Waris Dirie

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Waris Dirie alla 66° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venzia

Waris Dirie (1965 – vivente), modella e scrittrice somala naturalizzata austriaca.

Alba nel Deserto[modifica]

Incipit[modifica]

In Somalia i demoni sono bianchi. Sono chiamati djinn e si nascondono dappertutto. Dappertutto! Si insinuano nelle persone e negli animali, facendoli ammalare. Ti tormentano con i loro scherzi e ti fanno impazzire. Se posi qualcosa da qualche parte e quando ti giri non la trovi più, puoi star certo che un djinn ci si è seduto sopra. Mia madre inveiva contro di loro: «Ehi, demonio, togliti dalla mia roba! Non è per te! Non ti vogliamo qui!» Mia madre sapeva tutto dei djinn e sapeva anche come cacciarli. Conosceva i canti e tipi di foglia o di corteccia d'albero necessari a far uscire il djinn quando eravamo malati. Cuoceva fiori e radici oppure ce li dava da masticare crudi e conservava speciali funghi e foglie in una bisaccia di pelle. Sapeva leggere il fumo, il vento e le stelle, e riconoscere il momento giusto per fare ogni cosa. Godeva del rispetto di tutti perché era dotata di molti poteri magici. Ricordo che quando ero piccola la gente le portava gli animali malati.

Citazioni[modifica]

  • Non potevo fare a meno di pensare alle differenze tra la mia vita di New York, piena di cibo e comodità, e la vita che conducevano i miei famigliari in Somalia. In Occidente la maggior parte della gente possiede così tante cose da perderne il conto. Era probabile, invece, che i miei genitori potessero contare a una a una tutte le loro cose, e il cibo era difficile da reperire; eppure erano felici e di buon umore. Per la strada la gente sorrideva e conversava. Credo che gli occidentali cerchino di riempirsi di roba nel tentativo di colmare un vuoto. Tutti sono in cerca di qualcosa. Cercano nei negozi e nella televisione. Una volta dei tizi mi hanno mostrato una stanza della loro casa destinata alle candele per le preghiere la meditazione. Un'intera stanza solo per le candele. Qui dovevamo pigiarci l'uno contro l'altro per poter stare tutti insieme: continuavamo a ringraziare Allah per essere tutti insieme. In Somalia non abbiamo posti particolari per pregare, preghiamo anche per salutare qualcuno: «Che Allah sia con te.» A New York tutti tutti dicono «Hello!». Che cosa significa? Nulla, che io sappia, è solo un modo di dire. La gente dice: «Have a good day», buon giorno, ma anche quello è solo un modo di dire. In Somalia diciamo: «Se Dio vuole, ci vediamo dopo.» Dio ha voluto e il mio primo giorno in famiglia è stato bello, bellissimo!
  • Vorrei poter tornare indietro, ma non c'è rimpianto nelle mie parole. Tutti avanziamo inciampando sul cammino della vita, e benché non avessi un paio di scarpe per ammorbidire la mia strada pietrosa, non rimpiango di averla percorsa. A volte è stato duro, a volte meraviglioso, ma sono tutte esperienze, e c'è un tempo e un luogo per ogni cosa. Una volta sognavo che mio padre, mia madre, mia sorella e i miei fratelli si riunissero, perché quella cosa non mi era mai stata concessa. Ora potevo godermi quella incredibile settimana insieme alla mia famiglia. Era un sogno che facevo da tutta la vita, e ringraziai Allah che si fosse avverato.

Incipit di alcune opere[modifica]

Fiore del Deserto[modifica]

Fu un flebile rumore a risvegliarmi, e quando aprii gli occhi, mi ritrovai faccia a faccia con un leone. Restai paralizzata e spalancai le palpebre come se volessi comprendere in un solo sguardo l'intero animale. Provai ad alzarmi, ma era da alcuni giorni che non mangiavo, e le mie gambe vacillanti non furono in grado di sostenermi. Ricaddi e mi appoggiai di schiena all'albero sotto cui mi ero messa a riposare, al riparo dall'impietoso sole meridiano del deserto. Piegai lentamente il capo all'indietro e chiusi gli occhi, con la sensazione della ruvida corteccia che premeva contro la mia nuca. Il leone era così vicino che potevo sentirne l'afrore nell'aria rovente. Mi rivolsi ad Allah: «Per me è la fine, mio Dio. Ti prego, prendimi con te».
Il mio lungo viaggio nel deserto era giunto al termine. Non avevo armi né modo di difendermi. E neppure la forza di fuggire. Nemmeno sull'albero potevo rifugiarmi, dato che i leoni, come tutti i felini, sono ottimi arrampicatori, e ben più veloci di me, con quelle loro unghie affilate. Sarei stata sbranata prima ancora di arrivare a mezza altezza. Senza paura, riaprii gli occhi e parlai al leone: «Su, sbranami. Sono pronta».
Era un bellissimo animale, con una criniera d'oro e la lunga coda che ondeggiava per scacciare le mosche. Avrà avuto cinque o sei anni: era giovane e vigoroso, il re degli animali. Molte volte avevo visto quegli artigli in azione, contro gnu e zebre che pesavano un bel po' più di me.
Il leone mi fissava, socchiudendo lentamente i suoi occhi color del miele. E io a mia volta lo fissavo con i miei occhi castani. Distolse da me la sua attenzione. «Su, sbranami». Tornò a guardarmi, per poi riguardare altrove. Si leccò le labbra, seduto sulle zampe posteriori. Quindi, si alzò e si mise a passeggiare avanti e indietro, con movenze felpate ed eleganti. Infine, mi volse le spalle e se ne andò, ritenendo – a quanto pare – che la poca carne che mi restava addosso non avrebbe neppure reintegrato le energie spese per spolparla. Si allontanò nel deserto, finché la sua coda fulva non si confuse con lo sfondo di sabbia.
Quando compresi che non mi avrebbe ucciso, non tirai il prevedibile sospiro di sollievo, semplicemente perché non avevo avuto paura. Ero pronta a morire. Ma, evidentemente, Dio – che è sempre stato per me il mio più caro amico – aveva altri progetti per me, una ragione per tenermi in vita. «Che significa? Prendimi per mano e guidami», gli dissi, e mi rialzai in piedi.

Figlie del Dolore[modifica]

Mi sveglio in un bagno di sudore. È molto presto, non sono ancora le sei. La notte è stata breve e agitata, con terribili incubi che ricominciavano sempre daccapo. Provo a richiudere gli occhi, ma vedo ancora quelle immagini angoscianti: una miserabile stanza d'albergo, piccola e con la carta da parati ingiallita. Una bambina stesa sul letto, di dieci, dodici anni al massimo. Nuda. Quattro donne circondano il letto e la tengono giù. La bambina ha le gambe spalancate, e una vecchia le siede davanti con un bisturi in mano. Le lenzuola sono zuppe di sangue. La bambina grida con quanto fiato ha in gola. Continua a urlare. Grida da strappare il cuore.
Sono state quelle urla a svegliarmi. E anche adesso sembrano riecheggiare nella mia camera. Mi alzo barcollando e vado a bere un bicchiere d'acqua. Guardo fuori dalla finestra. Comincia a far luce. Sono a Vienna, nessuno sta gridando. Era solo un sogno, mi dico.

Bibliografia[modifica]

  • Waris Dirie (con Cathleen Miller), Fiore del Deserto, traduzione di Gianni Pannofino, Garzanti, 1998, ISBN 88-11-73864-4
  • Waris Dirie (con Jeanne D'Haem), Alba nel Deserto, traduzione di Paola Bertante, Garzanti, 2002, ISBN 88-11-59734-X
  • Waris Dirie, Figlie del Dolore, traduzione di Stefania Cherchi, Garzanti, 2005, ISBN 88-11-666581-7

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