Amerigo Dumini

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Amerigo Dumini (1894 – 1967), militare e criminale italiano, a capo della squadra fascista che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti.

Citazioni su Amerigo Dumini[modifica]

  • Dumini restò in Cirenaica a organizzare un servizio di spionaggio alle spalle degli inglesi. Fu scoperto, arrestato e condannato a morte. Si era nell'aprile del '41, era cominciata la controffensiva di Rommel.
    Una sera, alla vigilia del ritorno delle truppe italiane a Derna, gli inglesi presero Dumini e lo portarono in un cortile. Sei uomini col Thompson imbracciato l'aspettavano. Un capitano lesse la sentenza al lume di una torcia elettrica: «... In ottemperanza agli ordini ricevuti e in seguito alla vostra condanna a morte voi sarete fucilato in questo istante... You must die, you must die».
    I sei uomini fecero fuoco e Dumini cadde bocconi attraverso il cadavere d'un sergente che era stato giustiziato poco prima. L'ufficiale si piegò sul corpo ponendogli una mano sul cuore, gli illuminò la faccia con la lampada. «Dead», disse. «This man is gone.» L'ufficiale e gli uomini se ne andarono. Dumini udì i loro passi allontanarsi sulla ghiaia. Era stato ferito in dodici punti, una pallottola gli aveva rotto una vertebra del collo, ma non aveva perso i sensi. Appena fu sicuro di essere solo s'alzò e fuggì via. (Manlio Cancogni)
  • Facendo il lattaio, il carbonaio, l'incettatore di fieno, di lana, l'allevatore di pecore, di maiali, il camionista, [Amerigo Dumini, trasferitosi in Cirenaica] era riuscito a frasi una posizione. S'era anche sposato con la figlia di un colono dell'altipiano, una ragazza molto più giovane di lui, piccola e timida. Allo scoppio della guerra [seconda guerra mondiale] viveva a Derna dove dirigeva una azienda di trasporti. S'era fatto molti amici fra gli arabi. Forse quella gente apprezzava proprio ciò che nella sua persona lo rendeva pauroso agli occhi degli italiani: la fissità opaca dello sguardo, la capacità di tacere a lungo guardando nello stesso punto, l'incedere duro e indifferente, e quella sorta di fatalità che lo accompagnava dovunque fosse. (Manlio Cancogni)

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