Arduino Colasanti
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Arduino Colasanti (1877 – 1935), storico dell'arte italiano.
Gubbio
[modifica]- Torri vigorose, erette contro il cielo come una sfida ai fulmini e al tempo, edifizi cupi, coronati di merli e vestiti di parietarie e di muschi, pochi campanili, che si allungano come spettri e tagliano la cortina delle nubi distese sull'orizzonte o la limpida illuminazione dell'azzurro sereno, un vasto intrico di masse angolose, sottostanti a una gran piazza pensile, posata sopra quattro archivolti cavi e giganteschi, file di propilei, di bugne acute che corrono su per un'erta faticosa, di mensole terminali, di gocciolatoi, di cornici coronarie, selve di pilastrini, di vive sagome, di stipiti, di davanzali, di colonnine binate, di capitelli; finestrette arcuate, dietro cui s'intravedono lembi d'azzurro e lampi di luce, bifore ombreggiate dall'edera sempre verde, spalancate, vuote, beventi l'acuta brezza montana, silenzio d'uomini e fragor di torrenti, tutta la gioia della solitudine e tutta la poesia del mistero: ecco Gubbio. (p. 9)
Citazioni
[modifica]- [...] più in alto ancora [del Palazzo Pretorio], come sospeso nel vuoto, il palazzo ducale dei Montefeltro, plumbeo come un cielo di tempesta. In quelle stanze il terribile Valentino meditò l'impresa di Perugia; da quelle finestre forse Guidubaldo II chiamò il popolo alle armi contro le soldatesche di Paolo III e formò la Compagnia della misericordia; da quel centro irradiò la luce che perpetuò il nome della[1] terra [di] Gubbio nei secoli. Ancora la monumentale costruzione giganteggia con la solennità della sua linea costruttiva, ma al vigore della trabeazione più non si associano in una sola imagine di bellezza i più nascosti allettamenti degli ornati marmorei, delle sculture in legno, delle tarsie fiorenti, delle pitture lumeggiate d'oro. L'anatema che pesa sull'antica città guerriera, piegata dalle armi di Cesare Borgia e di Clemente VII al dominio della Chiesa, ha spezzata l'armonia delle cose squisite raccolte nel palazzo dei Montefeltro, che domina la città sottostante con l'audacia di quel suo immane corpo di mostro sventrato. E, quando attraverso le mura spaccate e uscite di sesto, attraverso i tetti smantellati e gl'impiantiti minaccianti soffia il vento che viene dal monte, tutta la gran mole ha una voce, e pare che un urlo di minaccia o un gemito doloroso passi sulla muta adunazione delle case nereggianti. (pp. 10-13)
- [Palazzo dei Consoli] La costruzione del mirabile monumento eugubino fu decretata fin dal 1321, ma non ebbe principio che nel 1332, e fu spinta con tale alacrità, che nel 1346 essa era già compiuta, sebbene i Magistrati non trasportassero la loro residenza nel nuovo palazzo che nel 1348. Da un rogito inserto nei Libri delle Riforme risulta inoltre che le spese di costruzione ascesero dal 1332 al 1337 alla somma di lire ravennati 16.336, soldi 2 e danari 1, qualche cosa di simile a 643 mila lire di moneta nostra, e da questo dato di fatto si può desumere che l'intera fabbrica non costò meno di un milione di lire italiane. Somma questa davvero ragguardevolissima per quei tempi, ma non sproporzionata alla grandezza e alla bellezza dell'edificio, costruito di pietra calcarea e con tale maestria, che la commessura dei blocchi sfugge allo sguardo più acuto e le pareti si drizzano come piani verticali perfettamente levigati. Archi e volte poderose sorreggono la superba mole, in cui, ad eccezione dell'armatura del tetto, non si rinviene traccia di legname, per una altezza che, dalla base della facciata meridionale, poggiata sulla via Baldassini, al coronamento della torre, raggiunge quella del caduto campanile di Venezia. (pp. 81-82)
- [Palazzo dei Consoli] Poderosa ed austera, questa facciata è senza dubbio un vero capolavoro dell'architettura medioevale, e la superba scala, che si slancia arditamente sul dosso di un arco rampante all'uso gotico, degrada dall'ingresso principale e si espande sulla piazza come una immensa coda di pavone, completa la suggestione e l'armonia delle mirabili linee. (p. 83)
L'arte bisantina in Italia
[modifica]- Col caratteristico tipo a volte, a doppio loggiato e ad esedre con colonnati, occupanti lo spazio che sta sotto la cupola centrale, la basilica di S. Vitale costituisce l'ultimo anello della catena che congiunge il sistema basilicale romano col sistema bizantino. (p. 3)
- Assai interessante è il sistema statico della cupola di S. Vitale, che non è basato sull'uso dei contrafforti esterni ai muri del tamburo, come nella chiesa dei SS. Sergio e Bacco di Costantinopoli, né su quello dei contrafforti disposti sul perimetro esterno della cupola e dei pennacchi sferici triangolari, come nella S. Sofia della stessa città, ma trova una parte della sua stabilità nella sopraelevazione dei muri che le servono di sostegno e in un tratto di tamburo che forma un perfetto raccordo d'angolo sulle linee rette nel poligono. (p. 3)
- [...] non è esagerazione affermare che in questi musaici di S. Vitale l'arte bizantina ci ha lasciato uno dei suoi capolavori più gloriosi, che permette di intravedere anche quello che nel sesto secolo fu l'arte profana, di cui ci rimane poco più che il ricordo. (p. 4)
Loreto
[modifica]- Come Lourdes, la Salette, S. Jacopo di Compostella e altri celebri luoghi di pellegrinaggio, Loreto vive e prospera unicamente per virtù del suo Santuario. Le sole industrie che vi fioriscono sono quelle dirette allo sfruttamento della curiosità e della devozione dei visitatori; l'attività commerciale della città si limita alla vendita delle sacre immagini, degli scapolari, dei cimbali e dei fiori di carta. Le bambine non conoscono i consueti lavori muliebri, ma hanno famigliarità col filo metallico e con gli acini di vetro, di osso e di cocco, che incatenano con straordinaria rapidità, sedute sulle soglie delle case pulite e luminose. E la città santa, nella quale dal maggio al dicembre una folla di contadini, di religiosi e di touristes si aggira per le strade ripide e sulla grande piazza assolata, una folla salmodiante le lodi della Vergine, in cui spesso la fede si esalta in una viva ebbrezza delle anime; una moltitudine uscita da tutti i ceti, da tutte le provincie, da tutte le religioni, che si riversa da lontano con i treni lunghissimi e gremiti, che sale dall'Abruzzo e dal Sannio con i bei traini dipinti, e che, nello sgomento della propria ignoranza, ansiosa di affidare la sua felicità alla grazia di un Dio onnipotente, si pigia intorno agli altari, assiste a tutte le messe, s'inginocchia dinanzi a tutti i confessionali, comunicandosi in fretta con una specie di rabbia vorace. (pp. 56-59)
- [...] come la storia di Loreto si compendia in quella della Santa Casa, come tutte le sue strade, da via della Piazzetta a via di Montereale, da via della Pescheria vecchia a via dei Coronari convergono alla piazza della Madonna, così su tutti i monumenti della città domina la gran mole del tempio sontuoso eretto in gloria della Vergine miracolosa. (p. 68)
- Secondo un primitivo concetto poi abbandonato, la piazza della Madonna avrebbe dovuto essere completamente chiusa nella cerchia dei sacri edifici, avendo da un lato la facciata della basilica, dagli altri tre altrettante fronti del palazzo apostolico. Ma, non è noto per quali ragioni, le cose procedettero poi diversamente; del palazzo solo un lato fu compiuto e, se per completare il braccio situato di fronte alla chiesa fu necessario attendere l'iniziativa del Vanvitelli, la fronte a sud non venne mai eseguita. (pp. 68-70)
- La costruzione del Palazzo Apostolico fu attribuita da alcuni a Bramante, da altri, sulla fede del Torsellino e a cagione di qualche somiglianza col palazzo della Cancelleria in Roma, a Giuliano da Sangallo. Ma queste somiglianze sono troppo generiche ed esteriori per giustificare una simile attribuzione e, d'altra parte, non solo non è affatto provato che Giuliano da Sangallo sia stato l'architetto del palazzo della Cancelleria, ma gli studi più recenti lo escludono senza esitazione.
Chi, pertanto, non ami avventurarsi per il mare infido delle ipotesi, deve contentarsi di conoscere solo i nomi dei costruttori del maggior portico del palazzo, iniziato dal Sansovino, continuato da Antonio da Sangallo e dal Nerucci e terminato da Giovanni Boccalini. (pp. 70-72)
- Mentre Ludovico Seitz[2] conduceva a termine le pitture della cappella del coro [del santuario della Santa Casa di Loreto], Cesare Maccari andava svolgendo sotto la cupola quella sua grandiosa e solenne concezione delle litanie lauretane che resterà fra le opere maggiori dell'arte dei nostri giorni. (pp. 88-92)
- Con stupenda novità d'invenzione Melozzo immaginò [nella sagrestia di San Marco della Santa Casa] una cupola marmorea, di cui egli dipinse le modanature, le cornici, i fascioni e i meandri in modo da dare l'illusione perfetta della pietra e del rilievo. Attorno allo stemma cardinalizio di Giuliano Basso della Rovere una corona di quercia forma il centro al quale convergono tutte le linee di quell'architettura mirabile e fantastica. Segue un rosone di fregi elegantissimi eseguiti a monocromato. Una ghirlanda di teste di serafini rinserra questo primo nucleo, su cui poggia l'effetto di tutta la grandiosa decorazione.
Otto finestre sembrano aprirsi al di sotto, negli otto spicchi della volta, e da esse otto angeli irrompono volando entro la solitaria cappella. (pp. 105-106)
Note
[modifica]Bibliografia
[modifica]- Arduino Colasanti, Gubbio, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1905.
- Arduino Colasanti, L'arte bisantina in Italia, Bestetti e Tumminelli editori d'arte, Milano, 1912.
- Arduino Colasanti, Loreto, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1910.
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