Conn Iggulden

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Conn Iggulden (1971 – vivente), scrittore britannico.

Incipit di alcune opere[modifica]

Imperator[modifica]

Le porte di Roma[modifica]

Il sentiero nel bosco era un'ampia strada maestra per i due ragazzi che lo percorrevano. Entrambi erano talmente ricoperti di fango nerastro da non sembrare quasi più esseri umani. Il più alto aveva occhi azzurri che scintillavano vividi tra le striature di melma pruriginosa.
«Ci ammazzeranno, Marco» disse sogghignando. Nella mano stringeva una fionda appesantita da un ciottolo di fiume levigato.
«Colpa tua, Caio, che mi hai convinto a venire. Ti avevo pur detto che il letto del fiume non era completamente asciutto.»
Con queste parole, il ragazzo più basso rise e spinse il compagno tra i cespugli che fiancheggiavano il viottolo. Con un grido di gioia, spiccò la corsa, inseguito da Caio che faceva roteare la fionda.
«All'attacco!» gridò con voce acuta. Le percosse che li aspettavano a casa per aver rovinato le tuniche sembravano lontanissime e comunque conoscevano i trucchi per cavarsi d'impiccio... al momento opportuno. Ora la sola cosa importante era correre lungo i sentieri boscosi e spaventare gli uccelli. Le piante dei loro piedi andavano già ispessendosi, benché nessuno dei due ragazzi avesse visto più di otto primavere.

Il soldato di Roma[modifica]

Il forte di Mitilene incombeva minaccioso sulla collina. Sprazzi di luce baluginavano sulle mura mentre le sentinelle si muovevano nell'oscurità. La porta di ferro e quercia era sbarrata e l'unica strada che conduceva ai ripidi pendii pullulava di guardie.
Gaditico aveva lasciato solo venti dei suoi uomini sulla galea. Non appena era sbarcato il resto della centuria, aveva ordinato di levare il corvo e l'Accipiter si era allontanata silenziosa dall'isola buia, con i remi che fendevano appena le acque immobili del mare.
La galea sarebbe stata al sicuro da assalti durante la loro assenza. L'imbarcazione era immersa nell'oscurità ed era invisibile alle navi nemiche a meno che non si fossero addentrate nel porticciolo dell'isola.

Cesare, padrone di Roma[modifica]

Giulio, in piedi vicino alla finestra aperta, guardava le colline della Spagna. Il sole del tramonto inondava di luce una cima remota e la faceva sembrare sospesa nell'aria: una venatura d'oro in lontananza. Dietro di lui il mormorio delle voci si alzava e si abbassava senza interrompere il corso dei suoi pensieri. Il vento leggero gli portava il profumo delicato e fragrante del caprifoglio, gli sfiorava le narici e faceva sembrare più acre il suo sudore, poi si allontanava nell'aria e non c'era più.
Era stata una giornata faticosa. Si premette una mano sugli occhi e sentì montare dentro di sé come un'acqua scura, un empito di stanchezza. Nell'accampamento le voci si mescolavano al cigolio degli sgabelli e al fruscio delle mappe militari. Quante centinaia di serate aveva passato al piano superiore del forte con quegli uomini? Era un'abitudine confortante per tutti loro, alla fine della giornata, e, anche se non c'era niente di cui discutere, si riunivano a bere e a parlare. Era un modo per tenere Roma viva nella mente e qualche volta bastava a far dimenticare che da quattro anni non tornavano a casa.
All'inizio, Giulio si era immerso nei problemi delle province e per mesi interi non aveva pensato a Roma. Si alzava all'alba e andava a dormire al tramonto mentre la Decima Legione costruiva città nelle regioni lasciate allo stato selvaggio. Sulla costa, Valentia era stata trasformata con la calce, il legno, la vernice, e ora sembrava una città nuova costruita sopra la vecchia. Avevano aperto strade per collegare i territori e ponti che aprivano ai colonizzatori la via delle colline, che altrimenti sarebbero rimaste isolate. Cesare aveva lavorato con un'energia costante in quei primi anni e si era servito della stanchezza come di una droga per allontanare i ricordi. Quando si addormentava, veniva da lui Cornelia. Erano le notti in cui lasciava il letto intriso di sudore e andava a cavallo fino ai posti di guardia, sbucava dal buio, all'improvviso, finché i soldati della Decima non diventavano stanchi e inquieti come lui.
A dispetto della sua indifferenza, i suoi genieri avevano scoperto l'oro in due nuovi filoni, più ricchi di tutti quelli che avevano trovato prima. Il metallo prezioso possedeva una certa attrattiva e quando Giulio aveva visto il primo bottino rovesciarsi da una pezza sul suo tavolo, l'aveva guardato con odio per quello che rappresentava. Lui non aveva portato niente con sé in Spagna, ma quella terra svelava i suoi segreti e alla ricchezza si accompagnava il richiamo della città natale e della vita che lui aveva quasi dimenticata.
Sospirò a quel pensiero. La spagna era un luogo straordinario dove abitare, sarebbe stato difficile lasciarla, ma sapeva che non le avrebbe dedicato molto tempo ancora. La vita era troppo preziosa e troppo breve per essere sprecata.

La caduta dell'aquila[modifica]

Pompeo parlava martellando le parole a una a una, ritmicamente. «Per avere così agito, Cesare è da oggi dichiarato nemico di Roma. Gli sono revocati titoli e onori; non è ha più il diritto di comandare le legioni. Pagherà il fio con la vita. È la guerra.»
Il silenzio era piombato sulla Curia dopo il tempestoso dibattito; i senatori apparivano tesi in viso. I messaggeri che avevano sfiancato i cavalli per raggiungerli non avevano modo di sapere a quale velocità avanzassero le legioni della Gallia che, attraversato il Rubicone, procedevano rapide verso meridione.
Dopo due giorni di fatiche Pompeo era visibilmente provato, eppure si ergeva diritto nell'aula del Senato, perché l'esperienza gli dava la forza di tenere a bada l'assemblea. Fissava i senatori che a poco a poco abbandonavano l'espressione irrigidita, e li vide e a dozzine si scambiavano occhiate lanciandosi messaggi. Molti di loro ancora gli rimproveravano i disordini scoppiati in città tre anni prima. Le sue legioni non avevano saputo mantenere l'ordine e da quel conflitto era scaturita la sua nomina a dittatore. Sapeva che non poche voci rumoreggiavano perché rinunciasse al potere e si ripristinassero le elezioni dei consoli. L'edificio stesso in cui si trovavano riuniti rappresentava con il suo odore di calcina fresca e di legno un costante monito. Le ceneri della vecchia Curia erano state rimosse, ma restavano le fondamenta a muta testimonianza delle distruzioni e delle rivolte in città.

Il sangue degli dei[modifica]

Non tutti erano sporchi di sangue. Il cadavere giaceva sul freddo marmo, rivoli rossi si disegnavano e gocciolavano sui gradini di pietra. Chi si allontanava si girava almeno una volta, quasi incapace di credere che il tiranno non si sarebbe più rialzato. Cesare aveva lottato, ma i suoi assalitori erano stati troppi e troppo decisi.
Il volto non era visibile. Nei suoi ultimi momenti il signore di Roma aveva afferrato i lembi della toga e se li era tirati sul capo, coprendosi. Era stato agguantato, pugnalato e sul tessuto candido si erano aperte delle bocche dalle quali erano fuoriuscite le viscere squarciate mentre Cesare si afflosciava e cadeva di lato. Il fetore si era diffuso nel teatro. Nessuna dignità per quella cosa a brandelli che era opera loro.
Più di venti uomini apparivano imbrattati da quella violenza, alcuni ancora ansanti, affannati. Intorno al gruppo, due volte più numerosi, si ammassavano coloro che non avevano estratto il pugnale ma erano rimasti a guardare senza fare un gesto per salvare Cesare. Quanti avevano preso parte attiva all'azione apparivano ancora storditi per l'atto cruento e per la sensazione di sangue caldo sulla pelle. Molti di loro avevano prestato servizio nell'esercito e avevano già visto la morte, ma in terre straniere e in città lontane, non a Roma, non qui.

La stirpe di Gengis Khan[modifica]

Il figlio della steppa[modifica]

Nevicava. Quando gli arcieri mongoli circondarono l'accampamento dei razziatori tartari la visuale era ridottissima. I guerrieri guidavano i piccoli ma robusti cavalli della Mongolia soltanto con le ginocchia, sollevandosi sulle staffe per scoccare una freccia dopo l'altra con impressionante precisione.
Cavalcavano in silenzio, determinati. Quello dei cavalli al galoppo era l'unico suono che sfidava le grida dei feriti e l'ululare del vento. I Tartari non avevano modo di sfuggire alle mortali saette che scaturivano dalle ali oscure della battaglia. I destrieri crollavano sulle ginocchia senza un lamento, con un fiotto di sangue che sgorgava dalle narici.

Il falco di Sparta[modifica]

A Babilonia gli storni mostravano le lingue scure nei becchi aperti per il caldo.
Al di là delle possenti mura della città il sole premeva su coloro che lavoravano nei campo, schiacciandoli.
Un velo di sudore o di olio, il figlio non era in grado di dirlo, rendeva lucente la pelle del Re dei Re. I riccioli della sua barba brillavano, una caratteristica che gli apparteneva come il profumo di rose o il lungo pannello della veste che indossava.
L'aria sapeva di pietre calde e di cipressi, puntati verso il cielo come aste di lancia. Tutte le strade lì intorno erano state sgombrate da coloro che vi abitavano, nemmeno un bambino, nemmeno una vecchia, nemmeno una gallina sulla strada di Ningal, resa deserta per permettere il passaggio del re. Il silenzio era così assoluto che il ragazzo riusciva a udire distintamente il cinguettio degli uccelli.

Bibliografia[modifica]

  • Conn Iggulden, Imperator. Le porte di Roma, traduzione di Barbara Piccioli, Piemme, 2003. ISBN 978-8838471995
  • Conn Iggulden, Imperator. Il soldato di Roma, traduzione di Clara Nubile, Piemme, 2004. ISBN 978-8856665857
  • Conn Iggulden, Imperator. Cesare, padrone di Roma, traduzione di Luciana Crepax, Piemme, 2005. ISBN 978-8856601565
  • Conn Iggulden, Imperator. La caduta dell'aquila, traduzione di Gianna Lonza, Piemme, 2006. ISBN 978-8856665871
  • Conn Iggulden, Imperator. Il sangue degli dei, traduzione di Paola Merla, Piemme, 2018. ISBN 978-8856640328
  • Conn Iggulden, La stirpe di Gengis Khan. Il figlio della steppa, traduzione di Alessandra Roccato, Piemme, 2010. ISBN 978-8856613278
  • Conn Iggulden, Il falco di Sparta, traduzione di Paola Merla, Piemme, 2019. ISBN 978-88-566-6952-7

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Opere[modifica]