Joseph O'Connor

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Joseph O'Connor

Joseph O'Connor (1963 – vivente), scrittore irlandese.

Citazioni di Joseph O'Connor[modifica]

  • L'Unione [europea] ci ha reso tutti più ricchi ma ora si venera l'auto più della Vergine.[1]
  • Una delle cose interessanti del fatto di essere uno scrittore professionista è che uno finisce in un sacco di guai per le cose che scrive, cose che magari non pensava davvero, o sulle quali può aver cambiato opinione nell'intervallo di tempo compreso fra la stesura e la stampa.[2]

Incipit di alcune opere[modifica]

Cowboys & Indians[modifica]

Eddie Virago stava tremando. Molto. Si spinse con forza contro lo schienale del sedile e vuotò con un sorso il suo bicchiere di plastica di gin Sealink, notando che quando beveva levava in aria il mignolo tremante, come una duchessa rimbambita o qualcosa del genere. Come Lady Bracknell o un'altra vecchiaccia demente di quelle. Buone maniere. Il padre aveva ragione. L'istruzione non sarebbe mai riuscita a cancellarle.

[Joseph O'Connor, Cowboys & Indians, traduzione di Massimo Birattari, Einaudi]

Dolce libertà[modifica]

Quasi ogni anno, quando ero bambino, andavo in vacanza con i miei nel Connemara, una regione dell'Irlanda occidentale di una brulla bellezza che ti rimane dentro. Ogni luglio o agosto mio padre e mia madre imballavano il sottoscritto, le mie sorelle urlanti e il mio fratello frignante, oltre a diversi animaletti di casa frastornati, sul sedile posteriore della macchina; e dalla periferia di Dublino partivamo per quattro lunghe ore di viaggio nel cuore dell'Irlanda incontaminata, fermandoci per strada solo lo stretto necessario per consentire a una o l'altra delle mie sorelle – a volte a tutt'e due – di vomitare in modo spettacolare sul ciglio della strada. L'evento sembrava verificarsi sempre e solo nel piccolo borgo di Kinnegad, contea di Westmeath; una circostanza dalla quale non sono mai riuscito a riprendermi del tutto.

[Joseph O'Connor, Dolce libertà, traduzione di Massimo Bocchiola, Guanda]

Il maschio irlandese in patria e all'estero[modifica]

Mercoledì 15 giugno, ore 7,20. Aeroporto di Dublino. Sono a pezzi. Ho finito di fare le valigie alle tre di notte. Adesso sono qui, in coda per il check-in, così stanco che scambierei allegramente il biglietto aereo, le prenotazioni degli hotel e i tre biglietti di categoria A per tutte e tre le partite del primo turno dei Mondiali con una stanza buia, lenzuola pulite e mezz'ora di sonno. La coda è immane. Sono circondato da un gruppo di sei o sette uomini di mezza età che indossano la maglia della nazionale irlandese, calzoni verdi, giacche di cotone verde, scarpe da tennis verdi, enormi sombreri verdi ricoperti di trifogli e arpe, cravattini a stelle e strisce. Hanno in mano bandiere tricolori e striscioni arrotolati. Uno di loro si sta dipingendo di verde, bianco e arancione le guance, strizzando gli occhi e facendo smorfie davanti a uno specchietto, con la sigaretta accesa incollata al labbro. "Non ti sembra un po' troppo?" chiede un tizio. "Al telegiornale continuano a dire che i tizi della dogana non ti fanno passare se hai quella roba in faccia". Il tizio che si sta dipingendo si volta verso di lui: "Non fare il solito finocchio" dice.

[Joseph O'Connor, Il maschio irlandese in patria e all'estero, traduzione di Massimo Birattari, Guanda]

La fine della strada[modifica]

L'antivigilia di Natale del 1994, a mezzogiorno meno dieci, un elettricista fuori servizio di nome Dermot Shouldice fu avvicinato davanti alla stazione degli autobus di Busaras, a Dublino centro-nord, da una donna con i capelli grigi, magrissima, elegante, che lui prese per una svitata. A occhio la donna poteva avere dai quarantacinque ai cinquant'anni. Mentre gli veniva incontro agitando le braccia, fendendo decisamente il delirio di luci, l'elettricista pensò che avrebbe preferito non trovarsi lì.
"Mi aiuti, signore" farfugliò lei con la voce strozzata e quello che Shouldice giudicò un accento americano. "La prego, signore, mi aiuti... io..." E stramazzò come se un corto circuito le avesse fatto saltare la valvola principale. Le si piegarono le ginocchia e barcollò indietro. Allora l'elettricista buttò via il suo sandwich di tacchino per sorreggerla mentre faceva un pensiero strano: nessuno lo aveva mai chiamato "signore".

[Joseph O'Connor, La fine della strada, traduzione di Massimo Bocchiola, Guanda]

Note[modifica]

  1. Da L'Unione ci ha reso tutti più ricchi ma ora si venera l' auto più della Vergine, Corriere della sera, 13 giugno 2008.
  2. Da Il maschio irlandese in patria e all'estero.

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