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Antonella Lattanzi

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Antonella Lattanzi (1978 – vivente), scrittrice e sceneggiatrice italiana.

Intervista di Donato Bevilacqua, pulplibri.it, 1 aprile 201.

  • Il passato cerchiamo in tutti i modi, sempre, di rimetterlo insieme. Perché ci faccia meno male. La scrittura non parte, non può partire solo da quello. Altrimenti sarebbe ombelicale. 
  • L’angoscia – o meglio l’ansia – è la mia migliore amica. Non mi lascia mai. Il mio compagno mi dice sempre: il peggior nemico di te stessa sei tu. La paura è un effetto dell’ansia, ma può essere anche un motore per trovare le forze dentro di te, forze che non pensavi di avere. Io non voglio più aver paura: quindi, quando ho paura, mi butto. Adoro le sfide. Mi fanno sentire viva.
  • La memoria ha certamente a che fare con la letteratura. A volte in modo esplicito – penso per esempio al magnifico Una questione privata di Beppe Fenoglio, o La porta di Magda Szabò, che adoro – a volte in modo subdolo. Per scrivere, devi sempre metterti in contatto con tutto ciò che hai vissuto e provato; anche quando, come nel mio caso, non scrivi storie autobiografiche. Forse, anzi, ancora di più in questi casi. Quando leggi, è un continuo scambio tra il libro e te, tra il libro e la tua memoria. E poi ci sono i libri scritti per non dimenticare fatti orribili che sono successi. Se questo è un uomo di Primo Levi, per esempio. O Christiane F. Libri per dire: non dimenticateci.
  • Quando ero molto piccola, i miei genitori si sono trasferiti in un condominio della periferia barese che per certi versi ricorda quello raccontato in Questo giorno che incombe. Il nostro condominio era meno attrezzato, meno brillante, ma aveva un cortile dove i bambini giocavano ed era per lo più abitato da famiglie giovani. Ma i miei genitori non sapevano che, in quel condominio, era appena successo qualcosa di tragico: era scomparsa una bambina, sotto gli occhi di tutti. I nostri genitori non ci hanno raccontato questa storia per anni, per non farci spaventare. Poi, un giorno, mio padre mi ha detto quello che era accaduto. E allora ho pensato che quella storia la volevo scrivere. Ma non così com’era successa nella realtà. Volevo inventare dei personaggi che abitavano un condominio. Volevo cambiare città, forse. Ma, mi serviva tempo. Tempo per capire davvero cosa era successo. Tempo per capire quanto questa storia aveva a che fare con me, con la mia infanzia, con la mia educazione. Dopo quella scomparsa, anche i miei genitori non erano mai più stati gli stessi. Quando ero piccola non sapevo perché. Quando l’ho saputo, ho avuto bisogno di tempo per trovare il mio ingresso in questa storia. Sono passati tanti anni e tanti libri prima che avessi il coraggio di affrontarla.

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