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Giovan Battista Gelli

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Giovan Battista Gelli

Giovan Battista Gelli (1498 – 1563), filosofo, scrittore e accademico italiano.

La Circe[modifica]

Incipit[modifica]

DIALOGO I
Ulisse, Circe, Ostrica e Talpa

Ulisse. Ancora che l'amore che tu mi porti, famosissima Circe, e le infinite cortesie che io a tutte l'ore ricevo da te, siano cagiono che io mi stia volentieri teco in questa tua bella ed amena isoletta; lo amore de la patria, e il desiderio di rivedere dopo si lunga peregrinazione i miei carissimi amici, mi sollecitano continuamente al partirmi da te, e ritornare a le mie case. Ma innanzi che io mi parta, vorrei sapere se in fra questi che sono stati da te trasmutati in Lioni, Lupi, Orsi ed altre fiere, ci è alcuno Greco.

Citazioni[modifica]

  • [...] i piaceri del mondo non sono altro che dolori vestiti e ricoperti di un poco di diletto [...]. (Lepre: dialogo III; 1831, p. 63)
  • [...] la temperanza è un abito elettivo, fatto con retta ragione, il quale fa che colui che lo ha non si altera o muove troppo per le cose che gli dispiacciono, e non s'immerge troppa nel diletto di quelle che gli piacciono. (Ulisse: dialogo VI; 1831, p. 123)
  • [...] tutte le guerre che noi [animali] facciamo così fra di noi come contro di voi [uomini], son fatte da noi senza inganni e senza fraude alcuna; e [...] ciascheduno di noi, confidatosi nelle forze proprie solamente, per grandezza d'animo e fortezza cerca di vendicare quelle ingiurie che gli sono fatte, non essendo sottoposti a legge alcuna che gli sforzi a farlo, né temendo di pena o disonore alcuno non lo facendo. [...] ciascheduno di noi, non si lasciando mai superare dal nimico, facendo resistenzia con ogni suo sforzo insino a l'ultimo, senza timore o spavento alcuno né di pene né di morte, cerca più tosto di morire combattendo che d'essere preso, non cedendo mai al nimico, se non con altro, almanco con l'animo: la qual cosa ne dimostra chiaramente il non supplicare o spargere giamai prego alcuno verso quello, al manco con cenni e con gesti miserabili o piatosi; e dipoi, quando noi pure perdiamo (ché a ognuno non è dato sempre il vincere), il lasciarsi il più delle volte morire. Và dipoi più oltre: tu non troverrai che il leone serva al leone, o un cervo all'altro cervo, come fa l'uno uomo a l'altro senza curarsi di essere reputato timido e vile. E questo donde nasce, se non da io lo invitto e forte animo nostro? il quale si manifesta molto maggiormente quando noi siamo presi da voi; ché, sopportando pazientemente la fame e la sete, ci lasciamo molti di noi più tosto morire che stare con voi, preponendo allegramente la morte a la servitù. Onde vi è forza, quando volete dimesticare molti di noi, che voi pigliate de' nostri figliolini piccoli; i quali, non sapendo quel che si faccino, lasciandosi cibare da voi domesticamente con le vane lusinghe vostre, perdono (per esser loro astutamente tolta da voi) a un tratto con la libertà quella fortezza dell'animo e quella gagliardezza del corpo che si conviene a la specie loro. (Leone: dialogo VI; 1967, pp. 226-227)

Bibliografia[modifica]

  • Giovanni Battista Gelli, La Circe, in Prose scelte, Volume 1, N. Bettoni e comp., Milano, 1831.
  • Giovanni Battista Gelli, La Circe, in Dialoghi, a cura di Roberto Tissoni, Laterza, Bari, 1967.

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