Antonino Uccello

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Antonino Uccello (1922 – 1979), antropologo e poeta italiano.

Citazioni di Antonino Uccello[modifica]

  • Ora non avevo più rimorsi nel 'deportare' un attrezzo, perché gli oggetti non avevano più la vitalità mantenuta ancora negli anni '43-'47 circa: allora, pur respinti e bruciati, erano ancora oggetti vivi, polemici; rappresentavano una battaglia, una lotta, una presa di coscienza. Ora invece gli oggetti stavano nell'inerzia più assoluta, nell'abbandono... Sentivo, avvertivo di salvare qualcosa, di salvare parte delle nostre reliquie, della nostra vita; parte del patrimonio della nostra civiltà... Via via la casa di Cantù si empiva a ogni nostro arrivo, dopo Natale e d'autunno, di nuovi oggetti di cui conoscevamo tutto... Erano oggetti che facevano parte della storia della nostra stessa vita: mia e di mia moglie. Ma ora la permanenza in Lombardia mi sembrava una diserzione, ora che mi era possibile fare ritorno.[1]
  • Quando ci recavamo nei feudi e nelle terre in abbandono, spesso i contadini buttavano via gli attrezzi dell'uso quotidiano: cucchiai e collari in legno per bovini e ovini si trovavano spesso negli immondezzai; con un gesto che voleva distruggere tutto un cattivo passato. Era il rifiuto di tutto un mondo che rappresentava per loro uno stato d'oppressione, il loro male antico.[2]

Citazioni su Antonino Uccello[modifica]

  • Antonino è stato definito in molti modi: antropologo delle classi subalterne, poetico rigattiere. Ma queste etichette che sarebbero andate bene per qualcun altro, con lui mancavano l'essenziale, non restituendo la straordinaria capacità sciamanica d'insufflare un'anima all'inanimato, di evocare a sé gli spiriti con la maglia di lana grezza e il tanfo di sudore dei contadini del ragusano perché lo aiutassero a materializzare un mondo scomparso o in via di sparizione. Con lui, la casa-museo riemergeva dal passato prossimo e gli odori dimenticati facevano inumidire gli occhi opachi bordati di rosa dei vecchi. (Stefano Malatesta)
  • Antonino Uccello era nato a Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa, nel 1922. Nessuno mi ha saputo dire come ha vissuto fino a vent'anni, quando emigrò in Brianza. Il padre lavorava come calzolaio – all'interno della casa-museo Antonino aveva sistemato un deschetto con tutti i suoi attrezzi. Poi il padre e la madre morirono, lui andò a vivere dalla nonna e qui finiscono le informazioni. Il ricercatore del mondo contadino apparteneva dunque a una famiglia di artigiani e si sentiva legato a un'area ristretta, ma omogenea, quella degli Iblei, che comprende Ragusa, Noto, Giarratana, Palazzolo, abitata da piccoli e medi proprietari terrieri e da mezzadri. I contadini venivano da fuori, da Modica. Aveva vissuto il fallimento della riforma agraria e partecipato all'emigrazione di massa verso nord che modificherà l'Italia – o forse la creerà per la prima volta. (Stefano Malatesta)
  • Uccello si chiamava e somigliava a un uccello. Era piccolo e magro, la testa aveva minuta, sormontata da un ciuffetto di capelli fini e bianchi, l'occhio tondo e vivace, le guance incavate, un naso affilatissimo, le labbra sottili, il mento a punta. Una vocetta fine poi, melodiosa. Antonino Uccello era canario, cardello e codatremula. Era poeta non laureato, ma aveva pubblicato vari libretti di versi preziosi e delicati. Era maestro e per questo s'era fatto piccione migratore, nel '47 si era trasferito a Cantù, nella Brianza. (Vincenzo Consolo)

Note[modifica]

  1. Citato in Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano, 1990, p. 122. ISBN 88-04-33743-5
  2. Citato in Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, p. 120.

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