Christian Jacq

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Christian Jacq (1947 — vivente), scrittore ed egittologo francese. Ha usato anche gli pseudonimi J. B. Livingstone, Christopher Carter e Célestin Valois.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il grande romanzo di Ramses[modifica]

Il figlio della luce[modifica]

Il toro selvaggio, immobile, fissava il giovane Ramses.
Una bestia mostruosa: zampe grosse come pilastri, lunghe orecchie pendule, una barba dura sulla mandibola inferiore, il mantello bruno e nero. E aveva avvertito la presenza del giovane.
Ramses era affascinato dalle corna del toro, ravvicinate e rigonfie alla base per poi piegarsi all'indietro e quindi volgersi all'insù, sì da formare una sorta di casco concluso da punte acuminate, capaci di squarciare la carne di qualsiasi avversario.
L'adolescente non aveva mai visto un toro tanto enorme.
L'animale apparteneva a una razza temibile, che anche i migliori cacciatori esitavano a sfidare; pacifico nel suo clan, pronto a soccorrere i suoi simili feriti o malati, premuroso nell'educazione dei piccoli, il maschio si trasformava in tremendo guerriero quando se ne turbava la quiete. Infuriato dalla minima provocazione, caricava a velocità stupefacente e non si rabboniva se non dopo aver schiantato l'avversario.
Ramses arretrò d'un passo.

La dimora millenaria[modifica]

Ramses era solo, attendeva un segno dall'invisibile.
Solo di fronte al deserto, all'immensità di un paesaggio brullo e arido, solo di fronte al proprio destino la cui chiave gli sfuggiva ancora.
A ventitré anni, il principe Ramses era un atleta di un metro e ottanta, dalla splendida chioma bionda, dal volto allungato, e dotato di una muscolatura sottile e potente. La fronte larga e scoperta, l'arco prominente delle folte sopracciglia, gli occhi piccoli e vivaci, il naso lungo e lievemente arcuato, le orecchie rotonde e delicatamente orlate, le labbra alquanto spesse e la mascella forte contribuivano a dare al suo volto un piglio autoritario e seducente.
Così giovane, quanto cammino aveva già percorso! Scriba reale, iniziato ai misteri di Abido e reggente del regno d'Egitto, Sethi lo aveva associato al trono, designando così il figlio cadetto alla sua successione.
Ma Sethi, quel grandissimo faraone, quel sovrano insostituibile che aveva saputo garantire alla sua terra felicità, prosperità e pace, Sethi era morto dopo quindici anni di un regno eccezionale, quindici anni troppo brevi, volati via come un ibis nel crepuscolo di una giornata estiva.

La battaglia di Qadesh[modifica]

Il cavallo di Danio galoppava sulla pista ardente che portava alla Dimora del Leone, una borgata della Siria del Sud fondata dall'illustre Faraone Sethi. Egiziano da parte di padre e siriano da parte materna, Danio aveva fatto proprio l'onorevole mestiere di portalettere e si era specializzato nella consegna di messaggi urgenti. L'amministrazione egiziana gli forniva cavallo, cibo e vestiario; Danio godeva di una dimora da funzionario a Sile, città frontaliera del nordest, e alloggiava gratis nelle stazioni di posta. Insomma, una gran bella vita, continui viaggi e l'incontro con siriane poco scontrose, talvolta desiderose di sposare un funzionario il quale tagliava la corda a grande velocità non appena il legame prendeva una piega troppo seria.
Danio, di cui i genitori avevano scoperto la vera natura grazie all'astrologo del villaggio, non sopportava di restare imprigionato neppure tra le braccia di una spigliata amante. Per lui, nulla contava più dello spazio da divorare e della pista polverosa da percorrere.
Scrupoloso e metodico, il portalettere era considerato un ottimo elemento dai suoi superiori. Fin dall'inizio della sua carriera, non aveva smarrito una sola missiva e spesso aveva superato i limiti dell'orario regolamentare per accontentare un mittente che aveva fretta. Consegnare i messaggi il più presto possibile era il suo sacrosanto impegno.

La regina di Abu Simbel[modifica]

Massacratore, il leone di Ramses, lanciò un ruggito che inchiodò per la paura gli egiziani al pari dei rivoltosi. L'enorme belva che il Faraone aveva decorato di una sottile collana d'oro per i buoni e leali servigi resi durante la battaglia di Qadesh contro gli ittiti[1] pesava più di trecento chili. Era lunga quattro metri e aveva una criniera folta e fiammeggiante, rigogliosa al punto da coprirle la zona superiore della testa, le gote, il collo, in parte le spalle e il petto. Il pelo, liscio e corto, era di un bruno chiaro e lucente.
In un raggio di oltre venti chilometri restava traccia della collera di Massacratore, e non c'era chi non comprendesse che era anche quella di Ramses che, dopo la battaglia di Qadesh, era divenuto Ramses il grande.
Ma era proprio reale quella grandezza, dal momento che il faraone d'Egitto, nonostante il suo prestigio e il suo valore, non riusciva imporre la propria legge ai barbari dell'Anatolia?
L'esercito egiziano si era rivelato assai deludente durante lo scontro. I generali, vili o incompetenti, avevano abbandonato Ramses lasciandolo solo di fronte a milioni di avversari sicuri della propria vittoria. Ma il dio Amon, nascosto nella luce, aveva udito la preghiera di suo figlio e conferito al braccio del faraone una forza soprannaturale.
Dopo cinque anni di tempestoso regno, Ramses aveva creuto che la vittoria da lui riportata a Qadesh avrebbe impedito a lungo agli ittiti di rialzare la testa e che per il Medio Oriente si sarebbe aperta un'era di relativa pace.
Si era gravemente sbagliato, lui, il toro possente, l'amato della Regola divina, il protettore dell'Egitto, il Figlio della Luce. Meritava codesti nomi d'incoronazione di fronte alla sedizione che rumoreggiava nei suoi protettorati tradizionali, Canaan e la Siria del Sud? Non soltanto gli ittiti non rinunciavano alla lotta, ma avevano anzi scatenato una vasta offensiva alleandosi con i beduini, saccheggiatori e assassini che da sempre bramavano le ricche terre del Delta.

L'ultimo nemico[modifica]

I raggi del sole al tramonto rivestivano d'oro celestiale le facciate dei templi di Pi-Ramses, la capitale che Ramses il grande aveva fatto costruire nel Delta. La città di turchese, così chiamata a causa del colore delle piastrelle verniciate che ornavano la facciata delle dimore, era l'incarnazione della ricchezza, della potenza e della bellezza.
Piacevole vivervi, ma quella sera Serramanna, il gigante sardo, non si godeva né la dolcezza dell'aria né la tenerezza di un cielo che andava tingendosi di rosa. Con in testa un elmo ornato di corna, la spada al fianco, i baffi arricciati, l'ex pirata divenuto il capo della guardia personale di Ramses galoppava, di pessimo umore, verso la villa del principe ittita Uri-Teshup, in domicilio coatto ormai da parecchi anni.
Uri-Teshup, figlio decaduto dell'imperatore della terra di Hatti, Muwattali, nemico giurato di Ramses. Uri-Teshup, che aveva fatto morire suo padre per prenderne il posto, ma si era dimostrato meno astuto di Hattusil, il fratello dell'imperatore: mentre Uri-Teshup si illudeva di avere in pugno il paese, Hattusil si era impadronito del trono costringendo il rivale alla fuga. Una fuga organizzata dal diplomatico Asha, amico d'infanzia di Ramses.
Serramanna sorrise. L'implacabile guerriero anatolico, un fuggiasco! E, colmo dell'ironia, era stato Ramses, l'uomo che Uri-Teshup odiava più di ogni altro al mondo, a concedergli asilo politico in cambio di informazioni sulle truppe ittite e il loro armamento.
Quando con grande sorpresa dei due popoli, nel ventunesimo anno del regno di Ramses, l'Egitto e l'impero di Hatti avevano concluso un trattato di pace e di mutua assistenza in caso di aggressione esterna, Uri-Teshup aveva temuto che fosse arrivata la sua ultima ora. Non sarebbe stato il capro espiatorio per eccellenza, un perfetto dono offerto da Ramses a Hattusil per sugellare la loro intesa? Ma, rispettoso del diritto di asilo, il faraone si era rifiutato di estradare il suo ospite.

Il segreto della pietra di luce[modifica]

Nefer[modifica]

Claire[modifica]

Il pericolo incombeva, ossessivo.
Dalla morte di Ramses il Grande, dopo sessantasette anni di regno, il Luogo della Verità viveva nell'angoscia. Situato sulla riva occidentale di Tebe, il villaggio segreto e chiuso degli artigiani, il cui compito più importante era quello di scavare e decorare le tombe dei re e delle regine, si interrogava sulla propria sorte.
Allo scadere dei settanta giorni di mummificazione dell'illustre defunto, quali decisioni avrebbe preso il nuovo faraone, Merenptah, che aveva sessantacinque anni? Figlio di Ramses, aveva fama di uomo autoritario, giusto e severo; ma avrebbe saputo sventare gli inevitabili complotti e liberarsi di coloro che brigavano per occupare il "trono dei vivi" e per impadronirsi delle Due Terre, l'Alto e il Basso Egitto?

Paneb[modifica]

A una sola cosa miravano i cinque uomini che erano riusciti ad avvicinarsi alla zona proibita: introdursi furtivamente nel Luogo della Verità, il villaggio segreto della riva occidentale di Tebe, forzare le porte del tempio e rubarvi un tesoro di inestimabile valore.
L'uomo che guidava il drappello di ladri sorrise pensando all'enorme ricompensa che lo aspettava: nessuno, nemmeno Sobek, il capo della polizia locale, poteva prevedere tutto, e il rischio, per loro, era ancor meno grande se si considerava che godevano della complicità di un membro della confraternita, la quale si credeva perfettamente al sicuro dietro le proprie alte mura.
Il traditore aveva il cuore in gola.

Maat[modifica]

Il Luogo della Verità, il villaggio segreto degli artigiani incaricati di scavare e decorare le tombe della Valle dei Re, era sopraffatto dall'angoscia. Dopo l'assassinio del maestro di bottega Nefer il Silenzioso, uomini, donne, bambini e persino gli animali domestici come il cane Nero o Bestiaccia, l'oca guardiana, avevano paura del tramonto.
Quando il sole sprofondava nella montagna per iniziare il suo viaggio notturno nel cuore del mondo sotterraneo, tutti gli abitanti del villaggio si rifugiavano nelle loro casette bianche. Di lì a poco un'ombra malefica sarebbe uscita dal sepolcro di Nefer, alla ricerca di una preda.

I misteri di Osiride[modifica]

L'albero della vita[modifica]

Iker aprì gli occhi.
Impossibile muoversi. Era saldamente legato mani e piedi all'albero maestro di una grande imbarcazione che navigava a tutta velocità su un mare calmo.
La passeggiata lungo la riva al termine di una giornata di lavoro, i cinque uomini che si scagliavano su di lui colpendolo con un bastone, il vuoto... Il suo corpo era dolorante, la testa in fiamme.
«Slegatemi» implorò.

La cospirazione del male[modifica]

L'acacia di Osiride stava morendo.
Se l'albero della vita si fosse spento, i misteri della resurrezione non avrebbero più potuto essere celebrati e l'Egitto sarebbe scomparso. Incapace di diffondere il segreto essenziale, sarebbe diventato un Paese come tutti gli altri, abbandonato all'ambizione di pochi, alla corruzione, all'ingiustizia, alla menzogna e alla violenza.
Ecco perché il faraone Sesostri, il terzo a portare questo nome, si sarebbe battuto fino all'ultimo per preservare l'inestimabile eredità dei suoi antenati e per trasmetterla al suo successore. Alto più di due metri, un colosso di cinquant'anni dallo sguardo penetrante, conduceva una difficile battaglia dalla quale, nonostante l'innata autorità, il coraggio e la determinazione, non sarebbe forse uscito vincitore.
Gli occhi sprofondati nelle orbite, le palpebre pesanti, gli zigomi sporgenti, il naso dritto e sottile, la bocca ricurva, Sesostri aveva un volto indecifrabile. Non si diceva che, grazie a quelle sue grandi orecchie, riuscisse a percepire anche una parola pronunciata nel fondo di una grotta?

Il cammino di fuoco[modifica]

Il proprietario della piccola carovana si rallegrava di aver scelto la soluzione più pericolosa deviando dalla pista controllata dalla polizia del deserto. Certo, temeva i predoni del deserto, briganti che si aggiravano per tutta la Siro-Palestina a caccia di una preda, tuttavia la sua conoscenza del territorio gli permetteva di evitarli. Poiché la protezione delle forze dell'ordine non era gratuita, avrebbe dovuto cedere loro una parte del carico, dopo un accurato controllo per verificare che non trasportasse armi. Insomma, un sacco di noie e una sostanziale riduzione dei suoi introiti!
La carovana si dirigeva verso la città principale della regione, Sichem, residenza del rude Nesmontu, generale capo dell'esercito egiziano, fortemente deciso a lottare contro inafferrabili gruppuscoli di rivoltosi che seminavano il terrore. Pericolo vero, o semplice invenzione di Nesmontu per giustificare l'occupazione militare? Sichem aveva sì tentato di ribellarsi, ma il suo accesso febbrile era sfociato in una brutale repressione e nell'esecuzione dei sobillatori.

Il grande segreto[modifica]

L'alba nasceva su Abido, la Grande Terra di Osiride. Un'alba sperata e temuta, poiché si trattava di quella dell'anno nuovo. Questa giornata eccezionale avrebbe segnato l'inizio della piena da cui dipendeva la prosperità dell'Egitto? Malgrado lo studio approfondito degli archivi e le prime misure approntate dagli esperti di Elefantina, nessun tecnico si riteneva capace di fornire una previsione degna di fede. Il flusso delle acque sarebbe stato benefico, devastante o insufficiente? L'angoscia attanagliava i cuori, ma tutti continuavano ad avere fiducia in Sesostri. Da quando governava le Due Terre, gli assalti del male si infrangevano contro questo gigante impassibile. Non aveva forse sconfitto l'egoismo dei governatori di provincia, ristabilito l'unità del Paese e la pace nella Nubia?
Il comandante delle forze speciali incaricate di garantire la sicurezza del posto non provava alcun timore. Secondo il suo capo, il vecchio generale Nesmontu, il re dominava il genio del Nilo. Grazie ai rituali e alle offerte, l'inondazione si sarebbe compiuta in maniera armoniosa. Questa certezza non impediva all'ufficiale di esercitare la sua funzione con severità controllando, ogni mattina, i lavoratori temporanei ammessi a oltrepassare la frontiera del luogo sacro. Dai fornai ai birrai, dai falegnami ai tagliapietre, li controllava uno per uno e annotava i loro giorni di presenza. Tutti coloro che non giustificavano la loro assenza venivano cancellati immediatamente dall'elenco.
Si presentò un uomo dal cranio rasato, imberbe, di statura alta e vestito con una tunica di lino bianco.

Il figlio di Ramses[modifica]

La tomba maledetta[modifica]

Il Vecchio era nato vecchio e la cosa lo lasciava indifferente. Discendente di una lunga stirpe che alcuni facevano risalire al regno del primo faraone, disponeva di un elisir di giovinezza: il buon vino. Un bianco secco e fruttato al risveglio, un rosso corposo a pranzo, un frizzante leggero nel pomeriggio e un vino pregiato per accompagnare il pasto serale. Garantendo l'idratazione, quei magnifici prodotti, frutto dell'incontro perfetto tra natura e intelligenza umana, erano il rimedio ideale per qualunque malattia.
Quanti erano i giovani che bevevano acqua e a cui mancavano le forze? Sicuramente la birra non era da disdegnare, soprattutto nella stagione calda, ma niente poteva sostituire il vino. Proprietario di una vigna nei dintorni di Menfi, la capitale economica d'Egitto, il Vecchio ne aveva affidato la coltivazione a due specialisti che sorvegliava da vicino. Le anfore, tutte ben contrassegnate, venivano conservate in una cantina chiusa da una doppia porta con solidi chiavistelli, al riparo dai predoni.

Il libro proibito[modifica]

Il Vecchio assaggiò il piatto di carne preparato dal cuoco e sputò tutto il boccone.
«Mi prendi in giro? È disgustoso!»
«Ho fatto del mio meglio. Ho...»
«Hai perso la testa e pure la mano! Come osi presentare quest'indecenza al nostro padrone?»
«Con tutto quello che sta succedendo è impossibile mantenere la calma e...»
«Che scusa patetica! Ti do un'ultima possibilità: prepara un pranzo degno di tale nome, altrimenti ti sbatto fuori.»
Il cuoco rinunciò a far valere le proprie ragioni e ritornò in cucina per soddisfare l'irascibile intendente che, qualunque fossero le circostanze, non era mai disposto a passare sopra a nulla. Essere al servizio di Keku, supervisore dei granai reali di Menfi e futuro ministro dell'Economia, era una sorta di privilegio cui i suoi dipendenti non erano disposti a rinunciare. A fronte di condizioni di lavoro alquanto rigide, il salario era elevato, il cibo di qualità, l'alloggio piacevole e le vacanze lunghe. L'unico problema era il Vecchio, intrattabile e attento al minimo dettaglio: sempre pronto a dare l'esempio, suscitava una forma di timore misto a rispetto e nessuno avrebbe mai osato metterne in discussione l'autorità.

Il ladro di anime[modifica]

Setna rifiutava di morire in quel modo. La tempesta era di una violenza inaudita e l'imbarcazione che lo portava a Copto minacciava di affondare, anche se per il momento resisteva.
Un'onda rabbiosa si era abbattuta sul ponte, e quattro marinai si erano gettati sul figlio di Ramses, la cui presenza a bordo alimentava la collera del fiume.
Gli alberi si stavano spezzando, le vele si squarciavano; se il giovane scriba dallo sguardo profondo e dal portamento maestoso non fosse stato eliminato, sarebbero morti tutti. Impossessandosi del Libro di Thot, proibito agli uomini, non aveva forse provocato il furore degli dei?
Setna non resistette a lungo agli aggressori, energumeni sovreccitati; due di essi gli bloccarono le braccia, altri due lo sollevarono e lo gettarono nelle acque agitate del Nilo.
Il capitano e il suo equipaggio sarebbero stati concordi nel dichiarare che il malcapitato era caduto in acqua. Viste le circostanze, impossibile ripescarlo.
La testa dello scriba non riapparve, l'imbarcazione si allontanò. Una volta scomparso il responsabile di tutti i problemi, sarebbe tornato la calma.

La città sacra[modifica]

Alzatosi subito prima dell'alba, il Vecchio era di pessimo umore. Una nottataccia, le articolazioni che gli dolevano e la sensazione che sarebbe stata una brutta giornata. Una catastrofe sembrava imminente.
Eppure all'interno del tempio della dea leonessa regnava una calma assoluta, anche se, dietro le sue alte pareti, la ricca città di Menfi, "Bilancia delle Due Terre", era percorsa da mille dicerie inquietanti. Ramses il Grande non era fors emalato? Degli assassini non minacciavano la sicurezza della popolazione?
Il Vecchio diede da mangiare al suo asino, Vento del Nord, il cui sguardo profondo esprimeva inquietudine. Aveva un'espressione niente affatto rassicurante, e il Vecchio preferì non parlare con quell'animale che non si sbagliava mai. Portò del latte fresco e del pane caldo alla sua protetta, la giovane Sekhet, che presto avrebbe aperto l'ambulatorio per ricevere la sua prima paziente.
Lì, sotto la sorveglianza del cane Geb, era al sicuro degli assalti del padre, l'importante Keku, che aveva incaricato invano dei sicari di eliminarla e che non avrebbe esitato a uccidere sua figlia: Sekhet sapeva troppe cose e rifiutava di collaborare con quel mostro, tanto abile nell'imbrogliare le autorità.

Per amore di Iside[modifica]

Le stelle danzavano in un cielo blu oltremarino. Iside, la superiora delle sacerdotesse del tempio di Philae, ne contemplava il chiarore scaturito dal fondo dell'universo. Un chiarore che rivelava la presenza, nel cuore dell'aldilà, dei re resuscitati; l'anima dei faraoni sconparsi continuava a proteggere il santuario dove la grande dea vegliava sui propri ultimi seguaci, una cinquantina tra uomini e donne che, sei secoli dopo la nascita di Cristo, vivevano la fede degli egizi nella purezza di una regola immutata, nonostante la nuova religione che aveva conquistato l'intero paese.
Sola resisteva la montagna sacra di Philae, rischiarata dalle luci a levante, al centro di un caos di scogli, l'isola sacra di Iside appariva come un paradiso verdeggiante cinto da late mura. Secondo una leggenda, osservare quella fortezza apriva la porta che conduceva agli dei.
La giovane donna, vestita con la tradizionale tunicabianca, udiva il cinguettio degli uccelli nella voliera ombreggiata dalle acacie. La luce non avrebbe indugiato ancora a lungo prima di sopraffare le tenebre. Sul basamento di granito, la cui asprezza era addolcita da una vegetazione lussureggiante da cui emergevano palme da dattero, l'isola sfidava il potente vescovo Teodoro, al tempo stesso padre spirituale e capo temporale di quella regione sperduta del sud dell'Egitto, ai confini dell'Impero. Oltre quei luoghi c'era l'ignoto, il pericolo e le genti barbare.

Il ragazzo che sfidò Ramses il Grande[modifica]

«Io qui sono a casa mia!» proclamò a gran voce un uomo sulla quarantina, di costituzione robusta. «Ordini del Faraone.»
Quel terribile personaggio si chiamava Setek. Portava alla cintola una spada di bronzo. Una corazza di cuoio gli ricopriva il petto, rendendolo spaventoso come un demone della notte.
«È impossibile» ribatté Geru. «Mia moglie Nejemet, la padrona di casa, può giurarglielo.»
Geru, "il silenzioso", e Nejemet, "la dolce", erano sposati da molti anni. Avevano avuto un unico figlio, che ora aveva quindici anni ed era la speranza della loro vecchiaia. Con la forza del loro lavoro avevano acquistato un campo, un frutteto, e molti orticelli sulle sponde del Nilo.
Fino a quel momento la loro vita era stata felice.

Cleopatra. L'ultima regina d'Egitto[modifica]

La regina era nuda.
Dalla terrazza in cima al suo palazzo Cleopatra contemplava, per l'ultima volta, la sua amata capitale, la magnifica Alessandria.
Il vento dolce della notte non riusciva a calmarla; lei, sovrana dell'Egitto, aveva creduto di conquistare quella terra prediletta degli dei, che invece le sfuggiva; lei, padrona assoluta di un paese ricco, era ridotta alla solitudine e all'impotenza.
La fiamma che brillava in cima al faro rischiarava il mare, celebrando la gloria della città fondata da Alessandro Magno, dopo aver sconfitto i persiani e liberato il paese dei faraoni da una terribile occupazione. La biblioteca, il Museo, i templi, il teatro, i palazzi, il porto, il faro... Luoghi meravigliosi dei quali era diventata la legittima proprietaria alla morte di suo padre, durante l'eclissi totale di luna del 7 marzo del 51 a.C.

Nefertiti. La regina del sole[modifica]

L'oro del sole al tramonto inondava l'Ombra del Sole, la residenza dove si era ritirata Nefertiti, a debita distanza dal centro della nuova capitale creata dal marito, il faraone Akhenaton. Aveva sperato che, isolandosi, avrebbe recuperato le forze, ma lo sfinimento cresceva inesorabilmente.
Quanto amava la fine del giorno, quell'ora tanto serena. Le sommità delle colline si tingevano di un colore rossiccio, il Nilo scintillava, gli animali rientravano dai campi, le melodie dei flauti deliziavano i raccolti. Poi sarebbe calata la notte, sinonimo di una morte che al sole divino sarebbe spettato sconfiggere.
Un sole che Nefertiti non avrebbe più contemplato su quella terra.
«È arrivato lo scultore Thutmose» l'avvertì il Vecchio, suo fedele servitore fin dall'infanzia.
«Che entri pure.»

Il mago del Nilo: Imhotep e la prima piramide[modifica]

Imhotep contemplava il deserto, regno proibito popolato da bestie feroci e spettri crudeli. Al cadere della notte il giovane uomo di vent'anni avrebbe dovuto allontanarsi da quel territorio pericoloso e tornare a casa. Ma all'indomani della morte del padre sentiva il bisogno di stare da solo, lontano da un mondo la cui ingiustizia lo opprimeva troppo.
Sino alla tragedia, l'esistenza gli era sembrata quasi facile. I suoi genitori, semplici contadini, si erano ripromessi di offrire al loro unico figlio una vita migliore. Quando Imhotep, cinque anni prima, era stato accettato come apprendista scultore di vasi in pietra nel laboratorio reale di Menfi, il loro sogno si era realizzato.
Un padre non ha il diritto di morire.
Perché gli dei si mostravano così crudeli? Perché avevano colpito una famiglia così unita? Mille pensieri turbinavano nella mente di Imhotep, che si ribellava a quell'ingiusto destino.
La sabbia scricchiolava sotto i suoi sandali mentre lui camminava dritto davanti a sé, nella notte. Non curandosi della fatica, Imhotep faceva affidamento sulle sue gambe instancabili per giungere sino al cuore di quella immensità, sperando così di consumare l'insopportabile dolore.

Le indagini dell'ispettore Higgins[modifica]

Il segreto di Mac Gordon[modifica]

The Slaughterers, piccolo villaggio del Gloucestershire, era uno dei luoghi più tranquilli della vecchia Inghilterra e quindi dell'universo. Ospitava la dimora di famiglia dell'ex ispettore capo Higgins che, in pensione, trascorreva felicemente le sue giornate. Aveva lasciato senza rimpianti New Scotland Yard e i suoi locali di cemento e di acciaio, consacrati alla polizia scientifica.
Quella mattina, come la maggior parte delle altre giornate, pioveva. Occasione eccellente per accendere il fuoco nel grande camino del salone, per sonnecchiare una mezz'oretta sognando i bei vecchi tempi in cui gli aerei, le automobili, la televisione, i cellulari e i computer non esistevano. Con la mano sinistra, Higgins accarezzò le orecchie di Trafalgar, un superbo siamese dagli occhi azzurri, disteso sulla poltrona più soffice; poi mise qualche rametto nel camino. Le vecchie braci, ancora calde, sarebbero state sufficienti per accenderlo. Higgins utilizzò un soffietto. Ma smosse solo del fumo denso che lo fece tossire. I rametti erano troppo verdi.

Assassinio tra i druidi[modifica]

In quella notte d'estate, la processione entrò con lentezza e solennità nella magica cinta di pietre di Stonehenge. Era guidata dal grande druido, seguito dal druido giudice, dal druido sacrificatore, da una druidessa, da un bardo, da una bardessa e da un bate. I druidi indossavano una veste bianca, simbolo di verità e purezza, i bardi una blu, colore del cielo sereno, e il vate una verde, simbolo della scienza di cui era depositario. Tutti avevano testa e piedi nudi, per essere a perfetto contatto con la terra madre e le potenze celesti. Secondo le più antiche tradizioni, tenevano un bastone, di quercia per i druidi, di betulla per i bardi e di tasso per il vate.

Note[modifica]

  1. I lontani antenati dei turchi.

Bibliografia[modifica]

  • Christian Jacq, Il romanzo di Ramses. Il figlio della luce, traduzione di Francesco Saba Sardi, Mondadori, 1997. ISBN 8804430303
  • Christian Jacq, Il romanzo di Ramses. L'ultimo nemico, traduzione di Francesco Saba Sardi, Mondadori, 1998. ISBN 8804448121
  • Christian Jacq, Il romanzo di Ramses. La battaglia di Qadesh, traduzione di Francesco Saba Sardi, Mondadori, 1997. ISBN 880443581X
  • Christian Jacq, Il romanzo di Ramses. La dimora millenaria, traduzione di Maria Pia Tosti Croce, Mondadori, 1997. ISBN 8804432470
  • Christian Jacq, Il romanzo di Ramses. La regina di Abu Simbel, traduzione di Francesco Saba Sardi, Mondadori, 1997. ISBN 8804437952
  • Christian Jacq, Il segreto della pietra di luce. Claire, traduzione di Mario Morelli, Mondadori, 2000. ISBN 8804482982
  • Christian Jacq, Il segreto della pietra di luce. Paneb, traduzione di Laura Serra, Mondadori, 2000. ISBN 8804482966
  • Christian Jacq, Il segreto della pietra di luce. Maat, traduzione di Mario Morelli, Mondadori, 2000. ISBN 8804482990
  • Christian Jacq, I misteri di Osiride. L'albero della vita, traduzione di Maddalena Mendolicchio e Sara Arena, Corriere della Sera, 2004
  • Christian Jacq, I misteri di Osiride. La cospirazione del male, traduzione di Cristiana Latini e Chiara Santoriello, Corriere della Sera, 2004
  • Christian Jacq, I misteri di Osiride. Il cammino di fuoco, traduzione di Valeria Fucci e Nicolina Pomilio, Corriere della Sera, 2004
  • Christian Jacq, I misteri di Osiride. Il grande segreto, traduzione di Giorgia Cappelli ed Elisabetta Ercolini, Corriere della Sera, 2004
  • Christian Jacq, Il figlio di Ramses. La tomba maledetta, traduzione di Stefania Barontini Conversano, Tre60, 2016, ISBN 978-88-6702-305-9
  • Christian Jacq, Il figlio di Ramses. Il libro proibito, traduzione di Stefania Barontini Conversano, Tre60, 2016, ISBN 978-88-6702-306-6
  • Christian Jacq, Il figlio di Ramses. Il ladro di anime, traduzione di Maddalena Togliani, Tre60, 2016, ISBN 978-88-6702-327-1
  • Christian Jacq, Il figlio di Ramses. La città sacra, traduzione di Maddalena Togliani, Tre60, 2016, ISBN 978-88-6702-328-8
  • Christian Jacq, Per amore di Iside, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 1997. ISBN 88-452-3552-1
  • Christian Jacq, Il ragazzo che sfidò Ramses il Grande, traduzione di Michela Finassi Parolo, Piemme (Il battello a vapore), 1997. ISBN 978-8838477041
  • Christian Jacq, Cleopatra. L'ultima regina d'Egitto, traduzione di Maddalena Togliani, TEA, 2017. ISBN 978-88-6702-436-0
  • Christian Jacq, Nefertiti. La regina del sole, traduzione di Maddalena Togliani, TEA, 2017. ISBN 978-88-6702-390-5
  • Christian Jacq, Il mago del Nilo: Imhotep e la prima piramide, traduzione di Marcella Umberti-Bona, Tre60, 2017. ISBN 8867023853
  • Christian Jacq, Le indagini dell'ispettore Higgins. Il segreto di Mac Gordon, traduzione di Marcella Rostagny Maggio, TEA, 2017. ISBN 978-88-502-4873-5
  • Christian Jacq, Le indagini dell'ispettore Higgins. Assassinio tra i druidi, traduzione di Marcella Rostagny Maggio, TEA, 2017. ISBN 978-88-502-4921-3

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