Gian Luca Favetto

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Gian Luca Favetto (1957 – vivente), scrittore, giornalista, drammaturgo, critico teatrale e cinematografico italiano.

Citazioni di Gian Luca Favetto[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Un teatro fatto dal pubblico e costruito discretamente da Rosati sulle storie di ogni singolo attore-spettatore che accetta di raccontarsi, di mettersi in piazza illuminando i propri angoli bui, dando forma alle paure ai fantasmi che lo abitano. Per sei settimane i tecnici della Rai e uno sparuto gruppo di occasionali e fortunati curiosi hanno visto l'improvvisato set televisivo, dominato da tre grandi figure disegnate da Emanuele Luzzati (un re come Padre, una regina come Madre, un diavolo come Inconscio), riempirsi di storie che ti chiamavano dentro, che t'inghiottivano come in un vulcano e ti trascinavano oltre il tempo nel luogo dove tutte le storie, tutti i dolori e i sogni convivono in un eterno presente. Storie commoventi perché vere, vere perché rivissute qui ed ora in una recita che non ha nulla della commedia; storie giocate senza ritegno in vista di una liberazione, di una catarsi che, dopo lacrime e peripezie, nervosismo e violenza, regolarmente avviene. Storie estratte una dall'altra, sogni passati di memoria in memoria. Con Ottavio Rosati impegnato a ricordare come soltanto l'autore possa giocare la propria storia, avendo il desiderio e la necessità di farlo.[1]
  • Un tipo raccomandabile Rosati, con la sua maschera sorriso permanentemente stampata sul volto. Uno sul genere croce e delizia, come lo ha definito Fernanda Pivano. Un gran pescatore di storie che stana le persone e le trasforma in personaggi, in attori di se stessi. Racconti di vita. Illuminazioni sulla psiche. Spettacolo terapeutico. Psicoterapia di gruppo dove il teatro viene usato come una sorta di medicina omeopatica. Messa in scena di incubi, ansie, traumi, tormenti per liberarsene rappresentandoli fuori da sé. Miracoli di verità da sembrare incredibili. Non è da imbonitori scaltri chiedervi di vedere ciò che è stato fedelmente registrato e che vien trasmesso ancora per cinque settimane. Non vi permette di rimanere indifferenti: si versa qualche lacrima, magari ci si irrita, ci si spaventa addirittura. Sicuramente si discute e si prova una forte emozione.[2]
  • [Su Novak Đoković e Andy Murray] Sono coetanei, 29 anni, nati a maggio: uno sembra un eroe greco disegnato con ironia, l'altro un elfo del Nord ingrugnito e insoddisfatto.[3]
  • E però, vuoi mettere Djokovic, l'Ufo Robot più martellante che ci sia, grinta e geometrie, uno che gioca a petto in fuori e che, fino a qualche mese fa, sorrideva molto? E vuoi mettere la paradisiaca raffinatezza di Federer? E quel mastino asfissiante di Nadal, tutto tic e potenza atletica, dotato di umanissima tenacia? E prima ancora, vuoi mettere Agassi e McEnroe? Una collezione di personalità fra eleganza e follia, esuberanza, genio e ruggiti, altro che lagne e brontolii.[3]
  • Un giocatore di tennis si riconosce dallo smash, così diceva. Anche dalle volée d'appoggio, quelle che preparano la chiusura a rete. Ma soprattutto dallo smash, raccontava mio padre. Una volta che hai gli altri colpi, diritto, rovescio, passanti, servizio, è lo smash che distingue il giocatore. Per gestire il pallonetto dell'avversario, devi puntare il cielo con lo sguardo e schiacciarlo a terra con un'acrobazia. Non solo la pallina, tutto il cielo devi portare giù per fare punto.[3]
  • Lo smash è un sorriso che frastuona.[3]
  • Uno che, con la faccia squadrata e il naso a patata, è il sorriso perfetto si chiama Roger Federer. Da ragazzino sfasciava le racchette, poi il talento gli ha fatto fare pace con se stesso. Tutto il suo corpo ha cominciato a sorridere nell'eleganza dei suoi gesti semplici, naturali. Non solo la racchetta, anche la pallina è diventata una parte di lui. Tra pensiero e azione non c'è stata più differenza: la risposta, la demi-volée, il passante prima si fanno punto e poi vengono pensati e ammirati. È così che Federer diventa il più bello di tutti, ispirato e incantevole, l'ultimo degli Dei, parte di quella cerchia che rientra nel Mito, i Tilden, i Laver, i Rosewall, i Borg. In campo è Magnifica Compostezza.[3]
  • [Su Ilie Năstase] Lo zingaro felice, gran campione di imprevedibilità, rapido e leggero, temperamento provocatorio e capricci istrionici.[3]
  • [...] John McEnroe, una peste irrequieta con le lentiggini. Altro statunitense, altro mancino provocatore. È la Mocciosità sfrontata che, torneo dopo torneo, si trasforma nel poeta della racchetta, Rimbaud e Baudelaire insieme. Più Rimbaud che Baudelaire, forse. Volgare e immacolato. Negli anni Ottanta sui campi di calcio Maradona è il piede sinistro di Dio; sui campi da tennis la mano sinistra di Dio si chiama McEnroe.[3]
  • Gli anni Novanta sono di altri due artisti: Pete Sampras, che è un cigno, grande battuta e grande volée, un sorriso da serve and volley, e Andre Agassi, che è un macigno, un colosso di coraggio, ribelle di natura, grande risposta, più rapida della luce. Ragazzo schivo, personaggio irresistibile protetto da trucco e parrucco.[3]
  • Una mano sola. Nel suo caso, la destra. Tutta l'eleganza, la forza, la tenacia, la regolarità e l'invenzione, la fatica e il piacere del tennis, Roger Federer li tiene in una mano. Dietro i numeri e le statistiche che cantano la sua gloria, dietro i record, le mille e passa vittorie, i tornei vinti, i titoli del Grande Slam conquistati, i mesi e gli anni vissuti da numero uno del mondo, gli osanna del pubblico, dietro tutti i milioni guadagnati e dentro la leggenda del tennis c'è questa sua mano, che è insieme istinto e cervello, calcolo e cuore, diritto e rovescio, smash e servizio, volée e smorzata.[4]
  • È che Roger con il suo gioco sta incarnando il tempo, lo tiene in sé e non lo fa consumare. [...] è un tennista il cui gioco e la cui persona sono diventati la medesima cosa. Ha dato uno spazio al tempo e si è messo al centro. La sua mano è quel luogo dove il tempo viene a raccogliersi e a stare comodo. È l'Aleph borgesiano, dove passato e presente si mescolano insieme.[4]
  • Ecco che c'entra la mano. C'entra il suo giocare a una sola mano, come gli eroi antichi, come i miti che hanno fondato e tramandato questo gioco, tutto naturale, sempre fluido, senza forzature e strappi: anche il rovescio, che viene via come se l'uomo fosse stato creato con le spalle, il braccio, l'avambraccio, il polso e la mano al solo scopo di eseguire il rovescio. Come se questo colpo fosse il gesto d'amore perfetto per ricongiungere la pallina al campo. Così facendo, anzi così essendo – non è un fare, il suo, è un essere –, Federer conserva in sé e porta al nostro cospetto i grandi del tennis, da Perry a Budge, da Rosewall a Laver, da McEnroe a Sampras. È la loro citazione vivente. Mantiene nostri contemporanei anche quelli che non abbiamo visto giocare, di cui abbiamo sentito raccontare le gesta. E i gesti, che sono sempre gesti bianchi. È questa atmosfera, quest'aura che Federer preserva e trasmette. Ha qualcosa di diverso da tutto il resto e da tutti gli altri, perché è un pezzo di passato che continua nel presente e guadagna il futuro.[4]

Note[modifica]

  1. Da Quando va in scena la vita: Da storia nasce storia: Da Superga a Rai3, la Repubblica, 7 giugno 1991.
  2. Da A teatro storie di vita e ordinarie tragedie, la Repubblica, 6 novembre 1991.
  3. a b c d e f g h Da La tristezza del numero uno, il Venerdì, 2 dicembre 2016.
  4. a b c Da La costruzione di un'icona, Repubblica.it, 31 gennaio 2017.

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