Conn Iggulden

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search

Conn Iggulden (1971 – vivente), scrittore britannico.

Incipit di alcune opere[modifica]

Ciclo dell'imperatore[modifica]

Le porte di Roma[modifica]

Il sentiero nel bosco era un'ampia strada maestra per i due ragazzi che lo percorrevano. Entrambi erano talmente ricoperti di fango nerastro da non sembrare quasi più esseri umani. Il più alto aveva occhi azzurri che scintillavano vividi tra le striature di melma pruriginosa.
«Ci ammazzeranno, Marco» disse sogghignando. Nella mano stringeva una fionda appesantita da un ciottolo di fiume levigato.
«Colpa tua, Caio, che mi hai convinto a venire. Ti avevo pur detto che il letto del fiume non era completamente asciutto.»
Con queste parole, il ragazzo più basso rise e spinse il compagno tra i cespugli che fiancheggiavano il viottolo. Con un grido di gioia, spiccò la corsa, inseguito da Caio che faceva roteare la fionda.
«All'attacco!» gridò con voce acuta. Le percosse che li aspettavano a casa per aver rovinato le tuniche sembravano lontanissime e comunque conoscevano i trucchi per cavarsi d'impiccio... al momento opportuno. Ora la sola cosa importante era correre lungo i sentieri boscosi e spaventare gli uccelli. Le piante dei loro piedi andavano già ispessendosi, benché nessuno dei due ragazzi avesse visto più di otto primavere.

Il soldato di Roma[modifica]

Il forte di Mitilene incombeva minaccioso sulla collina. Sprazzi di luce baluginavano sulle mura mentre le sentinelle si muovevano nell'oscurità. La porta di ferro e quercia era sbarrata e l'unica strada che conduceva ai ripidi pendii pullulava di guardie.
Gaditico aveva lasciato solo venti dei suoi uomini sulla galea. Non appena era sbarcato il resto della centuria, aveva ordinato di levare il corvo e l'Accipiter si era allontanata silenziosa dall'isola buia, con i remi che fendevano appena le acque immobili del mare.
La galea sarebbe stata al sicuro da assalti durante la loro assenza. L'imbarcazione era immersa nell'oscurità ed era invisibile alle navi nemiche a meno che non si fossero addentrate nel porticciolo dell'isola.

Cesare, padrone di Roma[modifica]

Giulio, in piedi vicino alla finestra aperta, guardava le colline della Spagna. Il sole del tramonto inondava di luce una cima remota e la faceva sembrare sospesa nell'aria: una venatura d'oro in lontananza. Dietro di lui il mormorio delle voci si alzava e si abbassava senza interrompere il corso dei suoi pensieri. Il vento leggero gli portava il profumo delicato e fragrante del caprifoglio, gli sfiorava le narici e faceva sembrare più acre il suo sudore, poi si allontanava nell'aria e non c'era più.
Era stata una giornata faticosa. Si premette una mano sugli occhi e sentì montare dentro di sé come un'acqua scura, un empito di stanchezza. Nell'accampamento le voci si mescolavano al cigolio degli sgabelli e al fruscio delle mappe militari. Quante centinaia di serate aveva passato al piano superiore del forte con quegli uomini? Era un'abitudine confortante per tutti loro, alla fine della giornata, e, anche se non c'era niente di cui discutere, si riunivano a bere e a parlare. Era un modo per tenere Roma viva nella mente e qualche volta bastava a far dimenticare che da quattro anni non tornavano a casa.
All'inizio, Giulio si era immerso nei problemi delle province e per mesi interi non aveva pensato a Roma. Si alzava all'alba e andava a dormire al tramonto mentre la Decima Legione costruiva città nelle regioni lasciate allo stato selvaggio. Sulla costa, Valentia era stata trasformata con la calce, il legno, la vernice, e ora sembrava una città nuova costruita sopra la vecchia. Avevano aperto strade per collegare i territori e ponti che aprivano ai colonizzatori la via delle colline, che altrimenti sarebbero rimaste isolate. Cesare aveva lavorato con un'energia costante in quei primi anni e si era servito della stanchezza come di una droga per allontanare i ricordi. Quando si addormentava, veniva da lui Cornelia. Erano le notti in cui lasciava il letto intriso di sudore e andava a cavallo fino ai posti di guardia, sbucava dal buio, all'improvviso, finché i soldati della Decima non diventavano stanchi e inquieti come lui.
A dispetto della sua indifferenza, i suoi genieri avevano scoperto l'oro in due nuovi filoni, più ricchi di tutti quelli che avevano trovato prima. Il metallo prezioso possedeva una certa attrattiva e quanod Giulio aveva visto il primo bottino rovesciarsi da una pezza sul suo tavolo, l'aveva guardato con odio per quello che rappresentava. Lui non aveva portato niente con sé in Spagna, ma quella terra svelava i suoi segreti e alla ricchezza si accompagnava il richiamo della città natale e della vita che lui aveva quasi dimenticata.
Sospirò a quel pensiero. La spagna era un luogo straordinario dove abitare, sarebbe stato difficile lasciarla, ma sapeva che non le avrebbe dedicato molto tempo ancora. La vita era troppo preziosa e troppo breve per essere sprecata.

La stirpe di Gengis Khan[modifica]

Il figlio della steppa[modifica]

Nevicava. Quando gli arcieri mongoli circondarono l'accampamento dei razziatori tartari la visuale era ridottissima. I guerrieri guidavano i piccoli ma robusti cavalli della Mongolia soltanto con le ginocchia, sollevandosi sulle staffe per scoccare una freccia dopo l'altra con impressionante precisione.
Cavalcavano in silenzio, determinati. Quello dei cavalli al galoppo era l'unico suono che sfidava le grida dei feriti e l'ululare del vento. I Tartari non avevano modo di sfuggire alle mortali saette che scaturivano dalle ali oscure della battaglia. I destrieri crollavano sulle ginocchia senza un lamento, con un fiotto di sangue che sgorgava dalle narici.

Il falco di Sparta[modifica]

A Babilonia gli storni mostravano le lingue scure nei becchi aperti per il caldo.
Al di là delle possenti mura della città il sole premeva su coloro che lavoravano nei campo, schiacciandoli.
Un velo di sudore o di olio, il figlio non era in grado di dirlo, rendeva lucente la pelle del Re dei Re. I riccioli della sua barba brillavano, una caratteristica che gli apparteneva come il profumo di rose o il lungo pannello della veste che indossava.
L'aria sapeva di pietre calde e di cipressi, puntati verso il cielo come aste di lancia. Tutte le strade lì intorno erano state sgombrate da coloro che vi abitavano, nemmeno un bambino, nemmeno una vecchia, nemmeno una gallina sulla strada di Ningal, resa deserta per permettere il passaggio del re. Il silenzio era così assoluto che il ragazzo riusciva a udire distintamente il cinguettio degli uccelli.

Bibliografia[modifica]

  • Conn Iggulden, Le porte di Roma, traduzione di Barbara Piccioli, Piemme, 2003. ISBN 9788838471995
  • Conn Iggulden, Il soldato di Roma, traduzione di Clara Nubile, Piemme, 2004. ISBN 9788856601565
  • Conn Iggulden, Cesare, padrone di Roma, traduzione di Luciana Crepax, Piemme, 2005. ISBN 9788856601565
  • Conn Iggulden, La stirpe di Gengis Khan. Il figlio della steppa, traduzione di Alessandra Roccato, Piemme, 2010. ISBN 9788856613278
  • Conn Iggulden, Il falco di Sparta, traduzione di Paola Merla, Piemme, 2019. ISBN 978-88-566-6952-7

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]