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Felice Guzzoni

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Felice Guzzoni (–), scrittore italiano.

La figlia del cardinale

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VELIA
La vergine di Monte Celio
Colà dove il monte Celio termina alle falde dell'Esquilino, fra le rovine maestose del Colosseo e il superbo obelisco lateralmente sorge sulla pendice un'amena villetta circondata di lauri, di oleandri e di cedri che l'accerchiano e ne formano una siepe.
In mezzo ad una spianata, che aiuole vaghe e fiorite rendono ridente, s'erge un'elegante casetta cinta di molte fragili piante, le quali arrampicandosi e avvinghiandosi alle mensole, ai davanzali delle finestre e dei balconi s'intrecciano, si confondono e finiscono per ricadere capricciosamente lungo le pareti formando così un aspetto incantevole.
Un grazioso vialetto, fiancheggiato di bosso e interrotto di tratto in tratto da statuette e validi fiori, conduce ad un boschetto di magnolie il quale salendo dolcemente fino all'acume del clivio, termina in un padiglione di gelsomini rinfrescato da un perenne zampillo d'acqua limpidissima che sgorga dalla bocca d'un cigno marmoreo, il quale in una nitida vasca pare che nuoti e si ricrei.
Nel mattino del 6 luglio del 1867, una bellissima fanciulla tutta involta in candidissimi veli, usciva dalla ridente casetta. […] Velia, era questo il nome della fanciulla; formava la trine di bellezza colla Fornarina di Raffaello e colla Beatrice Cenci di Guido Reni.
Ardua impresa sarebbe fare il ritratto di Velia, perché né le forme ideali della Venere dei Medici, né quelle voluttuose del Tiziano dipinte nella sua Venere, né le madonne dell'Urbinati, e neppure tutte queste bellezze in una sola riunite potrebbero fedelmente riprodurre la divina bellezza di Velia.

Citazioni

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  • L'amore iride dorata dei sogni della fanciullezza, è sovente dolore che lacera il cuore, che strazia le viscere e che tronca lo stame della vita. (p. 6)
  • Non sappiamo perché Plinio ponesse nella specie felis il leopardo, il tigre, il gatto della Carolina, il gatto comune, e obliasse allogarvi l'uomo. Forse egli credette non poterlo fare perché non trovava né unghie, né zanne. Povero Plinio! Infelice naturalista! E le inclinazioni e gli istinti! È forse la tigre meno dell'uomo feroce? Eppure Plinio aveva cospicue individualità nella specie umana, quali i Mario, i Silla, i Catilina, i Verre, i Tiberi, i Claudi, i Neroni, i Caligola, gli Eliogabali, i Diocleziani, ed altri molti che la scienza moderna non ha ancora saputo determinare se appartengono alla razza felis, o se debbano essere collocati in una classe suprafelina.
    Noi abbiamo convinzione che le belve anche più feroci non seviscono e non sentono gli istinti del sangue, se non spinte dagli stimoli della fame. Dicono doversi eccettuare la iena, e non facciamo questione. Ma l'uomo incrudelisce egli per la fame? Ugolino nella torre di Pisa divorò i figliuoli: molte donne nell'assedio di Gerusalemme si cibarono delle carni dei loro nati, e di molti altri su per le storie leggiamo. Ma cotesti sono casi di per se stessi rarissimi e in parte scusabili, perché la fame li fa privi di senno e ammattisce. (p. 62)
  • La donna più addentro nell'anima sente forza d'amore, e l'uomo si fa padrone di tutto il suo essere e si rende vita della sua vita. La donna vive per amare, e di codesto sentimento usa nelle vicende dell'esistenza per lenire l'agrezza delle sciagure, per stemperare in dolce serenità le gioie trabocchevoli. È per cotesto che la donna è la poesia della natura, perché l'amore è l'eterno sorriso del creato, l'armonia che tutti gli esseri lega in un vincolo misterioso. E mentre l'uomo trascende a forti e concitati proponimenti, e passioni violenti e subitanee, la donna modera se stessa, finché lo consente natura; e la preghiera, l'umiltà, il sacrificio le porgono mezzi di giungere là, ove non possono la vendetta, l'odio, il furore dell'uomo. (p. 83)
  • La giustizia è un nome che serve ai potenti per mascherare le loro ire e vendette. (p. 85)
  • Solo un grande amore è capace di tanti sacrifici. (p. 90)
  • In questo mondo il debole è sempre vittima del più forte. (p. 102)
  • Nel regno eterno della morte troverai quella pace invano sospirata in questa vita di miserie e di affanno. (p. 119)
  • La Tana Verde
    Dietro un tempio antico di Roma, fra quattro colonne trovasi una porticciuola bassa e stretta, dipinta di un verde smeraldo. Cotesta porta che è di ferro e che al vederla sembra molto pesante si apre invece con molta facilità solo tirando internamente una funicella. Penetrando nell'interno ci si trova la cintura di una catena fissa al suolo, la quale ha l'incarico di tirare la fune quando chiamano alla porta. In cotesto luogo vivono sotto la guardia della famosa Guercia, alcune donne di cattiva fama.
    In tutte le grandi città vennero tollerati, certi luoghi dedicati al vizio, onde evitare offese alla morale, però i governi si riservarono il controllo, per evitare che, lasciati insorvegliati, divenissero sorgenti di gravissimi mali. I governi papali, adducendo il pretesto che in una città dove vi erano tanti servi di Dio votati a perenne castità non vi era bisogno di tali luoghi, non vollero mai permetterli. Il risultato di questo divieto fu che la corruzione, non localizzata né sorvegliata, germogliò per ogni dove e avvolse la città producendo mali infiniti, e come conseguenza logica si aggiunse e si amalgamò il crimine.
    La Tana Verde era conseguenza del divieto pontificio. Colà si ordivano congiure, delitti, infamie di ogni sorta. (p. 170)
  • Non è sempre colpevole e malvagio colui che commette un delitto, talvolta è un disgraziato meritevole di perdono. (p. 196)
  • La vita non è che una catena di mali infiniti e se uno si sottrae al delitto cade nell'infamia. (p. 196)

Bibliografia

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  • Felice Guzzoni, La figlia del cardinale, Editrice Popolare Milanese, 1927.