Giancarlo Sturloni

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Giancarlo Sturloni (1973 – vivente), saggista e giornalista italiano.

Le mele di Chernobyl sono buone[modifica]

  • In altre parole, nella convinzione che l'opinione pubblica sia preda di paure irrazionali, il ministro Veronesi cerca di offrire rassicurazioni affidandosi all'epidemiologia, cioè ai numeri, per mostrare quanto il rischio sia basso, o comunque trascurabile rispetto ad altri rischi già accettati in passato. Ma le macellerie deserte mostrano che questo approccio non risulta convincente, perché non tiene conto del fatto che l'accettabilità individuale e collettiva di un rischio non dipende solo dalla sua valutazione probabilistica, ma anche da giudizi etici, politici e culturali: insomma, non tutti i rischi possono essere misurati con lo stesso metro. Inoltre, è molto probabile che in quei giorni il sentimento prevalente nell'opinione pubblica non sia tanto la paura, quanto piuttosto la diffidenza, o l'indignazione per la fiducia tradita. [...] La fiducia del pubblico nell'operato del governo, dell'industria e degli esperti è dunque un elemento cruciale nella gestione dei pericoli, al punto che spesso i giudizi su un rischio nascondono in realtà un giudizio sulla credibilità delle istituzioni preposte alla sua gestione. (p. 130)
  • La storia delle catastrofi tecnologiche, da Seveso a Bhopal, da Chernobyl alla mucca pazza, potrebbe infatti essere riletta come una rassegna dei soprusi subiti da chi non ha avuto accesso a un'adeguata informazione sui rischi o agli strumenti conoscitivi per interpretarla. La conoscenza è potere e, quando il rischio si manifesta, persino strumento di sopravvivenza. [...] I dati mostrano che i più informati sono generalmente anche i meno disposti a lasciare totale libertà agli scienziati: le conoscenze alimentano infatti anche l'atteggiamento critico, e finiscono spesso per favorire la pretesa di normative più restrittive piuttosto che l'appoggio incondizionato. (p. 142)
  • In definitiva, in società democratiche compiute le decisioni sullo sviluppo di scienza e tecnologia non possono che essere il risultato di un complesso processo di negoziazione tra diversi gruppi sociali, in cui la comunicazione (esplicita o implicita) gioca un ruolo cruciale. Per usare una metafora proposta da Pietro Greco, i gruppi sociali rilevanti nel processo decisionale costituiscono delle isole che, come quelle dell'arcipelago di Venezia, interagiscono attraverso una fitta rete di ponti e canali comunicativi, formando un sistema dinamico e multicentrico in cui lo scambio di informazioni può avvenire in tutte le direzioni. Si tratta, in altre parole, di un dialogo a più voci che esprimono valori, conoscenze, obiettivi e aspettative tra loro anche molto differenti. Un coro che, a seconda dei punti di vista, può essere considerato una ricchezza o un elemento di disturbo, ma che oggi non si può più far finta di non sentire. (p. 180)
  • A fronte di un'incertezza delle conoscenze – tanto più se l'incertezza riguarda situazioni di rischio in cui le informazioni disponibili appaiono affette da parzialità, ambiguità o conflittualità – un potente strumento culturale di appropriazione, negoziazione e condivisione del sapere scientifico e tecnologico può essere dato da un insieme di rappresentazioni sociali: idee, immagini, credenze e narrazioni, spesso di forte valenza simbolica, che cercano di ricomporre un quadro conoscitivo frammentato, riconducendo l'incertezza all'interno di schemi interpretativi pregressi. (p. 201)
  • A indirizzare l'atteggiamento delle società moderne nei confronti dei rischi tecnologici, in definitiva, sarà l'esito di questo confronto culturale, in cui la comunicazione gioca un ruolo cruciale. In accordo con il linguista statunitense George P. Lakoff, in ogni controversia ha la meglio chi riesce a imporre il proprio linguaggio, perché il linguaggio trasmette una precisa visione del mondo. E, come abbiamo visto, anche il mito, prima di ogni altra cosa, è un potente strumento comunicativo, capace di attribuire ai fatti del mondo valori e significati simbolici, e di veicolare questi significati in forma implicita, fino a trasformarli in simboli della cultura che li esprime.
    Il ricorso al mito nelle narrazioni sui rischi tecnologici nasconde dunque un'importante funzione politica. I miti sono ideologia in forma di racconto, specchio delle regole, dei valori e delle aspirazioni in cui comunità si riconosce. È da questo scontro di idee e valori che nascono, trovano significato e si diffondono le controversie sui rischi tecnologici. Dall'esito di questo dibattito sul futuro della scienza e della tecnologia nascerà la società in cui vogliamo vivere. (p. 254)

Bibliografia[modifica]

  • Giancarlo Sturloni, Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologico, Sironi, 2006.