Archivio di Stato di Napoli

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Citazioni sull' Archivio di Stato di Napoli.

Nunzio Federigo Faraglia[modifica]

  • L'edifizio è uno dei più insigni di Napoli: l'elegante atrio di marmo, le decorazioni di alcune sale, e più i documenti preziosi, che vi sono raccolti, offrono a tutte le persone colte qualche cosa da ammirare. Gli studiosi delle discipline storiche vi trovano un largo campo, coloro, che sono innamorati dell'arte, pitture famose, quelli, che lo visitano per sola curiosità, ammirano le firme di Re e di uomini illustri, le forme de' caratteri antichi, i be' codici alluminati e magari il grande platano; e chi s'affaccia a guardar dalle finestre vede il porto sottoposto.
  • L'Archivio di Stato è poco noto nella città: che importa alla maggior parte dei cittadini sapere che oltre i 377 registri angioini vi si conservino 50000 pergamene? Che importa loro di sapere che nei 727 volumi delle Cedole della Tesoreria antica (1432-1806) si trovino notizie preziose, o che le carte Farnesiane interessino l'Italia e l'Europa, o che in 2214 fasci e volumi sia raccolta la corrispondenza diplomatica del regno di Napoli (1734-1860)? In effetto l'Archivio offre documenti per tutti i fatti del regno, dai trattati con le potenze amiche, ai più umili atti amministrativi: esso dà notizie di comuni, chiese, monasteri, famiglie e magari della quantità del sale e del tabacco venduta in un anno da un ricevitore delle privative, o dei servigi prestati da un soldato o da una guardia doganale.
  • Il concetto della prima costituzione dell'Archivio generale fu scientifico, largo, liberale: occorreva di riunire i documenti, di classificarli, di pubblicarli per le stampe: e a questo effetto era istituita una scuola per produrre archivisti abili e dotti.
    Quando i Borboni riebbero il regno, ammaestrati dalle conseguenze degli errori commessi, dalle sventure, dai consigli dei potentati, che li avevano ricondotti in casa, non potendo disfare ciò che i Napoleonidi avevano fatto, proseguirono l'opera del rinnovamento. Non mancavano gli uomini, che potessero secondarli: giuristi dottissimi della vecchia scuola napolitana, riformati, completati dall'aura nuova liberale, che s'era diffusa, prestarono con intelligente cura l'opera loro. Così gli anni, che corsero dal 1815 al 1820 non furono ingloriosi.

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