Henry De Vere Stacpoole

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Henry De Vere Stacpoole (1863 — 1951), scrittore irlandese.

La laguna azzurra[modifica]

Incipit[modifica]

Al lume della lanterna ad olio.

Seduto su una cassa, col violino contro la spalla sinistra, Button suonava il «Shan van vaught», accompagnandone l'aria col ritmico battere del calcagno sul ponte.
«Oh i Francesi son nella baia,
Dice il Shan van vaught»
.
Era vestito con un paio di calzoni di canavaccio, con una camicia a righe, e con una giacca ruvida flanella, fatta verdastra dal sole e dalla salsedine. Tipico vecchio guscio di conchiglia, dalle spalle tonde, e dalle dita adunche, ricordava vivamente la forma di un granchio. La sua faccia, rossa come la luna attraverso le brume dei tropici, assumeva, al dispiegarsi del suono, un atteggiamento di viva attenzione, quasi che il violino andasse narrando racconti molto più belli della vecchia pedestre storia sulla baia di Bantry. «Pat il mancino» era il suo nome di bordo; non perché veramente fosse mancino, ma solo perché ogni cosa che faceva la faceva alla rovescia o quasi.

Citazioni[modifica]

  • Perpetuamente morente e perpetuamente rinnovantesi, divorata dai pesci e assalita dal mare: ecco la vita della barriera corallina, non dissimile da quella d'un cavolo o d'un albero.
    Ogni tempesta porta via qualche brano di roccia, che il corallo vivente sostituisce: si aprono in essa ferite che si rapprendono e si cicatrizzano proprio come le ferite nel corpo umano. (p. 185-186)
  • Il sonno del paradiso
    Quella sera sorse la luna e saettò con le sue frecce d'argento la casa sotto l'albero del pane. La casa era vuota. Poi la luna, via via salendo, rischiarò tutto il mare e la scogliera. Penetrò la laguna fino ai più profondi e oscuri recessi. Illuminò le forme dei coralli e i fondi sabbiosi stampandovi sopra l'ombra dei pesci imbiancati anch'essi dal chiarore. L'equoreo signore della laguna emerse a salutarla, e il moto delle sue pinne ne ruppe i riflessi argentei sullo specchio dell'acqua, in mille lucenti increspature. Essa guardò le bianche ossa dello scheletro sulla scogliera. Poi, sbirciando attraverso gli alberi, s'insinuò giù nella valle, dove il grande idolo di pietra era rimasto a vigilare per cinquemila anni o forse più. Ai suoi piedi, nella sua ombra, quasi affidati alla sua protezione, nudi e avvinti, giacevano nel sonno profondo due esseri felici.
    La lunga veglia dell'idolo, pur nella solitudine, non sarebbe stata triste, se allietata di quando in quando, a distanza di anni, da episodi come questo. Era avvenuto come tra le creature dell'aria. Un rito naturale, innocente, senz'ombra di colpa. Eran state nozze secondo Natura, senza pompa mondana, consumate con cinismo inconsapevole, all'ombra di una religione morta da migliaia d'anni.
    Così felici si sentivano essi nella loro ignara maraviglia, che sapevano solo come la vita fosse d'improvviso mutata, il cielo e il mare fatti più azzurri, e se stessi divenuti magicamente l'uno parte dell'altra. E anche gli uccelli dell'albero proteso sopra l'umile tetto erano ugualmente beati nella loro ingenua ebbrezza d'amare. (cap. IX, p. 224-225)

Bibliografia[modifica]

  • Henry De Vere Stacpoole, La laguna azzurra (The Blue Lagoon), traduzione di Maria Luisa Fagnocchi, Frassinelli Tipografo Editore, Torino 1949.

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Opere[modifica]