Guido Cavani

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Guido Cavani (1897 – 1967), scrittore italiano.

Zebio Còtal[modifica]

Incipit[modifica]

Zuello Còtal, nativo di S. Rocco, frazione di Serra, era stato condotto in pianura all'età di nove anni.
Suo padre, Zebio Còtal, che aveva sei figli da mantenere, la moglie malaticcia e un piccolo podere su di una costa brulla, per alleggerire il bilancio familiare, aveva pensato di mettere il secondogenito a servire presso un suo fratello che si era arricchito in America ed aveva comperato un fondo sulle rive del Po. Cosí, un grigio mattino d'ottobre, Zuello aveva lasciato la madre a piangere sulla soglia di casa, ed era partito a piedi, col padre, raggiungendo dopo due giorni di viaggio la nuova dimora.

Citazioni dal libro[modifica]

  • La pietà muore in ciascuno quando tutti ne hanno bisogno, e nessuno può comprendere il dolore dei suoi simili, quando questo dolore è anche il suo. (cap. VII, p. 49)
  • Ora guardavano lontano tutti e due, stupiti che quella gran pace che era nelle cose non fosse anche dentro di loro. Placida pensò che la vera pace era dietro il muro a cui stavano appoggiati. (cap. VIII, p. 56)
  • «È un viaggio inutile come tutti i viaggi della vita e come la vita stessa,» si diceva, «ma bisogna farlo per illudersi, per credere a qualcosa, altrimenti è finita.» (cap. X, p. 70)
  • Per qualche momento ebbe quasi voglia di andarsene, di rinunciare al tentativo, poi pensò che alle cose bisogna sempre andarci in fondo per non lasciare nell'animo dei dubbi, più dolorosi della stessa realtà. (cap. X, p. 73)
  • «I morti non perdonano, lo so io. Dopo che il ragazzo se n'è andato non ho che dei nemici. E sapete perché? Perché ho dovuto seppellirlo con gli abiti che indossava da vivo; cioè, con degli stracci, e quel ch'è peggio, a piedi nudi.» (cap. XIII, p. 105)
  • «Grazie, non ho tempo,» rispose Zebio; «dite a quelli che mi vogliono rovinare che ci riusciranno: a salvarmi non ci tengo.» (cap. XV, p. 128)
  • Zebio pensò che la vita degli uomini era simile alla vita del bosco: parassitaria, crudele; affidata alla forza e agli istinti più che al buon diritto di ciascuno e all'amore di tutti; fatta di apparenze più che di verità; falsa tanto nel bene quanto nel male. (cap. XVI, p. 131)
  • «Sta' a vedere,» pensava, «che costui non mi vuole dove mi vogliono gli altri ed ha l'idea fissa che camminando gli pesti i piedi: amico, il mondo è grande, ma la vita di ciascuno di noi è piccola; così piccola, che malgrado la buona volontà di crederci liberi, indipendenti, dobbiamo invece persuaderci che siamo saldati gli uni agli altri come gli anelli di una catena. In galera o fuori, è la stessa cosa; bisogna rassegnarsi. [...] Così è fatta la vita: ostinarsi a non credere nel male che è in noi per poter giudicare il male degli altri.» (cap. XXI, pp. 166-8)
  • «Tutti mi aiutano a diventare un altro,» diceva dentro di sé, camminando, «a cancellare in me tutte le tracce del passato. Anche questo donare serve ad eliminare un uomo; diversamente nessuno si curerebbe di me.» (cap. XXVII, p. 219)
  • «Ciascuno per la sua strada,» gridò, «questa è la legge.» (cap. XXX, p. 246)

Citazioni sul libro[modifica]

  • Quale sia la forza colloidale e sfumante che presiede a questa lingua, a queste pagine, è difficile dire: essa appartiene in gran parte agli strati dell'ineffabilità. [...] Fatto sta che sono pronto a scommettere che figure come quella di Zebio, della vecchia moglie, della figlia, del bambino che muore e certe primavere, certe nevicate dell'Appennino, sono tra le cose più solide e durature della narrativa contemporanea. (da porre forse accanto a quelle dei due "outsiders," Silvio D'Arzo e il Lampedusa). (Pier Paolo Pasolini, nella prefazione al libro)

Bibliografia[modifica]

  • Guido Cavani, Zebio Còtal, Feltrinelli, Milano, 1961.