Bernard Simonay

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Bernard Simonay (1951 – 2016), scrittore francese.

Incipit di alcune opere[modifica]

La leggenda di Imhotep[modifica]

La bastarda del Nilo[modifica]

Verso il 2680 a.C.

Un'inquietudine perniciosa cominciava a impadronirsi degli animi. Gli uomini aspettavano, la lingua secca come stoppa, i muscoli macerati dalla fatica. L'aria aveva assunto la consistenza della sabbia rossa del deserto dei morti e crocchiava sotto i denti. Da quattro giorni, un vento molto caldo, soffocante, soffiava con violenza dalle distese anguste dell'Ameni, orizzonte occidentale dove, la sera, il disco d'oro di Horus si tingeva di porpora e si tramutava, per un breve istante, in Atum l'inafferrabile, colui che a un tempo esiste e non esiste. Certamente questo vento soffocante altro non era che il soffio di Seth il Distruttore. Nei vortici infernali che danzavano in lontananza, trovavano espressione le contorsioni degli afriti, spiriti maledetti che frequentavano le solitudini desolate del deserto per mettere fuori strada i viaggiatori.
Si aspettava con impazienza l'arrivo di Hapy, la divinità benevola. Ma tardava. Allora, con la stanchezza, il dubbio si faceva largo negli animi. L'Ameni non era forse la terra infernale, dove i morti sopravvivevano, da cui veniva l'immagine del dio sole, Ra, che ogni notte motiva, e attraversava quelle regioni oscure per rinascere alla vita ogni mattina? E se Apophis, il serpente mostruoso, la creatura di Seth il Rosso, fosse riuscito ad annientare il disco solare?
Sotto il soffio bruciante e incessante dell'impietosa divinità, la terra si fendeva, si spaccava, si dissolveva per fondersi poco a poco con il deserto mortale che la costeggiava, da una parte all'altra del fiume.

Il volo del falcone[modifica]

A Kennehut, la stagione delle semine stava per finire. La maggior parte dei campi erano pronti e, malgrado le intemperie e le stranezze del tempo, si poteva sperare che i raccolti non sarebbero stati troppo cattivi. La pancia di Lethis cominciava a ingrossare. Djoser era contento della sua nuova vita, lontano dagli intrighi di corte e dai cambiamenti di umore del divino fratello, che sembrava essersi dimenticato di lui. In fondo, la cosa in sé gli conveniva. Da mesi non aveva fatto più ritorno a Mennof-Ra. Pianthy e Semure avevano compiuto qualche viaggio nella capitale ma avevano sempre preferito ritornare al villaggio, dal loro amico.
L'atmosfera della vecchia casa di Kennehut era assai più gradevole di quella del palazzo reale. Djoser aveva riunito intorno a sé una piccola schiera di musicisti, poeti e danzatrici che allietavano le serate.
Il meticoloso amministratore Senefru si era affezionato al giovane principe, che aveva imparato a sua volta a guardare con benevolenza la sua scarsa generosità. Abituato a ragionare con i numeri, aveva constatato che i contadini e gli artigiani, soddisfatti della loro sorte, lavoravano più volentieri e il rendimento delle proprietà ne risentiva positivamente. Inoltre, il suo padrone aveva sempre nuove idee. Così, per esempio, aveva cominciato a far costruire delle imbarcazioni per trasportare il grano. Erano stati scavati nuovi canali, per recuperare terreno al deserto e il villaggio aveva accolto diverse famiglie, incaricate di rendere fertili quelle terre aride.
Le voci secondo cui bande di predatori venuti dall'Oriente aggredivano i villaggi del Delta erano state confermate dai viaggiatori che risalivano il Nilo. In ragione del suo grado di capitano dell'esercito reale, Djoser si aspettava di ricevere una convocazione da parte del sovrano. Ma niente di simile era accaduto. Preso dal governo delle sue proprietà, il principe non aveva cercato di saperne di più.
Un pomeriggio, gli venne annunciato l'arrivo di una grande feluca che trasportava un personaggio importante. Seguito dai suoi compagni, Djoser si recò al porto, dove erano giù cominciati i lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto migliorarne l'operatività. La feluca apparteneva alla flotta reale e serviva per trasportare le truppe sul Nilo. Preceduti da una piccola scorta, gli schiavi sbarcarono una portantina, dalla quale l'occupante salutò calorosamente il giovane Djoser. Subito egli riconobbe Merura, il cui viso scavato e i cui occhi cerchiati tradivano debolezza e fragilità.

La città sacra[modifica]

Un vento caldo e secco investiva la strana costruzione, sbattendo contro le asperità della roccia. Nel corso degli anni, uno spesso strato di sabbia si era depositato sul fondo degli stretti corridoi, a cielo aperto; un cielo blu ceruleo. Da lontano, tutto ciò assomigliava a una distesa pietrosa di origine naturale. Tutt'al più, un osservatore attento avrebbe potuto notare una certa regolarità nell'erosione della pietra rossa. Avvicinandosi, i più curiosi avrebbero scoperto, posto in direzione del sole levante, un singolare ingresso, che conduceva a tre passaggi scavati nella roccia. Più oltre, ciascuno di questi passaggi si divideva ancora in tre, per perdersi in tragitti tortuosi che conducevano in vicoli ciechi, o a nuove ramificazioni.
Il Labirinto esisteva da tempi immemorabili. Senza dubbio risaliva alle origini del mondo, a quell'epoca misteriosa in cui Osiris e Isis regnavano sui Due Paesi. Si ignorava chi lo avesse fatto costruire, e per quale ragione. Persino gli ultimi re di Kemit ne avevano dimenticato l'esatta ubicazione. Colui che osava calpestarne il suolo lo faceva a proprio rischio e pericolo. Una credenza molto antica affermava che al suo interno fosse racchiuso un favoloso tesoro, guardato a vista da guerrieri invisibili. Tuttavia, questo tesoro doveva essere ben nascosto, perché nessuno aveva mai scoperto altro se non la successione di quegli stretti e profondi corridoi, a cielo aperto, con pareti due o tre misure più alte di un uomo e impossibili da scalare, tanto la roccia era liscia.

L'amore per Thanis[modifica]

Anno nuovo dell'Horus Djoser...

I raggi del sole calante illuminavano le pareti lisce della piramide, producendo sul terreno roccioso dell'altopiano un'ombra allungata e viola che faceva da contrasto con i riflessi dorati del tardo pomeriggio. Il rivestimento in calcare, di un bianco sfavillante, conferiva al monumento prodigioso un aspetto insolito, misterioso.
Lo si sarebbe detto un vascello fantasma, emerso da un mondo inaccessibile e venuto ad ancorarsi sul sacro altopiano, come ambasciatore di un'intelligenza superiore. Mai prima di allora si era potuto ammirare una simile costruzione, e certo doveva trattarsi di un edificio ispirato dagli dèi. Era costruito già da tre livelli ma i lavori in corso lasciavano presagire che la sua struttura non fosse ancora conclusa. Ciascun livello superava in altezza la misura di sei uomini, mentre la sua dimensione complessiva raggiungeva i sessanta cubiti.
Una lunga rampa orientata verso il fiume conduceva in cima. Composta di frammenti di roccia, sabbia e pietre, era ricoperta di tronchi d'albero immersi nell'argilla che alcuni operai continuavano a bagnare, per facilitare l'avanzamento dei pesanti blocchi di calcare. Alcune decine di operai lavoravano senza posa per trasportare sulla piattaforma i monoliti del terzo gradone. Il traino era assicurato da asini e da buoi, a volte da prigionieri o da volontari. Sotto la rampa si potevano scorgere le vestigia dei montacarichi che erano serviti a trasportare i massi ai due gradoni inferiori. Le squadre dei tagliatori di pietra, agli ordini dei loro capomastri, lavoravano intensamente perché si potesse terminare il quarto livello prima della fine dell'anno.
Se la profezia di Moshem, l'amorreo, si fosse avverata, una terribile carestia della durata di cinque anni avrebbe minacciato il Kemit e i lavori ne sarebbero stati, inevitabilmente, rallentati. Per questo gli operai addetti al taglio della pietra lavoravano intensamente fino al calare della notte.

La luce di Horus[modifica]

Anno diciassettesimo del regno di Djoser...

Il dio Khnum aveva mantenuto le sue promesse. Il grande regno del Kemit, da tre anni ormai conosceva di nuovo le piene fertilizzanti del Nilo. La siccità e la fame, le epidemie e la peste nera erano ormai un brutto ricordo. La vita sembrava avere ripreso il giusto corso con grande intensità. Eppure, dopo la morte tragica della piccola principessa Inkha-Es, caduta per mano di un criminale ancora sconosciuto, tutto sembrava essere ripiombato nel buio e nell'orrore.
Khira, di carattere cocciuto e ostinato, non aveva voluto sentire ragioni; non riusciva a perdonare a Thanys di averle mentito sul suo vero padre e rifiutava anche l'idea stessa di non essere stata concepita da Djoser.
Adesso era sfuggita, cadendo nella trappola del principe cipriota Tash'Kor che, molto probabilmente, l'avrebbe uccisa. L'ho amata più di me stessa, fin da quando era un piccolo granello informe che tormentava il mio corpo e il mio spirito. Per lei ho ucciso, ho attraversato il deserto, sono morta e rinata pensava tra sé Thanys. Poi, con le lacrime agli occhi, disse forte: «Dove mai ho sbagliato?».

Bibliografia[modifica]

  • Bernard Simonay, La leggenda di Imhotep. La bastarda del Nilo, traduzione di Frediano Sessi, Piemme, 1998, ISBN 978-8838431197
  • Bernard Simonay, La leggenda di Imhotep. Il volo del falcone, traduzione di Frediano Sessi, Piemme, 1998, ISBN 978-8838440878
  • Bernard Simonay, La leggenda di Imhotep. La città sacra, traduzione di Frediano Sessi, Piemme, 1999, ISBN 978-8838441875
  • Bernard Simonay, La leggenda di Imhotep. L'amore per Thanis, traduzione di Frediano Sessi, Piemme, 1999, ISBN 978-8838445491
  • Bernard Simonay, La leggenda di Imhotep. La luce di Horus, traduzione di Frediano Sessi, Piemme, 2000, ISBN 978-8838448867

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