Hollywood, dove una leggera brezza spirava verso est dall'oceano scompigliando i petali delle viole del pensiero da poco piantate nelle nostre cassette per i fiori. Mia madre era a casa, mi stava preparando un dolce. Mentre risalivo saltellando il vialetto d'ingresso mi aprì la porta prima che arrivassi a bussare.

Prima Parte: Cibo[modifica]

  • Mia madre faceva fatica a scegliere e a essere costante, ma all'inizio era brava a fare qualsiasi cosa, in modo particolare qualsiasi cosa richiedesse una certa manualità; il letto che rifaceva era così perfetto che per anni ho dormito sopra le lenzuola per non rovinare la sua precisione stupefacente infilandoci dentro il mio corpo.
  • Joseph prese il macinapepe e lo scosse sopra al piatto provocando una pioggia di macchioline nere. Come nostra madre, anche lui aveva mani lunghe e belle, come quelle di un pianista, con le dita in grado di concentrarsi intensamente come se fossero occhi.
  • Il cibo è pieno di sentimenti, dissi, spingendo via il mio piatto.
  • Mamma amava mio fratello più di me. Non che non mi amasse; mi sentivo sommersa dal suo amore ogni giorno, mi si riversava addosso, ma era un amore diverso, pompato da una massa d'acqua diversa, e più blanda. Io ero la sua cara figliola; Joseph era «il suo» e basta.
  • Quando attraversavo la strada, secondo mia madre, dovevo ancora dare la mano a qualcuno. A dieci anni sarei stata in grado di attraversare le strade senza la mano di nessuno. Avevo dato la mano a Joseph tante volte, per tanti anni, ma tenergli la mano era come tenere in mano una pianta, e la delusione data dalle dita che non restituivano la presa era così acuta che a un certo punto avevo scelto di prenderlo per l'avambraccio.
  • Invidiavo tanto, già allora, la bocca di chiunque altro.
  • Ma amavo George in parte perché mi credeva; perché se io mi fossi trovata in una stanza vuota, fredda e bianca, e avessi gridato AL FUOCO, lui sarebbe venuto vicino a chiedermi perché. Si trattava della stessa qualità che l'avrebbe fatto diventare un ottimo scienziato.
  • Si trattava di un sandwich senape-prosciutto-formaggio fatto in casa, con pane bianco e una piccola foglia di lattuga nel mezzo. Non male, per essere cibo. Buon prosciutto, senape piatta proveniente da un'industria efficiente. Pane comune. Stanchi i raccoglitori della lattuga. Ma nel sandwich nel suo complesso sentii quasi il sapore di una specie di grido. Come se il sandwich stesso mi gridasse qualcosa, gridasse amami, amami, davvero forte.
  • Non sapevo con chi altri parlare, a chi raccontare, così, sola soletta, mangiavo pacchetti di snack, venendo a conoscere le sottili differenze di intensità o di piattume delle diverse fabbriche del paese, e mangiavo cibi pronti presi all'alimentari – fatti di volta in volta da commessi contenti, commessi nervosi, commessi frustrati, e a volte mi veniva paura di aprire il frigo.
  • E, giorno dopo giorno, avevo fatto finta di godermi i pasti di casa, con tutti i vuoti e i silenzi ogni settimana tra i miei genitori, con gli occhi accesi e insonni di mia madre, e per chissà quale ragione, quell'unica volta, non fui assolutamente in grado di fingere che la sua crostata mi piacesse.
  • Disse questo, e mi guardò con occhi grandi e limpidi, di un colore blu scuro come l'acqua dell'oceano verso la fine del giorno. Ma nello sguardo c'era ancora lo stesso straziante desiderio. Ti prego, preoccupati per me, ci vedevo dentro. La voce non si accordava agli occhi. Sapevo che se avessi mangiato di nuovo una cosa qualsiasi preparata da lei con ogni probabilità mi avrebbe trasmesso lo stesso messaggio: Aiutami, non sono felice, aiutami – come un messaggio in una bottiglia mandato con ogni pasto ai commensali, e io l'avevo ricevuto. Avevo capito il messaggio. E adesso il mio compito era fingere di non averlo ricevuto né capito.

Seconda Parte: Joseph[modifica]

  • I miei genitori si conobbero a casa di uno che vendeva la roba che non gli serviva più, il compagno di appartamento di mio padre al college.
  • Papà, uno sciattone fatto e finito, diceva che a volte apriva il freezer per il puro gusto di guardare i surgelati ordinati in pile perfette, con i sacchetti di mais posati sopra le basi per pizza.
  • Era un’opera d’arte quel vestito, perché si muoveva come una danza tra l’assolutamente tangibile e l’assolutamente intangibile, ed era difficile distinguere fra la sua pelle e il vestito.
  • Ci sono anni che risaltano rispetto agli altri. Uno fu quando avevo nove anni. Un altro a dodici. Un terzo a diciassette.

Bibliografia[modifica]

  • Aimee Bender, L'inconfondibile tristezza della torta al limone, Minimum Fax, 2011. ISBN 9780099538264

Altri progetti[modifica]