Ben Pastor

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Ben Pastor, all'anagrafe italiana Maria Verbena Volpi, all'anagrafe statunitense Verbena Volpi Pastor (1950 — vivente), scrittrice italiana naturalizzata statunitense.

Incipit di alcune opere[modifica]

I misteri di Praga[modifica]

KARLSBAD
(KARLOVY VARY, BOEMIA CENTRALE)
25 giugno 1914

— È ovvio che le abbiamo fatto fare le valigie il più in fretta possibile, Heida.
— È ovvio. — Il tenente Karel Heida ripeté le parole.
— Ha una sorella a Budweis; anche lei lavora come cameriera d'albergo, quindi l'abbiamo messa sul primo treno per spedirla nella Boemia meridionale. Dato che viene originariamente dalla Serbia, mi sono accertato che avesse abbastanza denaro per arrivare fin laggiù. Entro giovedì avrà lasciato il Paese per sempre.
Heida aveva ascoltato con attenzione. Trovò che non ci fosse nulla di meglio da fare che annuire al suo comandante, la cui figura burbera e massiccia, in giubba azzurra e pantaloni rosso rebbio dei Lancieri, occupava la maggior parte dello spazio nel piccolo ascensore.

I piccoli fuochi[modifica]

Parigi, giovedì 24 ottobre 1940

Non c'era nessuno ad aspettarlo alla stazione. Non che Bora prevedesse un benvenuto, era perfettamente capace di raggiungere da solo il quartier generale dell'Abwehr su boulevard Raspail. A seconda che trovasse o meno un taxi, se ne sarebbe servito o avrebbe preso la quarta linea della metro verso la Rive Gauche. L'aria presso i binari aveva l'odore di una città del nord (metallo, cemento, carburante), come Berlino, ma a Berlino arrivava di tanto in tanto anche il tanfo di intonaco bagnato e travi bruciate, dalle rovine del bombardamento di domenica notte.
A Berlino era più freddo, si disse aspettando che scaricassero il baule militare.

Il cielo di stagno[modifica]

Lunedì 3 maggio 1943,
Merefa, Oblast di Kharkov, Ucraina nord-orientale.
Doveva ascoltare. Doveva andare fuori e ascoltare.
A volo d'uccello, Merefa distava dal fiume meno di venticinque chilometri. Seguendo le sterrate – non c'erano altre strade – e volendo evitare villaggi e cittadine, il percorso si dipanava ora a zigzag, ora in linea retta, ora tutto curve intorno a fossi e dirupi che segnavano il terreno a sud-est. Nei dirupi gli uccelli si annidavano nelle rovine arse delle fattorie devastate, giù in basso. Ne veniva un canto dal profondo, come se creature dell'Aldilà si unissero in coro sotto terra, o le Sirene ripetessero una melodia di richiami pericolosi. Oltre il ciglio nudo o erboso, a cinque o cinquanta metri più sotto, c'era la carcassa di una casa: assi rotte, finestre sfondate, un tetto di paglia marcia dove gli uccelli continuavano a cantare. Uccelli di Russia e di Ucraina: avrebbero dovuto rinunciare a cantare da lungo tempo, se si fossero interrotti ogni volta che un esercito si era infiltrato o era entrato a bandiere spiegate negli ultimi due, dieci o centinaia d'anni. E così anche il vento, e il gorgoglio dell'acqua nel fiume allacciato alle rive.

Il ladro d'acqua[modifica]

Potete chiamarmi Sparziano. Sono nato sotto il regno di Aureliano, restitutor exerciti, a Castra Martis, in Mesia Prima, poi rinominata Mesia Superior o Dacia Malvensis. Sono cresciuto nell'accampamento di Ulcisia, in Valeria, poi rinominata Pannonia Inferiore, dove mio padre, assegnato alla II Legione Ausiliaria, fece la gavetta per conseguire la posizione di tribuno – una specie di colonnello – della Schola Gentilium Seniorum, il reggimento scelto dei confederati anziani. Mia zia Mansueta, vedova di guerra, fu presa in sposa dal fratello del defunto; ed è stato così che, attraverso le sue seconde nozze, per me è divenuta zia e madre, e io – per così dire – sono il primo cugino della mia sorellastra e di me stesso. Siamo di ceppo pannonico, ma – come suggerisce il mio nome, Elio – sin dai tempi del divino Adriano la mia famiglia ha sempre avuto rapporti con Roma: siamo stati prima schiavi, poi liberti, infine uomini liberi. Il mio bisnonno da parte paterna, Elio Sparto, divenne cittadino sotto il governo del divino Antonino Caracalla, quando la cittadinanza fu concessa all'intero territorio dell'Impero.

Il morto in piazza[modifica]

Casale Malborghetto, a nord di Roma, 4 giugno 1944, 11 p.m.

Attraverso il parabrezza della Mercedes, a pochi passi di distanza, il panzer sembrava una stampa colorata del Vesuvio in eruzione: nel buio la montagna vomita fuoco, crea turbini e girandole di fumo, catapulta frammenti in una corona pirotecnica di scintille. Passandovi di lato, il vapore del metallo incandescente si accompagnò al tanfo insopportabile della carne cremata; ma neanche questo, per nauseabondo che fosse, oscurò la suggestione delle fiamme che lambivano la notte dall'abitacolo del Tigre. Tutt'intorno l'erba secca del ciglio ardeva in un istante, uno stelo alla volta o interi ciuffi assieme, come fiammiferi impazziti che si trasmettono l'un l'altro la scintilla e allegramente consumano la scatola. Simile a un eretico al rogo, il corpo riverso del carrista – a testa in giù dalla torretta – emetteva spirali di fiamme grasse. Dentro, con ogni probabilità, il resto dell'equipaggio era ridotto in cenere, al di là di ogni possibile identificazione. Con il cannone immobile rivolto a nord, quasi a indicare la via che Martin Bora doveva seguire, il carro armato restava radicato come il vulcano stesso, che causa la morte dal suo cuore rovente senza per questo distruggersi o estinguersi. Sembrava che il fuoco dovesse continuare per l'eternità, a perenne testimonianza dei disastri della guerra e di come Roma una notte fu perduta dai tedeschi.

Il Signore delle cento ossa[modifica]

Döberitz, nei pressi di Berlino
martedì 4 aprile 1939.

Il buio prendeva forma, se faceva attenzione. Aveva una qualità plastica di coesione e dissoluzione, si dilatava, esitava un istante e si ritraeva di nuovo in un nucleo di oscurità nell'oscurità. C'erano notti in cui Martin Bora amava l'insonnia proprio per questo avvicendarsi di forme, per questa mutabilità. Non aveva mai avuto bisogno di dormire molto, anche se a volte, da adolescente e poi da volontario in Spagna, i suoi momenti di sonno equivalevano quasi a una perdita di sensi e lo lasciavano riposato, lucido, impaziente di muoversi.

Kaputt Mundi[modifica]

Roma, 8 gennaio 1944

Di nuovo l'aeroplano. E di nuovo l'animale. Lo stesso sogno, in tutti i particolari, nella sua ossessiva ripetitività. La Russia, l'estate scorsa. Cammino verso l'aereo abbattuto facendomi strada fra i monconi anneriti dei girasoli, temendo ciò che scoprirò. La voce di mio fratello è ovunque, ma non capisco una parola di quel che dice. So solo che è la voce di un morto. Una scia di sangue davanti e dietro di me. Poi il resto del sogno, sempre uguale a se stesso. Mi sono svegliato sudando freddo (anche questo è frequente, ormai) e ho cercato a lungo di non riaddormentarmi. Ho capito di sognare di nuovo solo quando l'avvicinarsi della bestia alle mie spalle ancora volta mi ha riempito di angoscia. Un suono veloce e stridente, come di un segugio che si inerpichi di corsa su una gradinata di pietra. Io salgo, salgo, e le scale scompaiono dietro gli angoli di una spirale smisurata; una luce accecante penetra da enormi finestre alla mia destra. Passo dopo passo la bestia accorcia le distanze, e tutto ciò che so è che è una femmina, e non avrà pietà di me. Gli artigli sono come metallo su una pietra levigata; marmo, forse. Non riesco a salire abbastanza in fretta da sfuggirle. Sfogliando questo diario, mi accorgo che la prima volta che ho fatto questo sogno è stata la notte che ha preceduto l'imboscata, a settembre.

La camera dello scirocco[modifica]

Praga, domenica 16 agosto 1914

C'era un punto, sull'isola dei Cacciatori, da cui si potevano scorgere il Castello sulla collina e il grande mulino del Priorato al di sotto, incorniciati dai rami e dai tronchi di cinque giovani alberi. Solomon Meisl l'aveva scoperto un anno prima, quell'angolo muscoso all'estremità dell'isola stretta, tagliata come un diamante al centro del fiume, che dava le spalle al ponte Franz lanciato sopra di essa. Ci tornava ogni volta che ne aveva l'opportunità, non perché a Praga non ci fossero luoghi più belli, ma perché laggiù il panorama esprimeva un equilibrio perfetto: sullo sfondo, come un merletto, la cittadella immobile del Hradchany sul suo sperone roccioso; più vicino, il rapido corso verso la chiusa della Moldava, e in mezzo il moto indolente della ruota ad acqua del vecchio convento. Negli ultimi tempi aveva preso a pensare che quella vista fosse una metafora delle prime settimane di guerra: la città immutabile, come sempre; e le vite degli uomini che incalzavano e si dissipavano come la corrente carica di detriti. Lui, il medico ebreo che odiava la guerra ma nondimeno si era arruolato, manteneva un moto appena percepibile, risoluto, come la ruota di legno stillante.

La canzone del cavaliere[modifica]

Canada de los Zagales. Provincia di Teruel, Aragona,
Spagna nord-occidentale. 13 luglio 1937

Dalle canne slanciate si levava un fruscio di pioggia, ma non pioveva da un mese, e negli argini le acque del torrente scorrevano basse.
Da dove si trovava, Martìn Bora distinse subito la morte. Più di un'immobilità: una totale, esanime mancanza di quella tensione che preannuncia un moto imminente. Negli ultimi tempi l'inerzia delle cose disanimate gli era divenuta familiare, e subito la riconobbe abbracciando con lo sguardo la curva della mulattiera, là dove gli alberi si infoltivano. Dalla sponda del torrente, rimettendosi l'uniforme dopo aver fatto il bagno, non riuscì a indovinare la sagoma. Non erano giorni da essere indiscreti, questi. Eppure era curioso, come era curioso di sapere della vita e dell'attimo in cui cessa di esistere. Così, anche in tempo di guerra civile, Bora non smise di fissare la massa scura accasciata e si affrettò a spingere biancheria bagnata su cotone bagnato su pelle bagnata. Indossò gli indumenti allacciandoli e abbottonandoli in fretta. Poi fu la volta dei rigidi stivali da cavaliere e della fondina.

La morte, il diavolo e Martin Bora[modifica]

Marijnskaya, provincia di Kirovograd, Ucraina, 23 luglio 1941

Piccole quaglie e altri uccelli delle steppe cantavano invisibili. Una furiosa quantità di polvere spazzava da est il sentiero lungo la ferrovia, e solo il fatto di cavalcare sottovento permetteva a Martin Bora di tenere gli occhi aperti. Così, ancora prima di sentirlo, vide rallentare il treno che avrebbe dovuto portarlo a destinazione, e in assenza di passeggeri davanti alla stazioncina riacquistare subito velocità. Carico di approvvigionamenti per la Wehrmacht in tumultuosa avanzata, il convoglio sollevò altro terriccio al suo passaggio. Poi ricominciarono i richiami a tre note degli uccelli nascosti, un suono liquido nell'aridità della pianura. Dalla parte opposta del sentiero, notò Bora, cavalcava un uomo spettrale, terreo ed emaciato come l'alfiere dell'Apocalisse. Eppure, a vederlo più da vicino, quel pallido fantasma sul suo pallido destriero era solo un impolverato cavalleggero tedesco.

La notte delle stelle cadenti[modifica]

Dintorni di Schönefeld, regione di Teltow, lunedì 10 luglio 1944, ore 6:38

L’inchiostro nella penna stava finendo. L’ultima pagina che aveva scritto nel diario era di un celeste acquoso; e se fosse riuscito a trovare l’occorrente, Bora avrebbe dovuto riscriverla per renderla leggibile. La carta assorbente serviva appena; la mise come segnalibro fra le pagine e posò il diario sulle ginocchia. Sentì l’aereo sobbalzare fra gli strati di nuvole mentre scendeva.

La strada per Itaca[modifica]

Mosca, Hotel National, domenica 1° giugno 1941,
tre settimane prima dell'invasione dell'Unione Sovietica .
Se Martin Bora avesse saputo che entro mille giorni avrebbe perso tutto ciò che aveva (ed era), quella domenica non si sarebbe comportato in modo apprezzabilmente diverso.
Quella domenica, le cose erano come erano.

La Venere di Salò[modifica]

Sabato, 14 ottobre 1944, Comando del Novecentosessantesimo Reggimento Granatieri, presso Monte Cassio (Appennino emiliano)

La voce parlava russo. Tagliava il buio come fosse carta. Martin Bora non voleva aprire gli occhi, né sapere se fosse notte o no, Russia o no. Come in sogno, i suoni sembravano essere dentro di lui, non provenire dall'esterno. Certo, se avesse allungato la mano avrebbe sentito il muro slabbrato e il fango sotto gli stivali. Ma era supino. Non ricordava di essere stato supino quando i cani dei russi lo avevano scoperto, abbaiando feroci al guinzaglio. Non c'era muro, né fango. E la voce era aspra, ma non parlava russo. Il buio s'infranse. Spalancando gli occhi, il bagliore di una torcia elettrica parve riempirgli il cervello. Bora si ritrasse senza distogliere il viso.

La Voce del fuoco[modifica]

Baruch ben Matthias al comandante Elio Sparziano, salute a te.
Non lo sapessi, questa potrebbe essere Vindobona o Intercisa, piuttosto che Confluentes: le postazioni dell'esercito si somigliano tutte. Ormai riesco a muovermi al loro interno a occhi chiusi. Un terzo di un miglio quadrato, la caserma a destra, la postazione di comando a sinistra, gli alloggi brulicanti di ufficiali morti di noia che si venderebbero le madri in cambio di un trasferimento. Anche i vostri comandanti sembrano prodotti dallo stesso stampo: tutti soldati di cavalleria di mezza età con la pancetta e il doppio mento.
A proposito, comandante, a Castra ad Herculem, sul Danubio, ho incontrato i tuoi due cognati: che quarti di bue su due gambe! Capisco perché tu non vada spesso alle riunioni di famiglia. Sapevi di essere zio di ben sette mocciosi assortiti?
Non ti tedierò con i dettagli dei miei viaggi e delle mie tribolazioni nell'ultimo mese. Basti dire che sono partito dall'Egitto poco prima di te, ed eccomi qui. Gli affari vanno bene.

Le Vergini di Pietra[modifica]

Premessa scritta da Elio Sparziano, storico, ufficiale della cavalleria romana sotto Sua Divinità Galerio Valerio Cesare, durante il suo viaggio alla volta di Trebisonda, nel Ponto:

In Asia esistono due Paesi di nome Armenia.
Introducendo con una nota geografica il soggetto del mio presente incarico, sono le parole di Cicerone, "l'ambizione e la caccia aglio onori", a imporsi nella mia mente. La ragione di ciò sarà presto chiara.

Lumen[modifica]

Cracovia, Polonia. Venerdì, 13 ottobre 1939

La scritta in polacco dipinta sul cartello esortava: Fate bene attenzione, e i caratteri ebraici, poco più sotto, ribadivano verosimilmente lo stesso concetto. Sul muro tutto intorno erano affisse illustrazioni a colori dell'alfabeto. Per la lettera L, la figura rappresentava una bambina intenta a spingere una carrozzina di bambola. D'un tratto l'odore di carne straziata si fece pungente, crudo. Gli salì alle narici senza alcun preavviso, e Bora si allontanò di scatto dalla parete per spostarsi al centro della stanza, verso un infermiere militare in guanti e mascherina chirurgica. Alle sue spalle, dalle tre finestre spalancate che inondavano di luce l'aula scolastica, entravano il sole calante e una tiepida brezza pomeridiana. Avevano accostato sei banchi dalla parte del lato corto, a due a due, e i corpi in uniforme vi erano adagiati sopra, su dei teli cerati. Il sangue gocciava dai bordi dei banchi, dalle fessure fra i margini dei teli. Le pozze più larghe stavano già coagulando, e la loro superficie rifletteva la luce delle finestre. Bora rimase a fissare quel baluginio prima di avvicinarsi con un cenno d'assenso all'infermiere. A uno a uno osservò i corpi, e per ciascuno pronunciò un nome a bassa voce: una voce calma, controllata, repressa con rigore. L'infermiere aveva in mano un taccuino, e ce li scrisse sopra. Quando Bora sollevò lo sguardo dal terzo cadavere, i suoi occhi incrociarono la stampa vivida della bimba con la carrozzina sulla parete di fronte. Lale. Dorotka ma lale, c'era scritto.

Luna bugiarda[modifica]

Verona, Italia settentrionale occupata dai tedeschi, 9 settembre 1943.

"Si deve far coraggio, maggiore...".
Martin Bora soffriva troppo per dire che capiva.
"Dobbiamo pulire le ferite."
Soffriva troppo per dire che aveva capito anche questo.
Coraggio. Pulire le ferite. Il sangue gli pulsava nelle palpebre, con guizzi veloci nel bagliore cieco degli occhi sbarrati. In fondo alla bocca, dove i denti si serravano, un'altra pulsazione gli scandiva il tempo, dolorosamente, fin dentro la testa."

Bibliografia[modifica]

  • Ben Pastor, I misteri di Praga, traduzione di Paola Bonini, Hobby & Work, 2002. ISBN 88-7133-513-9
  • Ben Pastor, I piccoli fuochi, traduzione di Luigi Sanvito, Sellerio ed., 2016. ISBN 8838935734
  • Ben Pastor, Il cielo di stagno, traduzione di Luigi Sanvito, Sellerio, 2013. ISBN 9788838930195
  • Ben Pastor, Il ladro d'acqua, traduzione di Paola Bonini, Frassinelli, 2007. ISBN 9788876849749
  • Ben Pastor, Il morto in piazza, traduzione di Judy Faellini, Hobby & Work, 2005. ISBN 88-7851-123-4
  • Ben Pastor, Il Signore delle cento ossa, traduzione di Paola Bonini, Sellerio, 2011. ISBN 88-389-2566-6
  • Ben Pastor, Kaputt Mundi, traduzione di Paola Bonini, Hobby & Work, 2003. ISBN 9788878512153
  • Ben Pastor, La camera dello scirocco, traduzione di Paola Bonini, Hobby & Work, 2007. ISBN 978-88-7851-663-2
  • Ben Pastor, La canzone del cavaliere, traduzione di Paola Bonini, Hobby & Work, 2004. ISBN 8871338952
  • Ben Pastor, La morte, il diavolo e Martin Bora, traduzione di Judy Faellini e Paola Bonini, Hobby & Work, 2008. ISBN 978-88-7851-772-1
  • Ben Pastor, La notte delle stelle cadenti, collana “La memoria”, traduzione di Luigi Sanvito, pag. 550 , Sellerio ed., 2018 – ISBN 88-389-3834-2
  • Ben Pastor, La strada per Itaca, traduzione di Luigi Sanvito, Sellerio, 2014 – EAN 9788838932571
  • Ben Pastor, La Venere di Salò, traduzione di Judy Faellini, Hobby & Work, 2006. ISBN 88-7851-420-1
  • Ben Pastor, La Voce del fuoco, traduzione di Paola Bonini, Frassinelli, 2008. ISBN 978-88-7684-991-6
  • Ben Pastor, Le Vergini di Pietra, traduzione di Paola Bonini, Sperling & Kupfer, 2010.. ISBN 978-88-200-4896-9
  • Ben Pastor, Lumen, traduzione di Paola Bonini, Hobby & Work, 2001. ISBN 8878510297
  • Ben Pastor, Luna bugiarda, traduzione di Marilia Piccone, Hobby & Work, 2002, pp. 349. ISBN 88-7133-495-7

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