Ben Kane

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Ben Kane (Nairobi, 1970), scrittore keniano.

Incipit di alcune opere[modifica]

Trilogia La legione dimenticata[modifica]

La legione dimenticata[modifica]

L'aquila d'oriente[modifica]

I figli di Roma[modifica]

Serie Le aquile di Roma[modifica]

Le aquile della guerra[modifica]

Germania, 12 a.C.

Il piccolo dormiva sodo ma alla fine le pacche insistenti sulla spalla lo svegliarono. Aprì gli occhi gonfi di sonno e vide una sagoma china su di lui. Appena tratteggiato dal lumicino che aveva dietro, il viso del padre - barba, sguardo intenso, cornice di trecce intorno al viso - lo fece sobbalzare dallo spavento.
«Tutto bene, orsacchiotto? Non sono un fantasma».
«Che c'è, padre?», mormorò.
«Devo farti vedere una cosa».
Dietro l'imponente figura paterna c'era la madre. Malgrado l'oscurità della lunga capanna e lo stordimento del risveglio, il bambino si accorse che era triste. Guardò di nuovo il padre. «Viene anche lei?»
«No. È una cosa da uomini».
«Ho solo sette anni».
«Non importa. Voglio che tu veda. In piedi. Vestiti».
La parola del padre era legge. Abbandonato il calore della sua pelle d'orso, il bambino infilò le calze con cui aveva dormito negli stivali, accanto al letto basso. Afferrò il mantello che gli faceva da seconda coperta e lo avvolse sulle spalle. «Pronto».
«Andiamo».

Nel nome dell'impero[modifica]

Autunno, 12 d.C., Roma

Il centurione Lucio Cominio Tullo soffocò un'imprecazione. La vita era diversa, più spietata, dopo il massacro nella foresta avvenuto tre anni prima. Bastava la minima cosa per catapultarlo nel feroce caos di quei tre giorni di fango e sangue, quando migliaia di guerrieri germanici avevano teso un'imboscata, cancellando dalla faccia della terra tre legioni, tra cui la sua. Adesso la causa scatenante era un violento temporale sulla città di Roma, e la conseguente mota che gli schizzava le gambe e gli faceva affondare i sandali.
Tullio chiuse gli occhi e udì di nuovo il sonoro e angosciante barrito dei guerrieri germanici. HUUUUMMMMMMMM! HUUUUMMMMMMMM! Il grido di battaglia, levatosi dagli uomini nascosti nel folto degli alberi, aveva guastato il coraggio dei suoi soldati proprio come il sole di mezzogiorno fa cagliare il latte. Se Tullio avesse rivissuto solo le grida scandite, forse l'avrebbe sopportato, ma nelle sue orecchie risuonavano anche le urla di dolore degli uomini che invocavano le loro madri ed esalavano l'ultimo respiro. Raffiche di lance sibilavano in alto, trafiggendo scudi e carne: menomando, mutilando, uccidendo. Crepitavano le fionde, i cui proiettili cozzavano sugli elmi; i muli ragliavano in preda al panico. La sua stessa voce, rauca per lo sforzo, ruggiva ordini.

Aquile nella tempesta[modifica]

Autunno, 15 d.C. Vicino al forte romano di Vetera, sulla frontiera germanica.

Un raggio di sole autunnale sbucò da una fessura tra le nuvole ammassate nel cielo, facendo scintillare l'aquila della Quinta Legione. Un segno degli dèi, avrebbero detto in molti. Che lo fosse o meno, quel raggio di luce attirò lo sguardo di tutti sull'aquila dorata e brillante. Il centurione Lucio Cominio Tullo ne fu affascinato. Dimenticò il morso del gelido vento di ponente e restò a fissarla. Appollaiata su due fulmini incrociati, con le ali inghirlandate sollevate dietro di sé e tenuta in alto dall'aquilifer privo di elmo, quell'aquila irradiava potenza. Incarnazione fisica dello spirito della legione e dei sacrifici dei suoi soldati, quel simbolo imponeva rispetto e chiedeva devozione.
"Sono il tuo servitore", pensò Tullo. "Ti seguirò sempre".
Come sempre, l'aquila non rispose.

Serie Clash of Empires[modifica]

Una battaglia per l'impero[modifica]

Al largo della costa meridionale d'Italia
Inizio dell'estate, 215 a.C.

Era una splendida serata, tiepida e senza vento; il mare sembrava una tavola di bronzo battuto. Una dozzina di piccoli pescherecci navigava verso la terraferma, e uno stormo di gabbiani, con le loro tipiche strida, li seguiva. LA luce del tramonto si rifletteva sugli elmi dei soldati sulla strada costiera. Nel cielo, a ovest, le montagne del Bruzio erano ombre scure contro la sfera dorata del sole che scendev lenta, sempre di più. A nord-est, da qualche parte oltre la foschia dovuta al caldo, si trovava la città di Tarentum. Più al largo, uno squadrone di triremi romane passava attraverso la grande baia squadrata che si estendeva all'interno delle coste dell'Italia meridionale.
Le navi avanzavano in due file da cinque, e il vascello centrale nella prima fila era comandato dall'ammiraglio Publio Valerio Flacco. L'uomo non aveva fretta: la pattuglia di tre giorni, fino alla città di Locri per poi tornare indietro, era trascorsa senza eventi significativi, e avrebbero raggiunto il porto di Tarentum entro sera. Flacco aveva deciso che il suo rapporto e altri compiti simili avrebbero potuto attendere fino al giorno seguente. Dopo un bagno e un cambio di vestiti, non vedeva l'ora di trascorrere la serata in compagnia della sua amante, la vedova di un nobile caduto a Canne.

La spada della guerra[modifica]

Vicino Elatea, in Focide, autunno, 198 a.C.

Nonostante l'anno che volgeva ormai alla conclusione, la stretta piana della Focide era inondata dalla calda luce del sole. A nord era chiusa dalle montagne di fronte alle quali si trovavano le Termopili, le "porte di fuoco" dove Leonida e i suoi spartani avevano combattuto fino a immolarsi. A sud di quei picchi si estendeva la piana, divisa in due da una strada, che al momento era importante quanto lo era stata ai tempi delle invasioni persiane, quasi tre secoli prima. Ancora più a sud si trovava Atene, inerme di fronte agli attacchi. Il periodo del raccolto si era appena concluso; i campi erano ancora coperti di steli dorati. Ordinari filari di vite si estendevano a tratti ai lati della strada, e i loro pesanti grappol violacei erano un invito irresistibile per i viaggiatori o i soldati di passaggio.
Lunghe scie di polvere si sollevavano nell'aria, segnando il passaggio dell'esercito di Tito Quinzio Flaminino. Erano trascorsi sei giorni dalla sua sconfitta presso la fortezza macedone di Atrace, otto miglia a nord-ovest. Seppelliti i caduti e con i feriti caricati sui carri o lasciati indietro, l'esercito si era spinto a sud-est per proteggere la flotta romana, ormeggiata nelle vicinanze. A parte gli avvoltoi dagli occhi avidi che seguivano le lezioni dall'alto, non c'erano molte creature in vista. L'arrivo di un simile ospite poteva significare molte cose, ma nessuna buona. I contadini locali erano fuggiti con le loro famiglie e i loro animali, perlopiù trovando rifugio all'interno di Elatea, la cittadina davanti alla quale le prime truppe di Flaminino si stavano schierando.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]