Giuseppe Longo

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Giuseppe Longo (1910 – 1995), giornalista e scrittore italiano.

Roma 1944: la democrazia arriva nel caos[modifica]

  • Un problema della Sicilia esisteva: ma i separatisti erano degli illusi, in quanto credevano che si potesse arrivare alla soluzione di esso solo per mezzo dell'indipendenza. Giocavano sugli scontenti. Scontenti erano tutti i siciliani che si erano sentiti sempre sfruttati dallo Stato e credevano che, finito il fascismo, la beffa dovesse durare. [...]. Ma che avevano fatto i siciliani per rendersi autonomi? Nulla. Avevano sempre aspettato che gli piovesse la manna da Roma e da Roma per vent'anni[1] non gli erano piovuti che federali, dirigenti sindacali, commissari, sfruttatori. (pp. 30-31)
  • Il separatismo era una cosa seria e non lo era. Era una cosa seria in quanto, approfittando del trambusto e del disagio economico, riusciva a far proseliti e turbava lo sforzo ricostruttivo. Non era una cosa seria, perché a un certo punto quei siciliani, svegliandosi dal sonno incubo, si sarebbero ricordati di essere italiani, di parlare italiano, di avere combattuto sul Piave con le loro fanterie, in difesa della Patria comune e, generosi quali sono, si sarebbero accorti di avere commesso un altro errore proprio nel momento in cui la Patria avvilita, battuta, dilaniata nelle sue viscere da odi fraterni, aveva bisogno di tutti i suoi figli per salvarsi. Ed allora avrebbero buttato a mare il separatismo. (p. 31)
  • Il separatismo fu il primo tentativo, storicamente accertato, che i siciliani facessero, di credere in se stessi. Ma era un atto insincero, oltreché un errore. Quanto sarebbe stato meglio, invece, che tutte queste forze, le quali tendevano, in uno sforzo eccentrico a disgregare l'unità del Paese, fossero state volte a far credere a questa unità. (p. 31)
  • I capi separatisti, ch'erano uomini intelligenti, avrebbero compiuto il loro dovere quando, deposta la grande illusione [dell'indipendentismo], avessero fatto fronte per impedire che forze estranee si inserissero nel momento critico nella vita della loro regione. Avrebbero compiuto il loro dovere quando avessero fatto la voce grossa e avessero raccolto le loro forze per portare l'isola a quello stato di progresso che non poteva essere sollecitato ed attuato se non dagli stessi siciliani. Il problema era di organizzazione. Non si lamentino più i siciliani del disinteresse del Governo, – si ammoniva da più parti – ma organizzino le forze per la conquista del Governo. Diventino insomma un peso decisivo nella vita di tutto il Paese, perché il piatto meridionale della bilancia non salti in aria. Con o senza Finocchiaro-Aprile[2]. (pp. 31-32)

Note[modifica]

  1. Gli anni del regime fascista, 1922–1943.
  2. Andrea Finocchiaro Aprile (1878–1964), leader del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia.

Bibliografia[modifica]

Giuseppe Longo, Roma 1944: la democrazia arriva nel caos, in Historia, Cino Del Duca Editore, Milano, Anno VII, n. 72, novembre 1963, pp. 26-33.

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