Antonio Puddu

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Antonio Puddu (1933 – 2022), scrittore italiano.

Citazioni di Antonio Puddu[modifica]

  • C'erano una mulacchia e un astore, in alto, presi da un volo febbrile di sbalzi, discese salite e svoltate con stridi acuti.[1]
  • Ai piedi d'un altipiano, a cinquantotto chilometri da Cagliari nel cuore della Marmilla, sulla cresta di uno degli innumerevoli cocuzzoli che appaiono posti in una disuguale fila, tortuosa e scoscesa, parte qua e là abbellita da floride vegetazioni, troviamo Siddi.[2]

Zio Mundeddu[modifica]

Incipit[modifica]

Gli sposi camminavano avanti. Zio Salvatore, padre della sposa, con Omero, zio paterno di lui, li seguivano; dietro Giampaolo, nipote di Mundeddu, in testa al folto gruppo degli altri parenti, per lo più giovani. Parlavano a mezza voce.
Lo sguardo di quelli che s'erano allineati nella via per attenderli raggiunse lo sposo assieme ai chicchi di grano con le pietruzze linde di sale che molti presero a gettare con generose manciate augurando: - Il Signore vi dia fortuna. La Gloriosa vi aiuti. Auguri! Auguri! -.
Mundeddu cercò e strinse la mano di maddalena.
- Grazie – Rispondeva lei guardando gli astanti con un sorriso di contentezza e con gli occhi lucidi di commozione.
Le voci dei parenti si udivano ora più forti, confusamente, in un brusio continuato che giungeva alle loro spalle e li sospingeva; li portava come in trionfo, fra la gente. Maddalena sottrasse la mano alla stretta dello sposo per essere più libera.
Mundeddu fu preso d'improvviso da un sussulto: si sentì stringere alla gola e come annebbiare negli occhi. Volle reagire con fermezza: scosse la testa e s’impose di pensare al gregge di zio Bartolomeo che lui custodiva; al pascolo magro dell'annata, nella valle vasta e silenziosa. Si raffigurò là, accanto al gregge, poggiato al suo vincastro, liscio e lucente. Come sorrideva al gregge, camminando lentamente, sorrideva ora agli astanti sotto la pioggia di grano e di sale e d'auguri. Intanto qualche lacrima gli usci dal ciglio, corse lungo la gota e vi fu chi, fra i tanti, lo notò e ne stupì.

Citazioni[modifica]

  • Certo, è strana questa nostra esistenza: prima ti riempie di illusioni, ti fa credere nell’assurdo, poi continua negli altri, come il tempo nelle stagioni.[3]
  • I soldi scappano dalle mani dei poveri come l'acqua dalle gore per tornare al mare di dove è salita.[4]
  • Ora la luna rischiaró il pianale.
    Si era affacciata fra le nuvole, alta nel cielo e illuminó i muri della tanca e dentro i sassi, i cespugli e la pastura. Comparve ogni cosa quasi nitida fra il risalto della propria ombra. Le pecore aggruppate parvero statue, poche statue, silenziose persino nei campani: si erano accovacciate e dormivano.[5]
  • La vita è quello che è. I sacrifici ci sono: ma chi, dei poveri, vive senza di essi?[4]
  • Mundeddu guardò il cielo tutto nero; solo a un lato, sotto la luna, si rincorrevano nuvoloni bianchi e a volte rossi come un fuoco senza fiamma. Il vento ora fischiava, forte. Urtava i muri, contorceva i cespugli, e giù sulla cresta dell’altopiano, le fronde degli elci si sbattevano e si pestavano l'una all’altra.[6]
  • Poggiato al vincastro (era nel terreno sottostante alla tanca stretta) il paese lo vedeva dall'alto, battuto dal plenilunio. Notava il campanile alto sui tetti neri delle casette basse aggruppate. Solo la casa di zio Mattana si distingueva, nel muro largo e bianco della facciata. Le altre, anche quella di don Mario vasta quanto due conventi assieme, si confondevano: pareva un'unica casa grande, il paese.[7]

Explicit[modifica]

Ora gli sembrava che davvero la vita dell'uomo fosse come quella di una stagione, e come essa la vedeva legata alla terra: sentiva che finisce per uno e inizia per un altro.
La musica della fisarmonica era appena piú lenta, ma identica a quella sonata da Mosè per le sue nozze...
Un senso di stordimento e di vertigine lo prese con l'aria pesante e con le note che venivano dalla festa.
Aveva la sensazione di volare.
Vedeva tutto girargli attorno, lentamente, mentre l'aria s'appesantiva e lui nuotava in essa.
Cedette ad uno stordimento come a un sonno.

La colpa di vivere[modifica]

Incipit[modifica]

Ettore Luna guardava il corpo agile di Bonaventura che procedeva col tascapane in mano e il viso chino; notava i capelli neri e lucidi nella nuca e le gambe pelose, appena inarcate. I pantaloni erano corti e di tela ruvida. Non era alto. Nella Penisola gli era apparso anche fisicamente diverso. E poi, se lo era proposto: doveva scordare o almeno non pensare a ciò che lui aveva fatto lassù: perché tornavano dalla guerra e la guerra ferisce l’anima e cambia il cuore degli uomini come le pallottole il corpo.
E se ora ci aveva pensato era stato per giustificarlo. Solo lo guardava: lo seguiva fra i tanti militari stanchi ed indifesi. Anche gli veniva una sensazione di pena.
Aveva l'impressione d'affondare nelle strade di Cagliari distrutta. I tetti della città gli sembravano tremare e lì lì per cedere sulle strade già ingombre e chiuse da muri che sfaldavano fra mattoni rotti e pietra sporca di calcina seccata. Vedeva la polvere bianchiccia e fumosa delle macerie. Si fermò, pieno di stanchezza e nausea. Guardò e l'impressionò una casa; era sventrata: fuori rossa di mattoni e dentro bianca. La vide barcollare e afflosciarsi sollevando polvere e uno sgretolio di rumori che s'allargò sordamente attorno. – Bonaventura! – chiamò. Bonaventura si voltò e vedendolo fermo dietro, gli disse: - Cammina! – Aveva una voce misurata, tagliente e precisa come un tiro di fucile caricato a palle.

Citazioni[modifica]

  • Arrivarono a Siddi che il sole non toccava più la parte alta della Giara. Ettore si asciugò con la palma della mano la fronte sudata. Il paese gli sembrò diverso, vecchie e più basse le casette nere e più strette le strade. Entrando si segnò e si disse che lì non potevano passare neppure i carri a buoi. (Oppure erano rimpiccioliti anche quelli?).[8]
  • Aveva una voce misurata, tagliente e precisa come un tiro di fucile caricato a palle.[9]
  • Mise il tascapane sotto l'ulivo che segnava il limite del terreno di don Terenzio e poi risalì e, misurando ad occhio lo spazio dell'argine prese ad arare seguendo dritto le piste. Si era di primavera e il terreno raddolcito dalle piogge cedeva all'aratro che vi calava tutto. Il sole e il vento ne avevano asciugato la superficie e le ruote del gommato aderivano senza affondare. Il trattore tirava leggero e il solco veniva buono. Guidarlo non era un lavoro, era un gioco.[10]
  • Per lui l'esistenza era un misto di sensazioni continue, di ricordi amari e felici, di sogni caduti o bruciati; di fallimenti e conquiste, di dolori, di speranze e di attese. Era questa la sua vita, la sua colpa di vivere.[11]

Explicit[modifica]

Il discorso di Bonaventura aveva solo sollevato un rigurgito di ciò ch'era dentro di sè, come lo era il presente e lo erano i sogni, le paure e le attese dell'avvenire. Non avrebbe potuto, non dipendeva da lui, ma neanche voluto, cancellare dal ricordo neppure un istante dei suoi giorni vissuti. Gli avvenimenti della sua vita passata eran suoi, se ne sentiva padrone e custode geloso e la gioia e il dolore erano stati la vita.
Bonaventura Biancu parlava adesso di zio Efisio Matta.
Curioso: voleva che la gente dicesse ch'era benestante, se non ricco, dal momento che aveva sempre le terre e le vacche, anche se guadagnava la metà dell'operaio più balordo di Siddi. Non voleva accettarlo, ma era la pensione a salvarlo. Ricchi erano i figli che tornati dalla Penisola con un pò di soldi s'erano messi a vendere abiti e indumenti da vestire d'ogni tipo.
Di colpo Bonaventura guardò Ettore e il suo sguardo tornò ad incupirsi fermandosi soprappensiero sulla terra.
Anche Ettore aveva gli occhi sulla terra. La formica non c'era. Salvata o affondata, nel terreno arenoso?
- Sei d'accordo - Chiese Bonaventura - sei d'accordo che il passato è morto?-
Ettore era zitto, la testa fra le mani, gli occhi sulla terra.
- Dobbiamo pensare ad oggi, - disse Bonaventura - ai nostri figli: essi sono stati più fortunati di noi.
E vengono dal nostro passato, dai nostri errori e dai nostri dolori.-
La voce aveva perso la grinta di sempre e come ceduto a un doloroso desiderio di supplica. Quasi che Ettore e solo Ettore, potesse capire ed assolverlo.

Dopo l'estate[modifica]

Incipit[modifica]

Il treno era sceso mentre lui si lavava nella loggia. Ne aveva udito lo sfrigolio continuato e rotto e poi il fischio acuto e lungo ferir l'aria come allo sparo d’un fucile. Scendeva da Gonnò e arrivava a Sanluri Stato. Lì altri treni lunghi come villaggi corrono fino al mare e fino alle navi che se ne partono per i luoghi più lontani. Ora, oltrepassando i binari sentì il desiderio di fermarsi e di guardare indietro, ma s'impose di non farlo e continuò. Chi cambia vita, deve andare spedito senza pensieri inutili.

Citazioni[modifica]

  • Quando le pecore meriggiavano all'ombra delle tamerici e dei giovani pioppi che Michele aveva messo a dimora, lui e Brai, il suo ragazzo aiutante, potevano riposare o anche spostarsi. E il giorno decisero d'andare alla festa di Santa Maria. – Per non perdervi starò al vostro passo! O poco avanti – rise Tito Lobina guardandoli sottecchi, con ilare ed affettuosa spocchia, mentre partiva lentamente...[12]
  • Il vincastro, al passo, nel chiarore del mattino, luceva come un'arma.[13]

Explicit[modifica]

Ecco, zio Lindoro si confessava e si confessava così, senza parole, col silenzio.
Infatti aggiunse: - Certe azioni che riusciamo a fare, a dirle perdono valore. Vivere la vita vuol dire apprezzare ciò che abbiamo: il bene nostro e quello degli altri, vuol dire capire, comunicare anche col silenzio.-
E silenzio c'era ora nel pianale percorso da un muto venticello che portava l'odore del mirto e dell'erba secca, sopra il cisto e i bassi muri a secco lunghi fino alla Tomba del Gigante e al nuraghe della Chiesa che appariva nitido, vicino alla propria ombra. E il nibbio non era più in alto e fermo nel cielo. Calato in altezza, ora se ne scopriva il movimento: si reggeva sul tremore continuato nei punti estremi delle ali.
- Adesso possiamo tornare, - disse zio Lindoro.
La voce sembrò serena. Ma Michele, levandosi al suo fianco, non riuscì a scorgerne l'intensità del volto.

Note[modifica]

  1. L'orto degli alveari, citato in Giacomo Mameli, Leggere con zappa, rastrello e vocabolario, La Nuova Sardegna, 4 gennaio 2012.
  2. Rivista Ichnusa, 1958, citato in Salvatore Tola, “Siddi, un gioiello immerso nel cuore verde della Marmilla”, La nuova Sardegna, 13 agosto 2003.
  3. Citato in Giuseppe Marci, Narrativa sarda del Novecento Immagini e sentimento dell'identità, CUEC Editrice, Cagliari, 1991, p. 287. ISBN 9788885998018
  4. a b Citato in Giorgio De Rienzo, L'altra faccia della Sardegna, La Stampa, 3 maggio 1968, p. 3.
  5. Citato in Raffaello Biordi, Zio Mundeddu di Antonio Puddu. La stridente antitesi del mondo arcaico con quello del progresso: una Sardegna viva e palpitante, in Corriere del Giorno, 16 maggio 1968;
  6. Citato in Giuseppe Amoroso, Antonio Puddu, La realtà e il sogno - Narratori italiani del Novecento, a cura di Gaetano Mariani e Mario Petrucciani, Lucarini Editore, Roma, 1987, vol. 2, pp. 583 – 586. ISBN 88-7033-180-6
  7. 2004, cap. XII
  8. Citato in Centro di Studi Filologici Sardi - Letteratura e viaggio negli autori della Sardegna moderna e contemporanea, su filologiasarda.eu.
  9. 1983, p. 9.
  10. Citato in Giuseppe Marci, Narrativa sarda del Novecento. Immagini e sentimento dell'identità, 1991, Cagliari, CUEC Editrice, p. 294. ISBN 9788885998018
  11. Citato in Giuseppe Marci, Narrativa sarda del Novecento. Immagini e sentimento dell'identità, 1991, Cagliari, CUEC Editrice, p. 289. ISBN 9788885998018
  12. Da Dopo l'estate, citato in Lia Bronzi, Letteratura italiana: poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, vol. II, Bastogi Editrice, Foggia, 2007.
  13. 2001, p.9

Bibliografia[modifica]

  • Antonio Puddu, Dopo l'estate, Edizioni Bastogi, Foggia, 2001. ISBN 9788881853472
  • Antonio Puddu, L'orto degli alveari, Edizioni Bastogi, Foggia, 2011. ISBN 9788862733724
  • Antonio Puddu, La colpa di vivere, introduzione di Michele Prisco, Edizioni Bastogi, Foggia, 1983.
  • Antonio Puddu, Zio Mundeddu, Cappelli, Bologna, 1968.

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