Federico Hermanin

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Federico Hermanin (1868 – 1953), critico d'arte e museologo italiano.

Il ritratto barocco romano[modifica]

  • Federico Zuccari, principe dell'Accademia romana di San Luca, in quella sua strana «Idea de' pittori, scultori ed architetti», che doveva essere come il testamento di tutta la sua vita, ch'egli credeva d'avere spesa interamente per rinnovamento dell'arte, dopo di aver in interminabili capitoli disteso le sue sottili teorie intorno al «disegno esterno ed interno», s'allarga a parlare dell'arte di ritrarre i volti umani. [...].
    Superbo per i suoi grandi affreschi condotti, attraverso gli insegnamenti del fratello Taddeo, sui modelli di Michelangelo e di Raffaello, convinto d'avere con queste pitture veramente creato opere immortali; Federico era tratto, quando prendeva la penna, a teorizzare di cose d'arte, a parlare diffusamente e bene del ritratto, che veramente avrebbe potuto dargli fama immortale, mentre egli invece aveva occupato ogni suo tempo in forme d'arte di troppo superiori alle sue forze. (p. 49)
  • Questo pittore [Federco Zuccari] che considerava con così grande dispregio il naturalismo di Michelangiolo da Caravaggio, da non degnarsi quasi di volgere il capo al rumore grande che si faceva intorno alle pitture dell Cappella di S. Matteo in San Luigi de' Francesi, in cui il giovane artista lombardo aveva posto in pratica le belle teorie sul «ritratto naturale», sentiva pure tutta la potenza di questa speciale forma d'arte che col ritrarre nella sua verità il «piccolo mondo ed il suo cielo» come era, nel bello e nel brutto, nel buono e nel cattivo, dava veramente figurazioni della vita umana ed apriva, dinanzi agli occhi sbigottiti degli ammiratori, pagine palpitanti del gran dramma dell'essere. (pp. 49-50)
  • in mezzo al decadere generale dell'arte sulla fine del Cinquecento, decadere forse ancora più di contenuto che di forma, il ritratto si mantenne sulla buona via. A ciò non era di certo estranea la tendenza individualista che in mezzo a così grande decadenza d'ogni vera forma di vita sanamente sociale, s'afferma sempre più. Al vero valore della vita andava sostituendosi sempre più l'apparenza e l'orgoglio di famiglia e di persona, e questa tendenza alla glorificazione individuale si rispecchiava specialmente nel ritratto; ottimo strumento di vanità e di superbia. (p. 50)
  • L'arte della fine del Cinquecento in Roma risente gravemente del momento religioso e resta come oppressa ed avvinta dal grave peso della Controriforma, che, dopo il concilio di Trento, le è precipitata addosso. Come ogni azione degli spiriti pare che debba essere passata al vaglio della nuova legge, così ogni forma d'arte è inceppata da freni gravi e da vincoli ferrei. Il pensiero animatore dell'arte pare che s'arresti, perché essa non parla più da sé con lingua propria e curva il dorso per servire. Gli artisti non creano quasi più per spontaneo impeto dell'ispirazione, ma rimangono impacciati dal sentimento che afferra in breve tutto l'animo loro, di non essere più che decoratori e decoratori per l'esaltazione non della grandezza umana e divina in genere, ma della grandezza religiosa formale, in quanto è impersonata nella Chiesa. (p. 51)

Bibliografia[modifica]

  • Federico Hermanin, Il ritratto barocco romano, in La Cultura. Rivista mensile di filosofia, lettere, arte, diretta da Cesare De Lollis, Anno I (1921-1922), Firenze-Roma-Ginevra, Leo S. Olschki editore, 1922, pp. 49-61.

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