Friedrich Reck-Malleczewen

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Friedrich Reck-Malleczewen (1884 – 1945), critico letterario e saggista.

Il tempo dell'odio e della vergogna[modifica]

Incipit[modifica]

Maggio 1936


Spengler dunque è morto. Ma una personalità di tale livello ha il diritto di esigere, come un maragià, che i suoi cortigiani lo seguano nell'oltre tomba: pochi giorni dopo il suo decesso infatti Albers, che curava le suo opere presso la casa editrice Beck, ha scelto una morte atroce gettandosi sui binari del treno suburbano di Starnberg, dove è stato ritrovato dissanguato e con le gambe recise.

Citazioni[modifica]

  • Tuttavia non ho mai conosciuto un uomo così sprovvisto di senso dell'umorismo e così suscettibile nei confronti di ogni critica, anche la più discreta. Ma il destino ha voluto che quest'uomo, che detestava soprattutto la mancanza di serietà, lasciasse nel suo Tramonto dell'Occidente, fra tante acute affermazioni, anche un gran numero di inesattezze, di imprecisioni e persino di errori. Ad esempio, fa nascere Dostoevskij a Pietroburgo anziché a Mosca e fa morire il duca Bernhard von Weimar prima dell'assassinio di Wallenstein. Ma, ciò nonostante, da tutti questi errori trae delle conclusioni importanti. (p. 13)
  • Era l'uomo più sprovvisto di senso dell'umorismo che io abbia mai incontrato; sotto questo aspetto poteva essere superato soltanto dal signor Hitler e dal nazismo, che ha tutta la probabilità di morire a causa di queste due tare: l'assoluta mancanza di umorismo e la noia in cui fa languire la vita pubblica, caduta dopo quattro anni di opprimente dittatura in una rigidezza cadaverica. (p. 14)
  • 11 agosto 1936

    Vidi uno di quei ragazzi, che si era sbarazzato del suo sacco, gettare un'occhiata in giro per la sala deserta, essere colpito dal crocefisso appeso sopra la cattedra e, con il volto infantile ancora imberbe contraffatto dalla rabbia, strappare dal muro il simbolo cui sono consacrate le cattedrali tedesche e le volte che riecheggiano la Passione secondo Matteo, gettarlo sulla strada gridando: «Stattene lì, sporco giudeo!». Questo mi toccò di vedere. (p. 27)
  • Vivo ormai da cinque anni in questa bolgia. Da più di quarantadue mesi vivo con odio, sogno con odio, per risvegliarmi con odio. Mi sento soffocare all'idea di essere prigioniero di un'orda di malvagi babbuini e mi logoro su questo lancinante problema: lo stesso popolo che ancora qualche anno fa vigilava così gelosamente sui suoi diritti, come ha potuto cadere da un giorno all'altro in questo stato di apatia, in cui non soltanto tollera di essere soggetto a chi fino ieri era uno sconosciuto ma, al colmo del disonore, non è nemmeno più in grado di sentire la propria ignominia come un'ignominia… (p. 27)
  • Aprile 1939

    Ma guai all'Europa se un giorno si scatenasse l'isterismo di costoro. Se un giorno il loro Führer dovesse dire che le opere di Leonardo sono espressione di un'arte degenere, ne farebbero dei roghi; in ossequio a una determinata situazione o a qualche slogan in circolazione, non esiterebbero a far saltare delle cattedrali con i malefici dell'IG-Farben. Faranno anche di peggio, anzi giungeranno fino al punto di essere incapaci persino di sospettare l'abisso della loro degradazione. (p. 84)

Bibliografia[modifica]

  • Friedrich Reck-Malleczewen, Il tempo dell'odio e della vergogna. Diario di un aristocratico tedesco antinazista (Tagebuch eines Verzweifelten – Zeugnis einer inneren Emigration), traduzione di Riccardo Mazzarol e Quirino Principe, Rusconi Editore, Milano, 1970.

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