Alfredo Galletti

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Alfredo Galletti (1872 – 1962), critico letterario italiano.

La poesia e l'arte di G. Pascoli[modifica]

  • La teoria del «verso libero» è l'alibi estetico della poltroneria. Il verso è sempre libero per i poeti veri, qualunque sia il metro che eleggono, ed esso si frange, si snoda, si isnellisce, s'afforza, s'affiochisce e dilegua per seguire i moti interiori dello spirito in armonia col vago ondeggiare dell'ispirazione. (in 1967, p. 615)
  • Il Pascoli ha usato felicemente alcune combinazioni nuove di strofi, ma in fatto di versi è rimasto fedele alle forme ed ai numeri della tradizione. Avendo da rappresentare un mondo di sogni e di apparenze simboliche e volendo parlarci della foresta incantata, ove le piante sono vive di spiriti e nelle fontane cantano le silfi e le sirene, egli ha tolto ai metri italiani l'oro e il bronzo, la porpora e i pennacchi, l'andamento oratorio e la solita struttura. Tali metri al tocco della sua fantasia divennero cantanti, sognanti, fluidi, spirituali. (in 1967, p. 615)
  • Se la natura è perenne mobilità, il verso pascoliano, così fluido, vario, duttile, sinuoso, è fatto per seguirne tutti i contorni, coglierne tutti gli attimi, renderne tutti i guizzi, dissolversi e ricominciare infinitamente come essa. Se la vita è sogno, e noi – come suona una sentenza shakespeariana – siamo fatti della stessa stoffa dei nostri sogni, il verso del Pascoli è la lira o il violino magico che conduce sui prati dell'Eliso la danza delle ombre. (in 1967, p. 616)
  • Ma la meraviglia, il monstrum dell'arte pascoliana è per me l'endecasillabo, principalmente l'endecasillabo delle terzine. Che varietà, che ricchezza, che mobilità in quell'unica forma metrica! Che perenne gorgogliare di polle musicali sempre fresche e nuove! Quanta agilità nel piegarsi all'ondeggiare del sentimento, al mutar delle immagini, alle pause, ai tremori, ai sussulti dell'anima! Che infinita ricchezza nella povertà apparente! Non abbiamo già un solo tipo di verso, ma infiniti, a volontà del poeta. (in 1967, p. 616)
  • [...] l'opera del Pascoli segna, comunque, un momento memorabile nella storia della nostra arte poetica, perché prima che egli scrivesse ignoravamo di che infinita varietà di armonie, di che vitrea trasparenza di suoni, di che spirituali estenuazioni, di quali incanti e di quali musiche fossero capaci quei vecchi metri italiani, che tanti altri nostri poeti, classici o romantici poco importa, – i romantici furono classici anch'essi – avevano lasciati così saldi di struttura e precisi di ritmo, così sentenziosi e oratorii. (1967, p. 617)

Bibliografia[modifica]

  • Maria Acrosso, La critica letteraria, Palumbo, 1967.
  • Alfredo Galletti, La poesia e l'arte di G. Pascoli, Formiggini, 1918, pp. 235-237, 238-242.

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